Shelley’s Party

L’orso la guarda vitreo, appoggiato sul cuscino. Lei si mangia le unghie smaltate di azzurro, l’orecchio teso ad aspettare il cigolio della porta.
Quando c’era la mamma, il papà, entrando, fischiava.
Tiene la schiena dritta, vuole mostrargli tutti i suoi centimetri anche se da quando la mamma non c’è più lui dice sempre di sì, alla fine. A volte però la fine sembra troppo lontana.
Posso?
No.
L’orso sembra sul punto di fare una capriola, lì dove l’ha lanciato. Lei morde il cuscino cercando di forzare le lacrime. Bastardo, pensa, senza il coraggio di pronunciare la parola che esplode e sibila tra i denti come un peccato.
Va bene, non piangere, però.
L’orso è seduto alla scrivania sulla quale non ha fatto i compiti. L’aria calda del phon diffonde il profumo dello shampoo. Albicocca. Entra in cucina, il padre è ingobbito sulla minestra che si sta raffreddando intorno al cucchiaio.
Vado.
Mi raccomando.
Cosa?
Silenzio.
Sì, cia’ – non finisce neanche il saluto che si dissolve mentre gira le spalle,
Porta Leo.
Cristo, pensa. Non lo dice, affonda i denti nel lucidalabbra. Ciliegia.
Dai.
L’orso è appallottolato nello zaino, nascosto sotto al pigiama che non indosserà.

[continua qui]

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Ranocchia

Tutti la chiamano Ranocchia: nemmeno io conosco il suo vero nome. Ha i capelli verdi, raccolti in due codine.
Quando è nata, aveva già questo prato di smeraldo a colorarle la testa: dicono che la madre chiuse gli occhi per non vederla, le fece subito un cappellino all’uncinetto per nascondere quello che chiama uno strano scherzo della natura.
Non ha molti amici, Ranocchia: quando entra in classe, i suoi compagni sgomitano e parlano tra loro, attaccano chewing-gum alla sua sedia, disegnano rospi sul suo banco. Ha un solo amico, per la precisione: Muco.
Muco non si chiama Muco per davvero, e vi lascio immaginare il perché del soprannome. Il primo giorno di scuola, la maestra li ha fatti sedere vicini: Muco si è pulito il naso con la manica del grembiule, poi le ha sorriso e le ha regalato una biglia.
Al battesimo, il prete si sentì male nel momento in cui il padrino scoprì la testa di Ranocchia per permettere all’officiante di versarle sulla fronte l’acqua benedetta: dicono che, quando rinvenne, dovettero dissuaderlo dal chiamare un esorcista.
Ranocchia e Muco tornano sempre a casa insieme, dopo la scuola, e parlano tanto: una volta Ranocchia ha detto a Muco che avrebbe voluto vivere in una delle favole che aveva letto nel libro con la copertina blu, quella della principessa con i capelli lunghissimi e biondi. Muco non le ha risposto, ha solo fatto sì con la testa pulendosi il naso nella giacca: a lui i capelli verdi piacciono, una volta si è fatto lo shampoo con le tempere e la madre l’ha immerso nell’acqua bollente strigliandolo fino a farlo diventare rosso.
Il nonno portava sempre Ranocchia ai giardinetti, per farla giocare con gli altri bambini: dopo un po’, iniziò a portarla con sé all’osteria, perché le mamme gridavano e i figli piangevano appena Ranocchia si avvicinava. Così Ranocchia aveva tanti nonni, ché a loro non importava il colore della sua chioma: avevano fatto la guerra, loro. Le regalavano biscotti, la facevano sedere sulle ginocchia mentre giocavano a carte e bevevano vino.
A Muco piace passare il pomeriggio con Ranocchia: fanno i compiti insieme, e lei è davvero brava, riesce sempre a risolvere i problemi. Poi giocano, e anche qui, Muco pensa che Ranocchia sia imbattibile: inventa sempre un sacco di giochi fantastici, e non ha paura né di arrampicarsi sugli alberi né delle lucertole.
Per il quinto compleanno di Ranocchia, il nonno decise di regalarle un cane: dopo aver mangiato la pastasciutta al sugo, andarono insieme al canile. C’era un canino nero che se ne stava in un angolo, con la coda tra le gambe e le orecchie basse. Ranocchia gli si avvicinò subito, gli disse: – Ulisse! . Il canino si avvicinò scodinzolando, ed entrò a fare parte della famiglia di Ranocchia.
Ranocchia e Muco stanno sempre insieme, all’intervallo. Gli altri bambini giocano a palla nel cortile, mentre loro se ne stanno sulla panchina a mangiare un panino al prosciutto e a leggere i libri che Ranocchia prende in prestito dalla biblioteca. Ogni tanto gli altri bambini li fanno giocare con loro, tirano la palla di cuoio sulla schiena di Muco e Ranocchia, con un calcio preciso, fa goal: poi però ricominciano a leggere, oppure chiudono il libro e Ranocchia racconta delle favole ancora più belle.
Oggi Ranocchia compie sedici anni. Si è fatta il buco al naso, per festeggiare. Da piccola, aveva deciso che a sedici anni si sarebbe tinta i capelli di biondo, come quella principessa: ma ha cambiato idea, anche perché adesso i capelli verdi vanno di moda, e tutti pensano che sia veramente in gamba. Ha finito la versione di latino, e deve portare Ulisse a fare una passeggiata, prima che cominci a pisciare sui tappeti: è vecchio ormai, Ulisse, ma corre ancora e vuole giocare.
Quando tornano a casa, c’è un panino al prosciutto appoggiato sullo zerbino, insieme a un vecchio libro con la copertina blu: Ranocchia si inginocchia per prenderlo, una ciocca di capelli verdi le cade davanti agli occhi. Toglie il guinzaglio a Ulisse, si siede sui gradini davanti a casa e inizia a leggere mangiando il panino: sorride. Due mani le coprono gli occhi, Ranocchia si gira di scatto e vede un ragazzo che sembra Muco, però meglio.
– Auguri principessa.

