Pulse

Ti hanno detto che ti innamorerai. O forse non c’è stato neanche bisogno di dirlo. Hai visto i tuoi genitori scambiarsi carezze, hai sentito l’amore cantato in mille canzoni.
Ti hanno detto che l’amore fa sentire le farfalle nello stomaco. Ti hanno detto che a volte succede di innamorarsi a prima vista, al primo sguardo, ti hanno detto che quando è amore lo capisci subito e lo capiscono anche gli altri – basta che lo vedi, che la vedi, che sorridi.
Ti hanno detto che a volte l’amore fa soffrire. O forse non c’è stato neanche bisogno di dirlo. L’hai capito quando non c’è stata risposta al bigliettino infilato in un astuccio, l’hai capito ogni volta che un amore è finito. L’hai capito quando le farfalle si sono spostate – le hai sentite prima nel petto, come un vuoto che si allarga, e poi in gola, dove sono rimaste incastrate togliendoti il fiato e la voce.
Ti hanno detto che d’amore non si muore.
Ieri a Orlando è successa una cosa terribile.
D’amore non si muore. Si muore di odio.
Si muore di odio quando nell’unico posto in cui ti senti al sicuro, in cui puoi essere la persona che sei, arriva una persona armata perché non ha digerito un bacio.
Si muore di odio quando continuano a dirti che la persona che sei è sbagliata, quando continuano a dirti che il tuo amore è contro natura.
Si muore di odio quando c’è chi resta in silenzio, quando c’è chi pensa solo al proprio, di amore, e non a quello degli altri. Quando c’è chi dice che l’odio non esiste, che l’omofobia e la bifobia non esistono.
Io voglio continuare a raccontare che le cose cambiano, stanno cambiando e cambieranno. Voglio continuare a cambiarle.

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Volere, potere

Io non volevo mica sposarmi. Presente quando ti chiedono: e allora? Quand’è che ti sposi? E tu accartocci la faccia e trattieni un insulto? Ecco, così. Ogni tanto, scherzando, dicevo, sì, va bene, mi sposerò quando troverò qualcuno che ama i film che amo io, tutti quanti – perché i film che amo io, tutti quanti, non li amava nessuno; e allora era un po’ come dire, il giorno del mai.

Poi è arrivato Matteo e i film che amavo io li amava anche lui e quando l’ho visto la prima volta era altissimo, stretto nel suo cappotto blu e con un libro sotto il braccio. Il libro parlava del rapimento di Aldo Moro, e allora gli ho dato un bacio e gli ho consigliato un altro libro che parlava della stessa cosa. Poi mi ha portata a mangiare al ristorante indiano e abbiamo parlato di quei film e del fatto che non aveva senso parlare di “per sempre”, quando si sta con una persona, ma in fondo avevamo deciso che non c’era bisogno di parlarne: quando vuoi che sia per sempre lo sai.

Se ad indossare il cappotto blu, però, fosse stata Anna, l’avrei potuta baciare, certo, e dopo tre mesi avremmo potuto decidere che sarebbe stato bello addormentarsi tutte le notti nello stesso letto, così com’è successo con Matteo: ma non avrei potuto dirle, una domenica mattina – ma perché non ci sposiamo? Perché lei mi avrebbe risposto, sarebbe bellissimo, ma non possiamo.

Se a tenere un libro sotto il braccio, però, fosse stata Beatrice, l’avrei potuta baciare, certo, e avrei potuto portarla a Verbania a conoscere i miei genitori e mia madre le avrebbe preparato le cotolette e mio padre le avrebbe fatto un sacco di domande, così com’è successo con Matteo: ma non avrei mai potuto disegnare con lei gli inviti per il nostro matrimonio, perché sarebbe stato bellissimo, sposarci, ma non avremmo potuto.

Se a portarmi a mangiare al ristorante indiano, però, fosse stata Claudia, l’avrei potuta baciare, certo, e avrei potuto ascoltare i vicini di casa raccontare di quando lei era piccola e abitava nella stessa casa in cui adesso abitiamo noi, immaginandola con le ginocchia sbucciate come me e le guance rosse: ma non avrei potuto dirle sì davanti alle nostre famiglie, così emozionata da non accorgermi neanche delle lacrime dei miei genitori seduti dietro di noi.

Se a parlare di “per sempre”, però, fosse stata Diana, l’avrei potuta baciare, certo, e avrei potuto pensare che non c’era bisogno di parlarne perché lo sapevo, che volevo che fosse per sempre, e sapevo che anche per lei era così: ma prima o poi ci saremmo rese conto di essere sole col nostro amore, che per noi era per sempre ma per il resto del mondo no. Non avrei potuto sentirmi chiamare moglie, non avrei potuto sapere che mia madre, alle sue amiche, dice che non ci sperava più ma che bello, che alla fine mi sono sposata; non avrei potuto avere la certezza che se un giorno non ci sarò più c’è stato qualcosa – una cerimonia, un rito, una trascrizione – che ha reso indelebile quello che c’è stato e che nessuno può cancellare.

