What I Am Today [*]

All’inizio mi sono vista di sfuggita e mi sono riconosciuta come si riconosce una persona che non vedi da moltissimo tempo, che assomiglia ancora un po’ a se stessa ma più alla vita che c’è stata in mezzo e che tu non sai. Ci siamo guardate, io e io, e ho capito che entrambe eravamo indecise – la saluto o aspetto che mi saluti lei? Se faccio finta di non riconoscerla mi sarà grata o si offenderà? Si sentirà sollevata o dispiaciuta? E se mi stessi sbagliando, se io non fossi io, se stessi prendendo un abbaglio? E più la guardavo più mi sembrava di conoscermi. Nello specchio avevo il viso di quando stavo per morire. Bentornata, ho pensato – non abbiamo bisogno di parlarci, ci capiamo con lo sguardo. Quando stavo per morire ero particolarmente bella, forse perché quando una cosa sta per finire inizia a sapere di nostalgia e si sa, la nostalgia ha una tavolozza più ricca di quella del reale.
L’ho riconosciuta dal modo in cui i capelli mi cadevano intorno al visto, dalle fosse orbitali immense. Quando si sta per morire gli occhi diventano più grandi perché vogliono riempirsi di tutto quello che manca – si ha fame, si ha fame di tutto.
Appoggio la fronte all’inferriata. L’aria è fredda, ma ho fame di freddo, ho fame di ferro, ho fame di fumo e aspiro così forte da farmi girare la testa. Sorrido. Qualcuno ha fatto un pupazzo di neve e gli ha avvolto intorno al collo di neve una sciarpa gialla. Il mio collo è nudo se non per il ricordo delle tue mani che lo avvolgono, che è come una sciarpa ma di un altro colore. E io non sono di neve, anche se mi sto sciogliendo.
Penso che se trattenessi il respiro riuscirei a controllare il tempo. Sei alle mie spalle, ma è come se non ci fossi perché non ti guardo se non adesso, con la coda dell’occhio, e improvvisamente ci sei ancora. Vorrei avere una risposta e nessuna domanda, una certezza e nessun dubbio.
Se riuscissi a sincronizzare le mie inspirazioni e le mie espirazioni con il ticchettio delle lancette, forse potrei controllarlo davvero, il tempo. Forse potrei fare in modo di rallentarlo o accelerarlo. Già lo faccio, in un certo senso. Penso a quanto lentamente passi il tempo quando trattengo il fiato, quando vivo in apnea, penso a quanto corra quando mi accelera e lo incanalo nel tuo orecchio, lo riscaldo.
Mi passo le mani sulla pancia, sui fianchi. Le infilo tra il maglione e la pelle e mi sembra di infilarle sotto strati di assenza. O di presenza. Non ci sono più io, io ci sono, finalmente, inizio a esserci.
Cosa c’è?
Sto scrivendo.
Mi stavi guardando.
E allora?
Bastava dirlo.
Non si sentiva?
No.
Impara.
Non è difficile. La prossima volta presta attenzione non solo ai suoni, ma anche a ciò che vedi. Non ti stavo guardando, ti stavo attraversando. Se hai sentito il bisogno di coprirti non è certo per il freddo, ma perché la tua schiena ha percepito il modo in cui la stavo spogliando e aprendo, per passarti in mezzo, arrivare alla finestra, senza muovermi dal letto.
Imparami. Il momento in cui muoio coincide con quello in cui rinasco, solo a te è stata concessa l’occasione di assistere alla mia fine e al mio inizio. Crescerò molto in fretta, se non sarai abbastanza veloce finirò col sovrastarti. Potrei schiacciarti per sbaglio, come fossi una formica. Dimostrami che non mi sono sbagliata, che non mi sto sbagliando. Tienimi la mano mentre chiudo gli occhi per l’ultima volta e asciuga le mie prime lacrime. Piangi la mia morte e la mia vita. Fa’ quello che vuoi, ma non condannarci.