Cicatrici

Posizione:
appena sotto l’occhio sullo zigomo destro, secondo alcuni biografi, sullo zigomo sinistro, stando ad alcune fotografie, che forse mi ritraggono al rovescio, come lo specchio.

Cause:
Le parole sono formiche che scavano la pagina e si muovono veloci, si incrociano e si separano e riempiono i margini e poi il centro; cerco di fermarle, punto i polpastrelli qui e qui e qui e qui e mi restano attaccate alle dita. Chiudo il libro. Spengo la luce. Le formiche continuano a corrermi sulla retina, capovolte, se chiudo gli occhi le sento brulicare dietro le palpebre, cristo, mi alzo di scatto e strappo i fogli uno dopo l’altro per non strapparmi i bulbi dalle orbite, lo specchio di fronte al letto mi ruba l’immagine e l’anima, ha una cicatrice sulla guancia, io non ho cicatrici, vedo il futuro – sto ancora gridando quando mia madre mi infila in bocca due dita salate e una pastiglia, le mordo, è il mio turno, le mordo finché il sale non diventa ferro. Mammina, mammina carissima.
Sono stata la più brava e la più bella, ho baciato con le labbra strette e le gambe serrate non perché nessuno le dischiudesse ma per sentire il calore della carne contro la carne, anche la mia, anche la mia. Te lo direi, te lo dirò, ma non ora, non ora: la lingua mi cresce tra le guance che collassano su se stesse, dormono le formiche e dormono le parole, dormi, mi dice mia madre, non posso fare altro che dormire.
La prima volta di lampi blu tra le tempie. Aspetto di restare a casa da sola, lascio un biglietto, vado a fare una passeggiata. Mi scavo un buco nella cantina, mi infilo, richiudo l’entrata – non sento le schegge del legno entrarmi le dita, bevo pastiglie e cado senza ricordo e qualcosa mi strappa la faccia, la crosta di terra e di sangue mi acceca. Non sento le voci chiamare il mio nome, non sento le mani frugare le assi e cercarmi e trovarmi, quando mi sveglio e non vedo penso di essere morta, mia madre dice, sei viva: rinasco.