Non volevo mica sposarmi, e però l’ho potuto fare e l’ho potuto fare per caso; l’ho potuto fare perché quel giorno, ad aspettarmi all’angolo della strada al freddo, c’era Matteo e non Anna, Beatrice, Claudia o Diana – perché le guance del mio amore sono ispide e non morbide, perché il destino o chi per lui ha fatto innamorare dei miei stessi film un uomo e non una donna.
Non me la posso prendere col destino, ma me la posso prendere con chi fa le leggi: perché ci sono tante Chiare che dicono di non volersi sposare, cambiano idea, si sposano – ma ce ne sono altrettante che lo dicono perché sanno di non potere, e non potere, spesso, si trasforma in non volere; ce ne sono altrettante che, anche quando cambiano idea, non possono farlo; non è giusto, e quando una cosa non è giusta ci vuole qualcuno che la cambi, e lo faccia in fretta.

Non voglio essermi potuta sposare per un gioco del caso: il mio amore vale più di così – e vale più di così sia che mi voglia sposare con Matteo, sia che mi voglia sposare con Anna.

Noi parliamo d’amore

Ieri mattina ho ricevuto un messaggio dalle fantastiche donne del Collettivodonnematera. Mi chiedevano di scrivere qualcosa in risposta alla mozione presentata al Consiglio regionale della Basilicata a firma del consigliere regionale Aurelio Pace.
Ho aperto il blocco note e ho scritto:

Quando ero piccola la teoria del gender non esisteva. C’erano altri mostri – le piogge acide, la nuvola di Chernobyl, le siringhe nei prati; ogni epoca ha i suoi spauracchi. Finisci il minestrone o ti mando la teoria del gender!
Parlo di quando ero piccola per raccontare una cosa che mi è venuta in mente leggendo la mozione presentata nei giorni scorsi nel consiglio regionale della Basilicata.
A quattro anni ho deciso che, per Carnevale, mi sarei vestita da Re Artù. Non da Ginevra, non da principessa o fata o quel che si usava all’inizio degli anni Ottanta, ma da Re Artù.
Siccome la teoria del gender non esisteva, mia mamma non ci ha trovato niente di strano. Non è stato facile trovare un vestito da Cavaliere della Tavola Rotonda, ma le ho volentieri creduto quando mi ha mostrato un completo da paggio con tanto di cappello piumato. Rosso.

Poi sono tornata a rileggere la mozione. E mi sono resa conto che non so bene cosa dire.
Perché come si fa a rispondere a chi chiede che non venga introdotta nelle scuole una cosa che non esiste?
Come si fa a rispondere a chi dice che raccontare che esistono famiglie composte da due mamme o due papà “indirettamente” invita i bambini a “scegliere il proprio genere”, sottintendendo che se ci sono due mamme o due papà uno dei due deve per forza portare la gonna e l’altro i pantaloni?
Come si fa a rispondere a chi dice che questo tipo di insegnamento “oggettivamente confonde e ferisce la crescita e l’innocenza dei bambini”, quando in questa affermazione non c’è niente di oggettivo?

Mi sembra che chi si scaglia contro la fantomatica ideologia del gender tenda a fare un po’ di confusione, ad auspicare un mondo in cui ci si vesta di rosa o di azzurro a seconda di quello che si ha in mezzo alle gambe, che invece c’entra molto poco con i colori che si vogliono indossare, con le carriere che si vogliono intraprendere, con la vita che si vuole vivere.
La bellezza delle differenze che viene ricordata nella mozione non può essere relativa solo a certe differenze, e ad altre no. Non siamo complementari solo quando possiamo incastrarci come i pezzi di un puzzle: pensare che gli esseri umani siano solo questo ci riduce a peni e vagine fatti gli uni per le altre, rigorosamente a scopo procreativo. E io – non so voi – penso di essere molto di più di una vagina con una donna intorno.

Loro non sanno parlare che di sesso. Noi parliamo d’amore. Non è forse questo il punto?

(Nel frattempo Angela Blasi della Commissione Regionale Pari Opportunità della Basilicata ha risposto così).

