Disordine

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Se perdi le parole dev’essere perché sei disordinata o sbadata. Non pensarci, se ci pensi troppo poi non le ritrovi. Lo dicono anche dell’amore, no? Lo troverai quando smetterai di cercarlo, dicono.

Non mi piace ammettere di essere disordinata, però lo sono: sono una persona ordinata imprigionata nel corpo di una persona disordinata, sono una persona che, di tanto in tanto, sente il bisogno di mettere tutto quanto a posto e quando sente questo bisogno lo asseconda e, per un po’, tutto è dove deve stare – nei cassetti, sugli scaffali della libreria, persino sulla scrivania – fino a quando non lo è più. Una persona che ci prova, a fare quella cosa di metti tutto a posto subito, così poi non ci pensi più, ma a volte mettere subito una cosa al suo posto richiede di spostarne altre, di cose, richiede una catena di azioni che mi fanno dire, va be’, adesso non posso, ci penso poi. Una persona che comunque, nel suo disordine, sa sempre dove sono le cose, che ha addirittura un file di Excel con le scadenze di ogni prodotto in dispensa – sono disordinata in superficie, ma è la superficie quella che si nota per prima.

Ogni tanto mi succedeva di perdere le parole. Si dice proprio così, perdere le parole, come se le parole fossero un mazzo di chiavi o un paio di occhiali, come se le parole fossero una cosa che tieni in tasca e quando la tasca si buca ti cadono per strada e, non facendo rumore, non te ne accorgi fino a quando non le vai a cercare. Come se le parole fossero una cosa che tiri fuori dalla borsa non appena arrivi a casa e le appoggi sempre nello stesso posto – così sono sicura di ritrovarle, ti dici – e invece capita che qualcuno te le sposta o una volta rientri di fretta e le metti da un’altra parte e quando ne hai bisogno non le trovi più.

Non mi piace ammettere di essere disordinata, e però lo sono: non sempre, non in tutto, e questo mi fa ancora più rabbia perché credo significhi che, se proprio volessi, potrei smettere di essere disordinata, creare un equivalente del sistema che uso per tenere in ordine i file sul computer per fare la stessa cosa nel cassetto delle calze, per esempio, adattare il calendario che mi creo per non bucare mai una consegna per ricordarmi di fare un po’ di ordine ogni giorno. Forse non sono disordinata, sono pigra; forse non sono disordinata, mi lascio sopraffare dagli oggetti.

Se non trovi qualcosa, continua a cercare: la casa non ruba, nasconde, ti ricordi dove l’hai vista l’ultima volta? Cosa stavi facendo quando sei entrata in casa? Prova a ripercorrere i tuoi passi. Prega Sant’Antonio, il santo delle cose perdute. Quando perdi qualcosa, la ritrovi dove meno te l’aspetti; quando perdi qualcosa, la ritrovi proprio nel posto dove pensavi di averla messa e chissà com’è che hai fatto a non vederla, quando l’hai cercata la prima volta. Quando perdi le parole, però, cosa devi fare? Dove le hai perse, quando, perché?

Non mi piace ammettere di essere disordinata: non è certo l’unica cosa che non mi piace di me, che non mi piace ammettere, ma forse è la più facile da cambiare. Le parole perdute le ritrovi in certi silenzi con le persone che ti vogliono bene, nei libri, usate da altri, per strada, nei sogni, al mercato, se ascolti.

Abbozzo

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L’altro giorno ti ho raccontato un ricordo, non ha importanza quale ricordo fosse, è una storia piccola che non significa niente se non per noi che l’abbiamo vissuta, una di quelle storie di famiglia che, come tutte le storie di famiglia, viene ripetuta sempre allo stesso modo, usando le stesse parole, tanto che ci basta dirne una, ci basta dire, ti ricordi quella volta che, e subito ci mettiamo a raccontarla in coro.
Avevo, credo, cinque anni, e se penso cinque anni penso capelli un po’ lunghi, penso riga da una parte, penso elastico con le perline di legno, penso al vestito nero con i fiori bianchi e i bottoni a forma di margherita che ho nelle foto in cui mia sorella è piccolissima e io mi atteggio a persona grande, a persona responsabile, a persona su cui si può contare perché adesso c’è un’altra persona di cui prendersi cura e questa cosa del prendersi cura la prendo sul serio. Se penso cinque anni e penso tutte queste cose le penso a parole perché i ricordi non li vedo, o quasi – vedo la silhouette dei capelli, come se fosse un disegno, ma la faccia per esempio non riesco a vederla, e non è neanche che sia sfuocata come certe facce in certi sogni, è più come se quella bambina si muovesse in continuazione, come se i ricordi fossero più veloci del pensiero.

