How can I explain, I need you here and not here too [*]

Ti ho sognato e non ci vedevamo da tanto tempo ma nella mia casa c’erano le tue fotografie appese ai muri. C’erano fotografie di quando eri piccolo, di quando eri medio, di quando eri adesso. Io vedevo solo agli angoli delle cose tranne quando guardavo te, adesso che ci penso, e allora ti vedevo intero. Io non riuscivo a vedermi intera, se mi mettevo davanti allo specchio non vedevo che a volte le mie mani di sfuggita.
Ti ho sognato e non ci vedevamo da tanto tempo ma dopo un po’ prendevo coraggio e ti salivo in braccio e tu mi tenevi stretta e all’inizio mi sentivo in pace, fino a quando non mi accorgevo che mi stavi guardando oltre, che stavi guardando un’altra.
Fuori dalla casa ti sapevo dentro a portare via le tue cose. Non c’erano cornicioni ma solo muretti che mi arrivavano alle ginocchia, fino a quando non mi sono trovata tra le braccia un bambino molto piccolo che ci somigliava, davanti agli occhi un lago profondissimo. Mi sono tuffata tenendo il bambino tra le braccia, tappandogli il naso. Mi scappava dalle mani perché voleva galleggiare a mezz’acqua come un palloncino. L’acqua respingeva anche me infilandosi sotto la mia gonna lunga da vedova, mi ritrovavo mio malgrado a riemergere con un grido.
Quando nel sogno ti ho rivisto eri ancora più grande, più grosso. Eri tornato nel mio letto per aspettare il treno che ti avrebbe portato via, non volevi aspettare al freddo, volevi il mio calore. Nel sogno non avevo il coraggio di mandarti via, aspettavo di svegliarmi.
Mi sono svegliata e non ci vediamo da tanto tempo e non ho tue fotografie anche se siamo comunque appesi ai miei muri. Ci vedo ma non ti vedo, ti ho visto ma tu mi vedevi solo gli angoli, a volte le mie mani di sfuggita.
I miei angoli non sono mai stati spigoli, ma dicevi che riuscivo a ferirti comunque. Era la mia gentilezza, a ferirti, era il mio amore che avresti voluto pieno di spine. Ti ho sognato perché mi sono addormentata pensando alle persone che vogliono essere curate senza guarire, perché pensavo a quella frase di קהלת che dice che lui ha fatto l’uomo dritto, ma io non lo so se siamo stati mai dritti, tu e io, se siamo mai stati uomini o soltanto animali.

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I want a perfect body, I want a perfect soul

Il sogno è sempre stato il mio luogo del corpo giusto. Nei sogni il mio corpo non è mai emaciato, non è mai gonfio – è giusto, proporzionato e senza peso; nei sogni non lo avverto, il peso del corpo, non avverto il corpo – la pressione di carne e ossa sul legno della sedia o sul cuscino del divano, la spinta del materasso – il corpo nei miei sogni non ha recettori se non quelli adibiti al piacere.
Da sveglia non riesco a ricordare con perfezione il modo in cui ho visto il mio corpo perfetto, il mio corpo ideale, nel sogno – ne ricordo la sensazione, o meglio, la mancanza di sensazioni.
Nel sogno non mi sento mai goffa, non mi sento mai impacciata, non mi sento mai troppa; sono il mio corpo così come l’avrei voluto, possiedo un corpo che si muove fluido, che è vestito sobriamente con abiti che mi sembrano tagliati addosso, o dipinti, senza difetti.
Nel sogno il mio corpo piace ad altri corpi, viene desiderato da altri corpi, prova desiderio per altri corpi, prova piacere al contatto con quegli altri corpi.
Non ho mai avuto il corpo che ho in sogno e non sono mai stata capace di figurarmelo – quando cercavo di plasmarmi il corpo in modo da renderlo il corpo perfetto lo facevo dall’interno, affamandolo o svuotandolo, e finivo per perdere l’idea delle proporzioni e la testa diventava troppo grande per le spalle gracili, e il seno restava prepotente attaccato alle costole, e le gambe e le braccia diventavano nodose di articolazioni e non era quello il corpo che volevo, quello era solo un corpo preferibile a quello che avevo, a quello che ho, ma mancava dell’armonia del mio corpo perfetto, del corpo dei miei sogni, e le ossa continuavano a pesare mentre nel sogno sono cave.
Nel sogno non ho bisogno di controllarmi il corpo in continuazione come se fosse sempre sul punto di giocarmi uno scherzo, nel sogno il mio corpo manca di una dimensione, quella della pelle che si piega, manca di peso, non lascia impronte. Nel sogno il mio corpo cammina veloce fino a quando non mi chiedo: perché camminare quando potrei correre? Nel sogno il mio corpo corre senza fatica se non quella poca fatica che fa sentire bene, nel sogno il mio corpo ha imparato a percorrere distanze lunghissime e i capelli non si sporcano mai, non diventano corti quando li taglio da sveglia, non cambiano colore, hanno ancora quello scurissimo che avevo da bambina, e non devo mai portarli legati perché non mi finiscono in bocca o negli occhi, sono sempre in piega anche quando qualcuno ci passa le mani in mezzo, me li scompiglia.