Che lavoro fai? L’ideologa del gender

ideologa del gender

Io non lo so bene cosa voglia dire, famiglia tradizionale. Quella in cui sono cresciuta probabilmente lo è: mamma (chissà perché viene sempre da metterla per prima), papà, sorella, un cane prima e due gatte poi.
A un certo punto mi sono sposata, un po’ fuori tempo massimo, mi viene da dire, anche se di sicuro c’è chi si sposa più tardi (e c’è chi non si sposa mai, magari perché non può, ma di questo forse parleremo un’altra volta). Non so se però la mia – quella composta da lui, da me e dal gatto – sia una famiglia tradizionale. Ci manca quel figlio virgola trentanove, ma adesso inizia a dirsi child-free anziché childless e allora forse va bene così.

Il sabato mattina io e mia sorella dovevamo spolverare tutte le mensole e i mobili, spostando la statuetta della damina che suona il violino e il porta-caramelle di cristallo, mi raccomando; poi mio padre passava l’aspirapolvere e lavava i pavimenti, così almeno il sabato la mamma si riposa, anche se c’è la spesa da fare e allora forse si riposerà la domenica.
Se prendevamo un brutto voto, ci sgridava il papà. Se ci innamoravamo, andavamo a parlarne con la mamma. Se tornavamo a casa in ritardo, era il papà a venirci a cercare. Se avevamo la febbre, era la mamma ad appoggiarci le labbra alla fronte.

Di lavoro faccio l’ideologa del gender – adesso si dice così, no? Ormai i lavori non hanno più i nomi di una volta, e spiegarli ai genitori è un casino. Social-media manager, project coordinator, account manager e così via. Però ve lo voglio raccontare, cosa fa di lavoro un’ideologa del gender – così magari riesco anche a spiegarlo meglio ai miei genitori tradizionali che poi quando gli amici chiedono, e la Chiara? Non sanno mai bene cosa dire.

Purtroppo non lavoro mai con i bambini delle scuole materne o delle elementari, di solito solo con gli studenti delle scuole superiori e con quelli delle università, ma credo vada bene lo stesso perché, solo a maggio, mi è successo due volte di ricevere una telefonata la sera prima di un incontro a scuola.

– Pronto? Parlo con Chiara?
– Sì, sono io, mi dica.
– Eh, purtroppo per domani non se ne fa più niente – ci dispiace un sacco, eh? Ma magari programmiamo un nuovo incontro a settembre, con calma, e invitiamo anche qualcuno che faccia il contraddittorio.

A fare l’ideologa del gender ho cominciato seriamente un paio d’anni fa, avevo già trentaquattro anni. Quando la mia tradizionalissima mamma aveva la mia età, all’ufficio di collocamento (una volta i centri per l’impiego si chiamavano così) le dissero che era troppo vecchia per rimettersi a lavorare. Le mamme tradizionali magari lavoravano da giovanissime, poi facevano un figlio o due e smettevano di lavorare anche se poi lavoravano lo stesso, perché io tante lavatrici quante ne faceva lei non le ho mai fatte, per dire.

Non è che ci sia una giornata tipo, a fare l’ideologa del gender, e neanche gli studenti sono tutti uguali. Ci sono quelli che quando arrivi sono felici, ci sono quelli che dicono, eh, ma che palle, ma le sappiamo già queste cose e poi non siamo mica omofobi, e poi ci sono quelli che iniziano a urlare “gay di merda” dal fondo dell’aula e tu devi far finta di niente perché non sta bene, insultare chi ha vent’anni meno di te.

Ecco, se c’è una cosa che devi per forza imparare, se vuoi fare l’ideologa del gender, è che devi avere la pazienza di un santo. Perché gli adolescenti sono adolescenti e, per definizione, vogliono farti incazzare.

Me la ricordo proprio, quella sensazione, quella di voler far incazzare gli adulti. Un misto di orgoglio, paura, superbia – l’attesa della reazione che non fa in tempo a iniziare e ti sei già un po’ pentita se sei una ragazza come me, cresciuta in una famiglia tradizionale a pane e sensi di colpa, ma erano altri tempi e anche le famiglie tradizionali erano diverse, mi sa, ma è solo una supposizione: in fondo io insegno che la famiglia tradizionale non è che esiste, glielo dico proprio: la famiglia tradizionale non esiste, e mi faccio raccontare in che famiglie vivono loro e sono tutte così diverse che lo capiscono subito, che ho ragione.

Poi mi faccio raccontare altre cose. Tipo, chiedo loro se hanno dei segreti che se ci pensano, e pensano alla faccia che farebbero i loro genitori se li scoprissero, si sentono torcere le budella. Loro fanno sì con la testa. Ecco, gli dico, adesso sapete cosa prova un ragazzo gay, una ragazza lesbica, quando deve fare coming out. Oppure gli chiedo di quando si sono innamorati, se sentivano quella cosa che avresti voglia di correre in cima a un palazzo altissimo, prendere un megafono e urlare il loro amore. Alcuni sorridono, altri arrossiscono, altri ancora si imbarazzano un po’ e piegano la testa e si nascondono nel cappuccio della felpa. Ecco, gli dico, e allora perché se sei gay questa cosa non la puoi fare? Perché in fondo il coming out è anche questo, gridare il proprio amore da un megafono.

