Cliffhanger

L’unica lezione che ho imparato – non abbassare la guardia, mai. L’unica lezione che non riesco a imparare – abbasso la guardia, sempre. E non vorrei non vorrei soffrirci non vorrei dirmi cosa ti aspettavi non vorrei dirmi ci avevi creduto – la parola è sacra e ogni parola è sacra e io non posso non credere a ogni parola – incapace di scegliere e intendere solo capace di volere e volere e volere.

Non è niente di nuovo. Non è niente di nuovo per chi ha imparato a difendersi ferendo – ma io non ferisco, non più. Io sono io. E non ho cambiato idea e non la cambio e aspetto e aspetterò e se non ci sarà più tempo per aspettare – cosa? Cosa vorresti fare? Tornare indietro di mezz’ora non si può, hai – ho – perso la possibilità di andare a dormire felice o serena – fosse solo questo, che ho perso.

La sento, la perdita. Somiglia all’ulcera duodenale – una sensazione di vuoto di fame alla bocca dello stomaco – come nell’ulcera il dolore si irradia e colpisce la schiena che si curva e le spalle quasi si toccano e non c’è più spazio per niente, non c’è spazio più per nessuno, non c’è più spazio e non c’è più tempo e non c’è più un cazzo se non queste dita che scrivono sempre la parola sbagliata.

Aggiorna. Aggiorna. Sono appesa a una roccia e nessuno si aspetta che nella puntata seguente cadrò – non sanno che non sono l’eroe – sempre indosso la maglia rossa e da sola disegno un bersaglio sul petto e dietro la schiena.

One of these days (I’m going to cut me into little pieces)

Quella volta che ero matta. Provenienza assistito: ricorso diretto.
Tipo ricovero: non programmato.
Essere matti vuol dire: riferita ingestione di farmaci in quantità non meglio precisata circa un’ora pre-obiettività clinica.
Non puoi fare telefonate o, a volte, due al giorno – e fin qui, va bene, non avevo nessuno da chiamare.
A mezzanotte sono triste, triste, triste – vado in cucina e apro il frigorifero, il mobile bar, prendo un bicchiere alto e lo riempio, miscelo caffeina e anidride carbonica e alcol, ancora un po’, ancora un po’.
Che giorno è oggi?
Non orientato nel tempo e nello spazio.
Oggi?
Risposte approssimate. Insalata veloce di parole.
Che giorno è oggi?
Data astrale -2214221.9178082193, buone condizioni di visibilità ma solo in penombra, gli abitanti del pianeta hanno due dimensioni come fogli di carta e sono viola blu e gialli. Vedo la destra, vedo la sinistra, non vedo il centro.
Bevo e mi formicolano le gambe, le braccia, mi brucia la gola e sono ancora triste.
A essere matto non puoi andare a prendere il caffè, non dico al bar, non puoi andare a prendere il caffè neanche alla macchinetta se non c’è qualcuno che ti accompagna, a prendere il caffè, non puoi andare a prendere il caffè alla macchinetta neanche se hai un paio di monete che hai trovato in fondo alle tasche di quei pantaloni che non mettevi dall’ultima volta che eri matto e non hai bisogno di chiedere in giro, mi offri un caffè?
All’improvviso si accorse che il letto era diventato troppo corto. Provò a sedersi e a sistemare il cuscino, per poi tornare a immergersi nel calore delle coperte, e ancora gli pareva che i suoi piedi, per quanto flettesse le ginocchia, fuoriuscissero dal materasso, galleggiando in uno spazio sconosciuto.
Non posso essere cresciuto, pensò, e il letto non può essersi ristretto; non riusciva a capire cosa fosse cambiato, da anni si addormentava sempre nella stessa posizione. Era forse colpa del detersivo con cui lavava le lenzuola?
Accese la luce sul comodino e scese dal letto con il piede sbagliato, per circumnavigarlo alla ricerca di una spiegazione. Il letto era sempre uguale, probabilmente era solo scivolato al fondo, sempre più al fondo del tepore, trascinando con sé il cuscino.

All’una sono triste, triste, triste – piango piano e raccolgo le lacrime una a una con l’indice che sa di troppe sigarette – le lacrime sono poche e gonfie e pesanti – vorrei cercarti ma non lo faccio, non voglio rischiare di romperti il sonno.
Voglio cedere voglio cadere, voglio ginocchia strappate graffiate e camminarci fiera, voglio sentire la mia voce quando è al volume più alto quando mi esce dalla gola graffiando, voglio stamattina resuscitata dal sonno chimico che ha ammazzato il buco che mi sono fatta mi hanno fatto nella notte – un buco di quelli da pugno che entra e che gira e che toglie – resuscitata senza dolore saltando le linee tra le piastrelle voglio ignorare la crepa sul muro voglio bruciare.
Essere matti vuol dire: le lenzuola marchiate che chissà perché non usano l’ammorbidente, e potere fumare sotto al divieto e vestire di nero e chiedere sempre, quand’è che si esce? Domani? A casa? Domani? Senza avere risposta fin quando la casa diventa quel posto e ti trovi alle tre del mattino a suonare e vi prego, lasciatemi entrare.
Alle due sono triste, triste, triste – vado in cucina e apro il cassetto delle posate, prendo un cucchiaio da caffè, lo poso, meglio uno da minestra – svuoto mezza boccetta di – come si chiama? Bromazepam, ecco, lo sapevo e l’ho dimenticato, quando l’ho dimenticato, tra l’una e le due? Prima? Dopo?
Potrei stare semplicemente ferma così. Le gambe distese incrociate intrecciate la mia con la mia, la schiena che segue la curva del cuscino, una mano infilata sotto la maglietta, appoggiata sulla pancia, le dita allargate che si diramano dal mio centro come radici, come radici i polpastrelli si spingono dentro, affondano, la sigaretta incollata alle labbra che si consuma in un filo azzurrino, gli occhi che ci si incrociano dentro mentre la cenere cade e penso al movimento che dovrei fare e non lo faccio non posso, potrei restare così e chiudere gli occhi e sentire tutta la pesantezza di, come si chiama? Sentire le gambe che sprofondano nel materasso, le braccia pesanti, potrei restare ferma così e non ricordarmi di respirare.

fumonegliocchi

Ascolto la musica tua e la mia e non coincidono mai – sono in mezzo ai miei morti, rubo loro parole per tacere le mie per tacere –
c’è stato un momento in cui lo sentivo, l’effetto – il torpore, il peso ciliegia o lampone o amarena – pensavo ancora che fosse possibile bere e morire – non sono riuscita. Sto per fare tutto quello che so di non dovere mai fare – lasciar correre le lancette al mio ritmo e scordarmi del prezzo e dovermi frenare comunque – quaranta gradi e poi scendere a dodici e in mezzo le gocce, il cucchiaio, immaginare il rumore di testa che sbatte sulla porcellana del cesso – è notte e faccio la somma delle mie mancanze e poi le divido per quello che c’è, è notte e raddrizzo le cicche delle sigarette accese e tenute tra i denti senza aspirare – il respiro mozzato dal ritmo tenuto per tutta la sera su questa tastiera – le accendo e poi chiedo ancora parole e parole e parole – le mie non mi bastano più – ho affondato le mani nel fango e ho trovato le tue e cercavamo lo stesso e tu l’hai trovato, io no – non ci riesco – io sono veloce ma sei più veloce di me.
Non ci sono immagini – solo suoni e rime e ecolalie e ripetizioni – mi impongo il silenzio. Di nuovo.