I wish you were the verb to trust and never let me down

mi arrampico – è tutto in salita – e ogni roccia alla quale mi aggrappo si sfalda, è il calore delle mie mani o la pioggia che cade incessante dal cielo e dagli occhi; ogni gesto mi costa fatica, ogni gesto lo osservo con occhi da mosca e lo vedo scomposto in migliaia di azioni e il movimento non parte, frenato dal denso incedere di ognuno dei sessanta minuti che zoppicando girano intorno alle sessanta tacche dorate dell’orologio.
riesco a rallentare il tempo ma non a fermarlo o a portarlo indietro – vorrei, dovrei – mi limito a rifugiarmi in sogni nei quali il contenuto latente coincide con il manifesto: la bocca piena di pelle morta che sono io e non me ne vergogno; la decisione di lasciarmi cadere e rompermi entrambe le gambe e la schiena e vedermi dall’alto sdraiata per terra, una testa che chiede, perché? e io che rispondo ridendo; l’allucinatorio appagamento di bocche, due, della lingua che avvolge intorno alla mia la gomma da masticare legandole insieme, le lingue, due, come dire, mi dico, parliamo lo stesso linguaggio, le stesse parole.

Analyze this

prima di svegliarmi stavo sognando di vedere un piccolissimo koala aggrappato alla maniglia di una porta. avevo in braccio un gatto, un gattino tigrato.
è saltato a terra e ha colpito con la zampa il koala, enucleandogli un occhio giallo. l’orbita era bianca e molle, l’occhio per terra tagliato in mezzo dalla pupilla.
è arrivata una scimmia uguale a quelle di frida kahlo e ha calpestato l’occhio come un acino d’uva.
prima ancora ero nel cortile della casa sulla collina che era una reggia piena di porte chiuse nelle quali non potevo entrare.
ci accompagnavo qualcuno che era venuto a trovarmi, un ragazzo molto giovane. guardavamo insieme i mobili scuri e pesanti e i drappeggi rossi e arancioni.
prima ancora ero con mia sorella e passavamo accanto a un aeroporto e ricordavo di essere partita e tornata da lì, una volta, e sapevo di stare sognando e di stare ricordando un altro sogno nel quale avevo volato ma fingevo che fosse la vita vera.
prima ancora ero in una stanza con le donne della mia famiglia, uno sconosciuto e il mio analista da giovane. lui era a letto, le spalle nude, mi invitava ad avvicinarmi a lui come se non ci fosse altro da fare, come se quel momento fosse scritto. la sua pelle era incredibilmente liscia, più della mia.
ci siamo baciati e abbiamo scopato tre volte: la prima volta è venuto subito, mentre io ero sul punto di venire, e venendo mi ha rimproverata, cosa aspetti? poi si è scusato spiegandomi che non si aspettava che fossi così esperta. io gli ho risposto, mi aspettavo che tu fossi più esperto.
mi toccava e pensavo fosse strano il modo in cui piegava il polso. mi piaceva il risultato. aveva il cazzo così piccolo che non riuscivo a capire se mi stava penetrando con il cazzo o con le dita, l’ho capito solo quando mi è venuto dentro. salivo sopra lui e gli accarezzavo il petto con i capelli lunghi.
era completamente glabro se non nelle gambe. guardavo le mie e le vedevo nere di peli lunghissimi e mi vergognavo, le toccavo accorgendomi che erano i suoi e mi bastava prenderli a ciocche e tirare per tornare bianca.

Homesick

Sono a casa e c’è con me un uomo che non conosco, uno scrittore di cui ho letto qualche libro. Mi mostra una rivista, la sfoglia, cerca un racconto – vedo la parola manicomio – mi chiede, l’hai letto?
Gli dico di sì anche se non ne sono sicura. Gli dico, io e il manicomio, lo sai.
Sto aspettando una persona, una donna. Sto aspettando due persone, una donna e un uomo. Amici. Vogliono venire a trovarmi nella mia nuova casa ma non posso ospitarli e sono in due posti diversi, ora, io sono il vertice di un triangolo. Sono in auto con la donna per andare dall’uomo.
Un cartello indica il confine tra una provincia e un’altra provincia, c’è un tunnel da attraversare, scavato nella roccia, buio. Percorriamo una passerella di legno traballante, mi tengo al corrimano di corda, di lato c’è un fiume, il vuoto – è pieno di gente, ci sono molti bambini. Dove stiamo andando?
Usciamo dal tunnel e ci ritroviamo in un’arena e c’è il mio lago, da qualche parte. Lo vado a cercare.
C’è il mercato, bancarelle di cose usate e vecchie – ci sono miei vecchi compagni di scuola che vendono libri e giochi e ci guardiamo a lungo negli occhi senza salutarci, facciamo finta di non (ri)conoscerci sapendo di stare mentendo – un tacito accordo, si dice. Sono imbarazzata, ansiosa.
C’è una colonna di vetro – dentro c’è una scatola, sulla scatola un autoritratto di Bacon. C’è scritto qualcosa – il pittore che non sapeva parlare se non aggiungendo una sillaba. Ba-con.
Con.
C’è l’assenza di qualcuno o qualcosa o entrambe le cose che è sempre presente – è la colonna sonora e/o emozionale del sogno – è come mi sento.