Conseguenze:
Ho lasciato che una ciocca di capelli mi cadesse sul viso a coprirla come un sipario, l’ho trasformata in uno spettacolo a pagamento. L’ho tramutata in poesia, e lui, dopo avermi pagata, ha fatto lo stesso, trasformandola nel mio nome segreto.

qui l’ebook a cura dei tipi di Barabba Edizioni, una casa editrice che non esiste e che pubblica libri gratis. Pensa te che matti.

Istruzioni per incontrarci subito nella prossima vita

Senti, dico io, tenendoti la mano tra le mie, aspetto che tu mi faccia un cenno per dirmi se mi stai ascoltando, se hai voglia di ascoltarmi. Hai gli occhi chiusi, ma capisco lo stesso se sei altrove o se sei con me. È solo una questione di angoli delle labbra, del modo in cui si piegano, e resisto all’urgenza di abbassarmi e darti dei piccoli baci proprio lì, dove finiscono le labbra e inizi tu. Sei con me.
Inizio a parlarti.
Ho un piano, ti dico, un piano per incontrarci subito nella prossima vita, ti spiego, e non è vero che ho un piano, non so neanche se ci sia una prossima vita, e se anche ci fosse non ho idea di come funzioni, magari io nella prossima vita sono un gatto e allora sarebbe bello se tu fossi ancora una persona, così mi troveresti in uno scatolone lungo la strada tornando da scuola, in mezzo ad altri tre o quattro gatti, ma mi riconosceresti e mi prenderesti per la collottola e io non mi ribellerei, inizierei subito a farti le fusa, mi addormenterei ogni sera sul tuo cuscino e la mattina ti sveglierei leccandoti gli occhi.
Non ti parlo dei miei dubbi sul mio piano. Metti che sono una zanzara e ti vengo a cercare e mi schiacci. Metti che sono un’erbaccia e continuo a crescerti nel prato e tu continui a strapparmi. Meglio pensare che saremo entrambi la stessa cosa – chissà, la prossima volta magari riesco a ricordarmi come funziona, la scelta, l’attribuzione, e so darti istruzioni anche su questa parte. Per ora mi limito a pensare che la vita ce lo deve, farci essere la stessa cosa nella prossima vita, e io vorrei che fossimo di nuovo persone, ma va bene anche gatti, anche erbacce, la cosa importante è riuscire a trovarsi, a trovarsi subito.
L’ideale sarebbe essere persone perché così potremmo usare una parola, per riconoscerci. Un codice segreto. Magari anche le erbacce hanno il loro codice segreto, ma non ricordo la mia vita da erbaccia, ricordo solo questa, da persona, e neanche tutta, neanche bene.
Vorrei che mi dicessi, sei scema, abbiamo tutto il tempo del mondo, pensiamoci poi, alla prossima vita, ma so che adesso pensi che sia troppo tardi, per questo sto cercando di darti le istruzioni per incontrarci subito, per incontrarci subito nella prossima vita, ma non parli. Allora mi dico che comunque ho tempo per darti le istruzioni, posso aspettare ancora un po’, e mi abbasso e ti do dei piccoli baci agli angoli delle labbra, nel punto in cui le labbra finiscono e inizi tu. Ti do dei baci profondi dove finiscono le labbra e inizia il tuo centro, e vorrei che la lingua ti arrivasse fino al cuore per lavarlo del nero, mi aggrappo alla tua maglietta perché voglio naufragare con te.
Ci accarezziamo le facce con le ciglia. Ci accarezziamo le facce con i nasi. Ci accarezziamo le facce con le parole. Ti infilo le mani sotto la maglietta, intreccio le dita strette sulla tua schiena, così sarai costretto a portarmi con te ovunque tu vada.
Ci diamo appuntamento, ti dico. Per non dimenticarci la data e l’ora ce la disegnamo adesso sulla schiena, io sulla tua, tu sulla mia, ti dico. Il tempo cercherà di cancellarle, ma resteranno i nei da unire nell’ordine giusto, ti dico. Il posto, il posto lo scegliamo poco affollato, per essere sicuri di trovarci, ti dico. Tu mi dici che magari nel frattempo ci costruiscono un centro commerciale o qualcosa del genere. Io ti dico che hai ragione. Tu mi dici che mica possiamo metterci a controllare le schiene di tutti. Io ti dico che hai ragione. Tu mi stai per dire qualcosa ma ti fermo con un bacio, ti dico, aspetta. C’è una cosa che non cambia mai. L’odore non cambia mai, ti dico. E allora ci troviamo in quel posto, in quel giorno, a quell’ora, e ce ne andiamo in giro annusando l’aria. Inciamperemo l’uno nell’altra e ci saremo trovati e non ci perderemo più.