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La cosa

Non capisco se mi parta dall’alto o dal basso. Forse perché mi parte dal centro, o inizia allo stesso tempo a entrambe le estremità fino a racchiudermi in un guscio liquido ma imperforabile. Non so nemmeno come si chiami, e questa è forse la cosa che mi spaventa di più, non sapere come si chiami, non essere capace di darle un nome. Vorrei essere capace di dare un nome a tutto. Dovrei essere capace di dare un nome a tutto. Quando un nome per qualcosa non esiste, me lo invento. Ma non per questa cosa.
La cosa parla. Dire: la cosa parla, è sbagliato, perché la comunicazione tra me e la cosa avviene in modo diverso, attraverso la pelle. La cosa mi fa dimenticare le parole, forse, o le parole giuste. Ha senso, perché quello che la cosa mi dice, quando mi parla, è: sono qui per proteggerti.
Se la cosa avesse gli occhi so anche come mi guarderebbe dicendolo, con uno sguardo di cui sai di non poterti fidare eppure non puoi fare a meno di fidarti, consapevole di stare sbagliando, non solo: si arriva a desiderare l’errore, perché la cosa ti rende liquida come lei, e rende liquida la volontà, la rilassa, la massaggia fino a sciogliere i nodi che mi tengono unita e diritta, fino a quando non ho altra scelta se non quella di abbandonarmi alla cosa.
La cosa mi cola nelle orecchie. Non è proprio come essere sotto il getto della doccia, non è nemmeno come infilare la testa sott’acqua. Cola, la cosa, è graduale, e quello che sento si modifica, si allontana, ed è bello che sentire significhi tante cose diverse, perché la cosa agisce su tutti i tipi di sentire.
La cosa è una porta che si chiude senza portoni che si aprano in conseguenza, è un papa che muore senza che ne venga fatto un altro, è un chiodo che si conficca dove non ci sono altri chiodi. La cosa mi esclude e io sono grata alla cosa.
La cosa è il motivo per cui sembro dimenticare tutto quello che non dimentico, che sembra scivolarmi addosso perché la cosa finge di essere scivolosa, nasconde i suoi pori, i pori attraverso i quali risucchia e trattiene tutto quello che vorrei scordare. Tutto quello che perdono fino a quando, grattandomi, la cosa non si lacera e tutto fuoriesce, e sono nuova e senza pelle fino a quando la cosa non mi ricopre ancora una volta.
Se mi lecchi via la cosa ha tanti sapori, più o meno buoni. Se mi lecchi via la cosa significa che la cosa non funziona, mi ha mentito, non è servita a proteggermi – fosse servita non saresti riuscito ad avvicinarti quel che basta per lasciarmi senza cosa, senza pelle. La cosa mi ama. Lasciami la mia cosa. Sii la mia cosa.

C’è chi sta peggio di noi?