Il mio primo fidanzato si chiamava Michele e ci siamo scambiati solo un bacio a stampo. Però quando mi accompagnava a casa dopo le riunioni degli scout e mi teneva per mano – e avevamo le mani sudate anche se era inverno – avrei voluto che il tempo non si fermasse mai.

Faccio l’ideologa del gender e, se dovessi riassumere in poche parole in cosa consiste il mio lavoro, direi: parlare coi vostri figli e con le vostre figlie, ascoltarli. Ascoltarli, soprattutto, perché il mondo sta cambiando così in fretta che neanche noi ideologi del gender riusciamo a restare al passo. Quando arrivo in una scuola la reazioni sono sempre diverse, ma quando me ne vado si assomigliano un sacco: mi dicono grazie e spesso mi chiedono dei consigli, che non hanno niente a che fare con l’essere gay o lesbiche o bisessuali ma hanno tutto a che fare con l’avere quindici, sedici, vent’anni e ritrovarsi ad avere dentro delle cose enormi che non sanno a chi dire. Perché voi, cari genitori tradizionali, mi sa che i vostri figli li ascoltate poco.

Totem e tabù

Dicono che la RAI si sia rifiutata di mandare in onda uno spot promosso dal dipartimento per le Pari Opportunità per insegnare ai suoi fruitori il significato di un’ulteriore parola, che qui giocherà un ruolo importantissimo, e che si chiama rispetto.
Dicono che la decisione di non mandarla in onda sia nata dalla presenza di due parole che, sembrerebbe, alla RAI non vanno bene.

A me questo potere delle parole e sulle parole spaventa un po’: è un potere magico, e non dico magico pensando a Harry Potter che rompe anni di silenzio pronunciando finalmente il nome di Voldemort, dico magico perché mi viene in mente una cosa da psicologi che però ve la spiego da persona, così siamo sicuri tutti di capirci. Non è che le parole proibite se le sono inventate a Hogwarths, d’altra parte. Sono sicura che ne avete anche voi.

Quando ero piccola non potevo pronunciare ad alta voce almeno due set di parole: quelle che avevano a che fare con la malattia e con la morte, come se ad averle sulla lingua si facessero partire rapidi processi degenerativi che mi avrebbero potuto, nel giro di pochi giorni, portare alla tomba; e quelle relative all’anatomia maschile e femminile umana, come se fosse l’ultimo passo prima di ritrovarsi improvvisamente adulti e infelici e con la certezza di avere tradito i miei genitori che sognavano per me un lungo e brillante futuro da bambina.

Io sto cercando di immaginarmi di quale potere magico i tipi della RAI abbiano caricato le due parole che non vogliono pronunciare: gay, lesbica. MI ritorna in mente una crudele cantilena dell’asilo che faceva, più o meno, così: chi lo dice sa di esserlo… è questo il problema? Se lo spot venisse trasmesso il signore e la signora RAI si troverebbero a rimettere in discussione il proprio orientamento sessuale?

Oppure ancora, torniamo indietro nel tempo, a quando Dio (che di nomi impronunziabili ne sa più di me, te e la RAI messi insieme) stava creando il mondo. Il mondo è stato creato un po’ dalle mani di Dio, un po’ dal suo fiato e un po’ dalla sua fantasia, ma ancora di più dalla sua capacità di attribuire i nomi alle cose. L’uomo, se non si fosse chiamato uomo, sarebbe ancora una paletta di fango, e non ci sarebbero state costole per procedere alla creazione della donna. La mia seconda ipotesi quindi è che, in un delirio di onnipotenza, il signore e la signora RAI credono che tutte le persone piazzate di fronte al televisore a guardare un quiz di Carlo Conti (o uno show di Carlo Conti, o una televendita di Carlo Conti, o tutte quelle cose che fa Carlo Conti su RAI1 quando non c’è il Papa di mezzo), sentendo pronunciare “gay” e “lesbica” si sentissero così come ci si sente quando si ode il nostro vero nome per la prima volta. Tempo dieci minuti e le poltrone sarebbero vuote, i locali pieni, ogni giorno sarebbe un Gay Pride e Carlo Conti perderebbe il lavoro (e forse anche il Papa).

C’è un altro pericolo ancora, che mi sovviene – più subdolo. E se, tra una scossa e una ghigliottina, la famiglia italiana seduta intorno al tavolo apparecchiato sentisse le due parole proibite, e si accorgesse dell’esistenza di parole proibite, di tutto quello che nascondono… se la famiglia italiana cominciasse a pensare? Poi mi sono svegliata.