Manivista

Per vederti devo coprirmi gli occhi con le mani. Per vederti devo tenere chiusi gli occhi e guardarti con i palmi. Per vederti devo coprirmi gli occhi con le mani e se ti coprissi anche tu gli occhi con le mani e ci appoggiassimo, mani contro mani, ci vedremmo come siamo veramente, perché saremmo così vicini da sentirci la pelle nel naso, perché saremmo così vicini che ci tremerebbero le gambe all’unisono.
Per vederti devo togliermi gli occhiali, altrimenti non posso coprirmi gli occhi con le mani. Un po’ mi dispiace, perché ci sono dei giorni in cui, con gli occhiali, mi sembra di essere più bella, ma forse è solo un’impressione, la mia, e forse se mi guardi con le mani sugli occhi sembro bella anche a te, sembro bella lo stesso, occhiali o non occhiali.
Una volta ero bella dentro e fuori poi invece adesso solo dentro però con le mani sugli occhi forse dentro si vede meglio ed è abbastanza.
Non si può restare sempre con le mani sugli occhi. A restare sempre con le mani sugli occhi poi si finisce per non poterci fare nient’altro, con le mani. Abituiamoci a vederci così, con le mani, e poi tenendo gli occhi chiusi, senza sbirciare, io copro i tuoi occhi con le mie mani e viceversa. In questo modo cominciamo anche a toccarci. In questo modo tu diventi i miei occhi e io divento i tuoi. E tu ti stupiresti, vedendoti con le mie mani, di quanto ti vedo bello. E io mi stupirei, vedendomi con le tue mani, di quanto mi vedi bella.
Poi non ci basterebbe più, toccarci le mani, toccarci gli occhi, e allora dovremmo comprare degli occhiali diversi da quelli che mi fanno sentire più bella, quando li indosso – degli occhiali a forma di mani, così potremmo anche passeggiare, o abbracciarci. Gli occhiali a forma di mani sono a forma di mani e in mezzo hanno un buco per gli occhi.
Ci guarderebbero tutti pensando che siamo strani, con gli occhiali a forma di mani – non lo sanno mica, tutti, che ci siamo conosciuti così, vedendoci con gli occhi chiusi, vedendoci con gli occhi chiusi e guardandoci con i palmi. Cosa ne sanno, loro, tutti. E allora, le mani, ce le porteremmo alla bocca, come quando si ride forte, o magari facciamo che non ce ne importa, di ridere forte senza coprirci la bocca e ridiamo forte stringendocele, le mani, che ci vedano pure l’ugola, i denti, la lingua, che ci vedano la gola, le tonsille, che ci vedano il palato – noi li guardiamo da dietro i nostri occhiali a forma di mani, poi ci guardiamo negli occhi e smettiamo di ridere e ci sorridiamo, come quando si nasconde un segreto troppo bello da mettere in parole.

[E ancora grazie a Nina per l’illustrazione e per l’ispirazione]