A volte mi succede, faccio una domanda stupida e me ne accorgo solo dopo, di quanto fosse stupida. In questo caso non sto parlando di una domanda stupida come comunemente si intende – forse dovremmo chiarirci sul significato di “domanda stupida” per capirci davvero, o forse non ce n’è bisogno, forse anche tu sai com’è, quando fai una domanda e hai ancora il punto interrogativo che ti punge la lingua e inizi a sentirti arrossire, oppure ti senti le mani sudate, a seconda del modo in cui sperimenti la vergogna, e vorresti che le parole fossero un filo, come un lunghissimo spaghetto da risucchiarti in bocca e ridurre a pezzi macinandolo tra i molari e ingoiarlo anche se amaro, sentirlo disciogliersi nello stomaco.
È successo che ieri ho fatto una domanda stupida, una domanda che suonava più o meno così: c’è chi sta peggio di noi? E si capisce subito che è una domanda stupida, prima di tutto perché so benissimo che ci sono un sacco di persone che stanno peggio di me, che non possono neanche permettersi di fare quella domanda stupida nel modo in cui l’ho fatta io, seduta davanti al computer, accendendo l’ennesima sigaretta. Soprattutto è una domanda stupida perché è inutile, perché anche se per un momento ho pensato un pensiero che suonava tipo, forse non mi sentirei così male, se sapessi che c’è chi sta peggio di noi, in realtà so benissimo che non funziona così, un po’ perché comunque il peggio è soggettivo, e ciascuno ha il suo, un po’ perché, conoscendomi, avrei potuto immaginare che sapere che ci sono delle persone che stanno peggio di noi non mi avrebbe in nessun modo consolata ma anzi, mi avrebbe fatto sentire male al pensiero di quelle persone, del fatto che non posso fare niente per loro, che un male comune è solo un male comune e non c’è gaudio perché non c’è soluzione.
Sapete come succede, spesso, quando si fa una domanda stupida: continua a uscire dalla bocca come un’eco, sempre uguale, e allora ho continuato a chiedere, c’è chi sta peggio di noi? C’è chi sta peggio di noi? E intanto le vedevo, vedevo tutte queste persone che ho conosciuto (e mi viene in mente che forse conosciuto non è la parola giusta, perché conoscersi implica uno scambio e io invece non potevo dare niente, a queste persone – o meglio: potevo dare loro qualcosa, ma era un qualcosa di diverso rispetto a quello che mi stavano dando loro, qualcosa che loro non avrebbero potuto ricevere in altro modo, certo, qualcosa che, spero, le ha aiutate e le sta ancora aiutando, spero, ma qualcosa comunque di diverso, qualcosa che crea uno squilibrio, che ha creato uno squilibrio tra loro e me) e pensavo a certe risposte che mi avevano dato a domande non stupide e, per un attimo, mi sono sentita puntare addosso tutte le loro dita, a chiedermi, ma cosa stai facendo? Anzi, ma cosa sta facendo, dottoressa? E ho chiesto scusa, anche se non è servito a niente.

Botanica

Forse è per via del fatto che sono cresciuta nell’orto a cercare i lombrichi e la verdura non mi piaceva mica ma mi piacevano il rosmarino, la salvia, sfregarci le dita e annusare e sentire quell’odore buono, o raccogliere il prezzemolo per farci il riso, che è una di quelle cose, il riso col prezzemolo, che quando sei piccola non ti piacciono tanto per tutta una serie di motivi, e poi cresci e ti piacerebbe trovarne un piatto fumante sulla tavola apparecchiata, così per una volta potresti sederti e prendere il tovagliolo, quello di stoffa, stendertelo sulle gambe sapendo che in realtà dovresti legartelo intorno al collo perché finisci sempre per macchiarti la maglietta, ma questo è un altro discorso, non c’entra, o forse potrebbe finire per entrarci, nel discorso, ma non adesso.
E allora quando ho avuto una casa mia la prima cosa che ho fatto è stata questa: ho preso una pianta. Era una gardenia, per caso, le vendevano per raccogliere fondi per non so quale malattia. Era inverno e tra la primavera e l’estate si è riempita di fiori, e nel frattempo ho comprato altre piante, e le curavo ed erano rigogliose, anche quelle difficili, quelle che tutti dicono, ma a me quella pianta lì muore sempre, ma le mie invece non morivano, anzi.
Poi sono successe delle cose. Sono successe delle cose e prima è morto il basilico, che aveva già le ore contate, poi la salvia; si è seccato il rosmarino, il gelsomino ha iniziato a perdere le foglie ed è diventato giallo, e la gardenia, la gardenia è diventata un tappeto su cui non poter camminare. Sono successe delle cose e ho cominciato a curare solo le piante grasse, che hanno bisogno di poco e perdonano facilmente le dimenticanze e, a volte, ti premiano anche con un fiore, uno di quei fiori che ti infileresti tra i capelli e saresti bella anche se non lo sei e non lo sarai mai. Poi sono successe altre cose e anche le piante grasse hanno iniziato a morire. Alcune le ha uccise il freddo, nonostante le coperte di plastica, altre sono morte per mancanza di luce – dapprima sono diventate pallide e poi hanno iniziato a dimagrire e a nulla è servito cambiarle di posto, bagnarle – altre ancora senza apparente motivo – quella più grande, da un giorno all’altro l’ho trovata con le braccia abbassate in segno di sconfitta, le braccia grinzose, e forse mi sono dimenticata di loro o forse loro si sono dimenticate di me o di come succhiare il nutrimento dalla terra, non so.
Mi succede spesso questa cosa, di iniziare a scrivere avendo in testa di dire, in questo caso, per esempio, volevo dire, sono una persona che è abituata a coltivare, parlando di piante, ma come ovvia metafora, parlare della gioia dei germogli, delle difficoltà del clima, e poi finire per dirne un’altra, in questo caso, per esempio, niente, perché mentre scrivevo mi è successa quella cosa lì, la stessa successa all’ultima delle mie piante grasse, si dice, no? Mi sono cadute le braccia. E, alla fine, non mi hai nemmeno spiegato perché.