L’altro giorno ti ho raccontato un ricordo – eravamo seduti sul divano ma seduti storti, uno di fronte all’altra con le gambe incrociate, che comodo questo divano, ci stavamo dicendo, mentre parlavamo della giornata appena trascorsa – e dopo che ti ho raccontato il ricordo tu mi hai chiesto, ma come fai? E allora ti ho dovuto spiegare che non era un ricordo vero, sempre che esistano i ricordi veri, chissà cosa sono. Non mi ricordavo quel momento, quel momento che avevo vissuto quando avevo cinque anni e potevo avere o non avere i capelli un po’ lunghi, potevo avere o non avere la riga da una parte, potevo avere o non avere un elastico con le perline di legno e il vestito nero con i fiori bianchi e i bottoni a forma di margherita, ma mi ricordavo di tutte le volte che, quel momento, ce lo eravamo raccontati. Credo sia una cosa che si fa, raccontarsi le cose, in una famiglia, o forse è una cosa che si fa quando si è piccoli, riferirsi sempre a cose che sono successe, perché quando si è piccoli le cose che succedono ci lasciano un segno, un tratto a matita che ogni volta che ci raccontiamo diventa più scuro.

Ma come fai? Mi hai chiesto, e ti ho spiegato che non faccio e poi ho continuato a pensarci, perché più passa il tempo più il tempo mi sembra diverso: se sapessi disegnare e decidessi di raccontare la mia vita in un fumetto, l’infanzia sarebbe a matita e piena di dettagli – i volti realistici, le ombre piene, solo i contorni dei luoghi sarebbero appena più sfumati, come a spiegare che non so niente di quello che c’è fuori; l’adolescenza sarebbe a pennarello, pochi tratti decisi e violenti, piena di pagine strappate; dai venti ai trent’anni userei gli acquarelli, perché non sapevo più chi ero né chi sarei potuta diventare; dai trenta ai quaranta lascerei scivolare i colori su un’unica pagina lunga dieci anni, una pagina piena di città, di persone, di paesaggi, di porte chiuse che non riaprirò più – e io, una linea nera che scorre, che ogni tanto si ingarbuglia, una linea nera di china che inizia un po’ tremolante e e tra poco finisce e ha una casa, un divano, una faccia che ancora non so immaginare ma ha sempre la riga da parte, una linea che sa e che non sa dove andare.

Un catalogo di cicatrici [pt. 2]

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Ho letto che le nostre ferite non guariscono mai davvero. Noi crediamo che guariscano e apparentemente è così, ma possono sempre riaprirsi. Non so se ho capito bene il meccanismo, ma succede che il collagene le salda e continua a saldarle. Noi non ce ne accorgiamo, è una delle tante cose che il corpo fa a nostra insaputa, senza bisogno della nostra volontà. La mia mezzaluna bianca sul polpastrello è sempre la stessa cicatrice ma in realtà è diversa. Il mio piccolo continente alla deriva sul ginocchio è sempre la stessa cicatrice ma in realtà è diversa. La mia mezzaluna bianca, il mio piccolo continente alla deriva, dureranno quanto me solo fino a prova contraria. Dicono che ogni sette anni l’intero corpo rinnova le proprie cellule completamente, e io infatti non so mai se pensare alla mia vita in fasi o in strati. In mute. Sui sentieri di montagna capita spesso di trovare le esuvie dei serpenti, con quel reticolo ricordano le canne da giardino. In mancanza di vitamina C il nostro corpo non è in grado di produrre il collagene. In mancanza di vitamina C i marinai che circumnavigavano il globo si ammalavano di scorbuto e morivano. Un articolo che ho letto dice che quando lo scorbuto è in fase avanzata le vecchie ferite riappaiono. I marinai che circumnavigavano il globo, forse, prima di morire facevano in tempo a ricordare le risse, i duelli, gli incontri ravvicinati con gli squali. La guarigione è solo apparente, la pelle in realtà è un catalogo di tutte le volte che siamo caduti, di tutte le volte che ci ha graffiato un gatto, di tutte le volte che non sono stata attenta nell’infilare una teglia nel forno. Di tutte le volte che ho sentito il bisogno di farmi male perché era sempre meglio che stare male. Di tutte le volte che mi è scivolato il rasoio mentre mi depilavo, di tutte le scarpe troppo dure, delle punture di insetto, delle piccole operazioni chirurgiche, di quando mi si è impigliato il gomito nella rete metallica a maglia sciolta dello Stadio dei Pini.

Cerca collagene: Funzioni e Invecchiamento Cutaneo; Cos’è? Tutti I Benefici; Che cos’è e dove si trova; Integratore naturale di proteine; Come reintegrarlo naturalmente; Il nuovo acido ialuronico; Sintomi di carenza; Collagene da bere, integratori alimentari; Per una pelle visibilmente più giovane.
Cerca ferita: sinonimo, in inglese, infetta, nella reputazione, ulcerosa, da taglio, trapassante, lacero contusa, narcisistica, frasi.
Cerca guarire: in inglese, dal diabete, spontaneamente, dalla depressione, una ferita, con i simboli, con la mente, dall’abuso nascosto.

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Da qualche anno ho imparato a stare più attenta. Non mi racconto quasi mai e, quando lo faccio, offro una versione edulcorata di me stessa. No, non edulcorata: immateriale. Una versione di me stessa senza corpo, senza desideri, senza passato, senza memoria. Prima non ci stavo attenta, maneggiavo le parole senza guanti anche se erano bollenti. Prima non chiedevo permesso, adesso me lo chiedo ma non me lo concedo.

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La prima volta mi sono fatta male per caso. Ho iniziato a grattare per alleviare un prurito ma non ho smesso quando ho sentito la pelle arricciarsi sotto le unghie, quando il sollievo ha iniziato a trasformarsi in ustione.

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Ero una bambina piena di croste sulle ginocchia, sulle braccia. Lo eravamo tutti. Ci radunavamo suonando citofoni e campanelli, urlando il nostro richiamo dalla bicicletta, a volte spontaneamente. Giocavamo in cortile, in garage, per strada, in piazza, nei prati. Tornavamo a casa in orari prestabiliti o aspettavamo di sentire chiamare il nostro nome dalla finestra. Durante l’inverno ci confessavamo il piacere di sollevare piano il lembo della crosta per scoprire la pelle nuova, lucida, tesa, rosa. Durante un inverno ci siamo confessati il sapore del sangue che avevamo assaggiato. Nel nostro circolo le ginocchia sbucciate andavano di moda quanto le toppe sui pantaloni. Invidiavamo il disinfettante verde che prometteva di non bruciare, tutte le novità che assicuravano di renderci la vita migliore: i cerotti che non si incollavano alla pelle, le siringhe «già fatto», ma soprattutto i capelli biondi e gli occhi azzurri che sembravano condizione imprescindibile per accedere a quel mondo. Eravamo curiosi delle ferite degli altri e ostentavamo le nostre. Nessuno ci aveva ancora insegnato a non fare domande sulle cicatrici. Il gesso era una medaglia al valore, la capacità di trattenere le lacrime necessaria per non svelare la nostra debolezza. In quei giorni imparavamo a nasconderci, facciamo che tu eri la mamma e io il papà, facciamo che tu eri la guardia e io il ladro, facciamo che tu eri gli indiani e io i cowboy. Facciamo che tu eri forte, facciamo che io non piango, facciamo che abbiamo dei segreti. Ritrovavamo l’odore dell’alcol denaturato sulla formica graffiata che ricopriva i banchi dopo aver cancellato formule, date, dichiarazioni d’amore e caricature. Sapevamo quando usare la borsa del ghiaccio, quando non usare il cotone idrofilo, come usare i legnetti per steccare una frattura, anche se speravamo che non sarebbe successo mai. Il futuro non era mai più lontano della fine dell’estate, della fine della scuola, cadevamo e ci rialzavamo – i bambini sono di gomma – senza sapere che ci stavamo scrivendo addosso la storia della nostra infanzia con un inchiostro simpatico al contrario.