Un nigutin d’or

Nell’armadio a casa dei miei genitori c’erano tre rocchetti di nastro, quello che si usa per i pacchi regalo, quello che appoggi tra la lama e il pollice e tiri e si arriccia. Quello.
Un rocchetto di nastro rosso, un rocchetto di nastro verde, un rocchetto di nastro blu.
Erano lì quando sono nata, erano lì quando ho imparato a leggere, erano lì quando ho dato il mio primo bacio, sono lì ancora adesso, metri e metri di nastro, quello per i regali, metri e metri di nastro che non finiscono mai.
Nelle mie case non ho mai avuto rocchetti di nastro. All’inizio una confezione di stelle adesive, di coccarde metallizzate, cinque o sei, da incollare sulla carta da regalo, ma sono finite subito, poi più niente.
Quando faccio un regalo chiedo scusa, non ho fatto in tempo a impacchettarlo, oppure me lo faccio impacchettare rosso feltrinelli o cose del genere.
Mi è venuto da pensare che il problema sia questo, il fatto che in casa non ho rocchetti di nastro, che quando faccio un regalo non ho nastri da arricciarci intorno, e allora non sembrano davvero regali, quelli che faccio, solo cose che ti do, tieni, è tuo, è tutto tuo, ma se non sembrano regali, davvero regali, dopo un po’ diventano un’altra cosa, forse, una cosa normale, come quando gli portavo il caffè a letto tutte le mattine ma mica ci mettevo un fiocco, sulla tazzina, e dopo un po’ è diventata un’abitudine, o come quando lui mi chiamava e mi diceva, vieni, ho bisogno di te, e io tutte le volte andavo ma mica mi mettevo un fiocco in testa, e dopo un po’ è diventata un’abitudine, peggio di un’abitudine, una cosa scontata, non c’è il caffè alla mattina, perché non c’è il caffè sul mio comodino? No, guarda, stasera proprio non ce la faccio, ma come non ce la fai, a me non ci pensi?
Che poi sì, dicono tutti, ah ma io preferisco farli che riceverli, i regali, ma non è mica vero. La maggior parte delle persone non lo sanno neanche, cosa sono, i regali, che i regali non sono mica per forza delle cose impacchettate e con il nastro, anzi, non lo sono quasi mai, sono una cosa senza carta e senza fiocco che si fa momento per momento senza neanche dire, tieni, è un regalo per te, anche se poi la sensazione è la stessa.
Forse avevano ragione i miei genitori, quando ero piccola, e anche quando non ero più tanto piccola, che sceglievano dei giorni, per i regali, e non erano semplicemente regali, erano sorprese.
Forse le persone non vogliono i regali, vogliono le sorprese, vogliono la carta – chi da scartare piano per non rovinarla, chi da strapparla con foga e curiosità – e vogliono i nastri, vogliono i fiocchi, vogliono i ricci.
Forse è la sorpresa che fa sorridere, che rende felici, e allora a volte vorrei essere così, regalare dei niente d’oro fatti su nella carta d’argento, come si diceva, per sentirmi dire, finalmente, grazie.