Un catalogo di cicatrici [pt. 1]

Da qualche anno ho imparato a stare più attenta. Più attenta a dove metto i piedi quando cammino, più attenta quando esco dalla doccia, più attenta quando maneggio un coltello in cucina. Più attenta alla cornice bollente del forno, agli spigoli, alle spine dei cactus. Non è che prima non ci stessi attenta, ma mi succedeva spesso di cadere, di ferirmi. A un certo punto mi è successo di cadere, appunto, e ho sentito che il mio corpo reagiva in modo diverso, si era fatto più rigido, meno capace di attutire i colpi. Ho avuto paura. Paura di quello che mi sarebbe potuto succedere, paura di farmi davvero male, paura di non avere più dentro di me quella cosa che mi aveva sempre permesso di guarire rapidamente. Ho deciso che cadere, ferirmi, era diventato troppo rischioso, che dovevo evitarlo a ogni costo. Ho cominciato a immaginare in modo molto vivido l’esito di quella perdita d’equilibrio, di quella lama scivolata nella carne. Di quella frenata brusca, mia o di qualcun altro.

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Stavo tagliando le fragole. Non era stagione di fragole, ma le avevo viste al supermercato, anzi: ne avevo sentito il profumo prima ancora di vederle mentre soppesavo i cavolfiori, ne controllavo le ammaccature. Stavo tagliando le fragole perché la frutta e la verdura del supermercato non hanno vie di mezzo, sono quasi acerbe fino a quando, all’improvviso, non si coprono di muffa. Le stavo tagliando per pulirle, eliminare lo scarto, non solo le frange verdi che hanno in testa ma anche le macchie, le parti molli e quelle del colore sbagliato. Ho sentito il coltello scivolarmi tra le dita, l’ho immaginato affondare nell’indice, ho immaginato le gocce rosse di sangue e fragole sulla superficie grigia del lavandino. Ho immaginato non uno zampillo, ma una colata densa e abbondante. Ho attinto dai ricordi di altri tagli, dai film, da quella volta che gli ho detto, lascia stare, faccio io, perché avevo paura che si tagliasse e ho finito per incidermi l’ultima delle mie cicatrici, una mezzaluna bianca sul polpastrello che riprende e replica la curva dell’unghia. Stavo tagliando le fragole perché ero da sola – ormai, sempre più spesso, ti chiedo di occuparti dei pomodori, delle zucchine, tu non ti tagli e non cadi – e quando il coltello è scivolato non ho provato dolore, ma sorpresa: per la goccia scura che si è gonfiata all’improvviso sul pollice, per il tradimento della lama seghettata, per la riscoperta del mistero che ho sotto la pelle.

Se penso alle mie mani alle mie braccia al mio corpo non penso ai vasi, ai tessuti, alle cartilagini, è un pensiero che allontano. Se mi penso, sono fatta di gommapiuma e filo di ferro, di stracci e legnetti, bastoncini come quelli dei ghiaccioli. Sono fatta di tessuto e segatura, di plastica e di spugna, di biglie di vetro e di bottoni.

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Davanti alla casa dei miei genitori c’è un piccolo giardino, c’è un portico rialzato, sorretto da due travi cilindriche di legno. Le piastrelle arancioni, posate a correre, diventano scivolose con la pioggia o con la neve. Io però le voglio percorrere lo stesso con le ruote appena gonfiate della bicicletta che ho ricevuto a Natale. Forse ho fatto i capricci, ho preteso di uscire nonostante gli avvertimenti della mamma e del papà. In fondo non posso prendere velocità, solo girare in tondo, e di solito mi stanco presto – mi stufo – una volta esaurita la novità della cosa. Fa freddo, forse i miei genitori mi osservano al riparo, dietro alla porta-finestra. A me non importa, sono protetta dai pantaloni della tuta, dalla giacca a vento di cui non riesco a imparare ad allacciare la cerniera. A un certo punto qualcosa va storto, perdo il controllo della bicicletta, salto il gradino e finisco nel prato, cado.

Alla voce Freno (bicicletta) Wikipedia elenca dodici tipi di freni diversi: a tampone, stradali o Caliper, a “U”, Cantilever, V-Brake, A rulli, a Delta (prodotti solo da Campagnolo e sono molto ricercati dagli amatori di bici vintage), a bacchetta, a camme, a contropedale, a tamburo, a disco. Guardo le fotografie per cercare di riconoscere quel filo di ferro attorcigliato e sporgente che, finendo nel prato, mi si conficca nel ginocchio, lo lacera.
Quando si ha in casa una bambina piccola, credo, soprattutto una bambina come me, incline agli incidenti, si diventa molto presto esperti in primo soccorso. Nell’armadietto in sala da pranzo non mancano mai garze sterili, disinfettante, cotone e bende, cerotti, la boccetta scura del Mercurocromo. La ferita sul ginocchio, però, non si lascia medicare, continua a sgorgare sangue. Io so già che non è una cosa bella, che non è una cosa buona, ma non ne capisco bene il motivo. Il vicino di casa è un medico, anche se è sera o comunque tardo pomeriggio – è già buio – mio padre mi prende in braccio, mia madre suona il citofono. La bambina, il ginocchio, la bicicletta, dicono, e percorriamo il vialetto in mezzo al giardino uguale al nostro, saliamo sul portico rialzato uguale al nostro con le piastrelle infide e arancioni posate a correre, come le nostre. Mi adagiano sul divano, io sicuramente sto piangendo perché è quello che faccio quando mi ferisco, quando non capisco qualcosa, quando ho paura, quando sono sopraffatta dalle emozioni – quando sento una bambina o un bambino piangere, adesso, ricordo quel dolore-non-dolore, la frustrazione nell’essere travolti da ondate di sensazioni senza filtro – e il medico osserva il ginocchio, la ferita, il sangue che scorre, è indeciso: non sa se mandarmi al pronto soccorso per farmi dare dei punti o aspettare. Io non li voglio i punti, non voglio l’ago che entra nella carne trascinandosi dietro un filo nero, non voglio un ricamo a punto croce che riunisca i lembi in attesa che si saldino di nuovo.

La cicatrice sul ginocchio è un piccolo continente e, come tutti i continenti, è alla deriva nella pelle che cresce sulle ossa che si allungano.

Attesa

Questa mattina mi sono alzata, sono andata in bagno, sono andata in cucina, ho preparato il caffè, ho dato da mangiare al gatto che mi girava tra i piedi rischiando di farmi inciampare a ogni passo, mi sono riempita la tazza di caffè, ho ascoltato le notizie alla radio, ti ho aiutato a cercare gli occhiali, mi sono messa davanti al computer a rileggere una mail che avevo preparato ieri, ho allegato dei file, l’ho spedita. Mi sono vestita, ho preso il portafogli, le chiavi, lo zaino e una borsa, e sono andata a fare la spesa. Ho fatto la spesa tenendo gli auricolari infilati nelle orecchie, collegati al telefono, perché anche se era improbabile che arrivasse una risposta a quella mail volevo sentirla subito, nel caso, e ogni volta che sentivo il suono, quel dlin!, pensavo: tanto non è la risposta, e andavo a vedere e in effetti non lo era, però lo speravo. Intanto stavo anche pensando a cosa scrivere, oggi, e mi guardavo intorno alla ricerca di spunti. Mentre tornavo a casa ho incrociato tre persone che stringevano tra le dita dei biglietti che sembravano Gratta e Vinci, una delle tre aveva un’espressione soddisfatta e mi sono chiesta, chissà se ha vinto, cosa ha vinto. Ho incrociato una ragazza in bicicletta, una bicicletta da donna con un cestino e dei fiori finti a decorare il cestino e quando ci siamo incrociate io mi stavo sistemando i capelli perché c’era un po’ di vento e lei mi ha sorriso, e non so se ho fatto in tempo a risponderle sorridendole anch’io. Ho notato che l’ultimo semaforo (per andare a fare la spesa devo attraversare la strada un sacco di volte, almeno quattro) era rotto – ma non proprio rotto, il tondo di plastica del rosso era aperto, uno sportellino aperto, chissà come mai.

Il semaforo mi ha fatto venire in mente che qualche tempo fa ho letto un articolo che parlava dei pulsanti degli ascensori, quelli che dovrebbero servire a farli richiudere più in fretta, e di quelli dei semafori, per “chiamare” il verde, e di come alla fine siano dei pulsanti finti che in realtà non servono a niente. Le porte dell’ascensore non si chiudono più in fretta, il semaforo non diventa verde grazie al fatto che hai premuto un pulsante (o almeno, a New York è così), e però in fondo le persone continuano a crederci anche se qualcuno glielo spiega, che quel gesto lì di premere il pulsante non serve a niente. Forse perché la spiegazione serve a poco, a quella parte del nostro cervello che vede le porte dell’ascensore chiudersi, la luce del semaforo diventare verde, che poi è la parte di cervello che abbiamo in comune con i topini da laboratorio che premono la levetta per il cibo e cose del genere, o forse perché i pulsanti ci piacciono un sacco. Almeno, a me piacciono un sacco, e infatti quando vado in autostrada e al casello c’è quel grosso pulsante rosso che una volta serviva a prendere il biglietto di ingresso io lo premo sempre, non riesco proprio a resistere, e io sono una che non toccherebbe neanche la maniglia della porta di casa sua, in genere, è una delle mie ossessioni.

L’articolo, se non ricordo male, parlava del fatto che non ci piace per niente aspettare, che si tratti di iniziare il nostro viaggio in ascensore o di attraversare la strada, e in generale hai voglia a convincerti che le attese siano una cosa bella. Ero certa che fosse una nozione che cercano di inculcarci a forza, e infatti si trovano un sacco di citazioni e proverbi che dicono cose tipo, l’attesa del piacere è essa stessa il piacere. Io non ne sono mica tanto convinta, però, perché è vero che se stai aspettando qualcosa di bello nel frattempo lo assapori e quando magari arriva il momento dura così poco che finisci per essertelo goduto di più prima che durante, è vero che se stai aspettando qualcosa di brutto nel frattempo puoi sempre sperare, ed è vero anche che se stai aspettando qualcosa di medio, qualcosa che non sai ancora se sarà brutto o sarà bello, succedono addirittura entrambe le cose contemporaneamente, assapori e speri, ma io ho sempre fretta e l’ho sempre avuta. Non siamo fatti per rimandare, altrimenti l’attesa la useremmo per fare e pensare ad altro, mica per cercare di viaggiare nel futuro. E infatti quando abbiamo a disposizione un pulsante che ci fa credere di poter accelerare le cose – l’ascensore o il semaforo – lo schiacciamo e, quantomeno, ci sembra che il tempo passi più veloce.

È una specie di effetto placebo, dicono. Se è davvero così, allora vorrei un pulsante per tutte le altre attese, un pulsante da tenere sulla scrivania o sul comodino, un pulsante che mi dia l’illusione di avere il controllo del tempo, delle attese. Una serie di pulsanti, come se la scrivania o il comodino fossero il cruscotto di un’astronave: un pulsante per le mail in attesa di risposta, un pulsante per l’ora in cui arrivi a casa dal lavoro, un pulsante per il fine settimana, per la posta, per l’estate, per le cene con gli amici, per le belle notizie, soprattutto per quelle inaspettate.