Frammenti di un discorso (amoroso e altro)

Sto leggendo un libro che parla di un altro libro che ho letto tanto tempo fa, dovrei averlo da qualche parte in libreria o forse l’ho letto così tanto tempo fa che è rimasto in un’altra casa, che è un po’ come dire in un’altra vita, ed è un esperimento interessante, leggere un libro che parla di un libro che hai letto, perché vedi delle cose che non hai visto, e magari se rileggessi adesso quel libro che ho letto tanto tempo fa le vedrei comunque da sola, quelle cose, perché prima non mi assomigliavano ma adesso sì, e dire che il libro che parla di un altro libro l’ho iniziato per caso, perché non riuscivo a dormire ed ero curiosa e non avevo idea che parlasse di quell’altro libro che avevo letto, non in questo modo.
Che poi è sbagliato dire che il libro parla di quell’altro libro, in realtà lo cita alcune volte ma credo che presto lo abbandonerà, magari per un altro libro che ho già letto o per un libro che non ho mai letto o per i personaggi che in certi momenti mi sembra di starmi leggendo, tipo che non mi sorprenderei, a un certo punto, se il libro iniziasse a parlarmi, o a parlare di me, che poi in fondo è la stessa cosa, in un certo senso, sicuramente quando si tratta di libri ma forse anche quando si tratta di persone, quelle che ti parlano, di volta in volta – e quando dico: parlano, non intendo che aprono la bocca e ne fanno uscire parole, intendo che fanno uscire certe parole che sono quelle adatte a quel momento particolare, e alcune lo fanno sempre, altre non lo fanno mai, altre ancora lo fanno in un certo momento e poi smettono ed è così che ci si perde, anche se ci sono così tanti modi per perdersi che ci potrei scrivere un libro, mi sembra di essere diventata un’esperta, in un certo senso, ma forse la verità è che sono un’esperta nel perdermi, più che nel perdere, o nello sparire senza lasciare tracce, anche se c’è chi dice che le tracce le lascio, e sono solchi, ma non ci credo.
Sto dicendo un sacco di cose inutili, invece di fare il discorso che vorrei fare, perché per farlo dovrei parlare di un certo tipo di solitudine che fa male già solo a pensarla, figuriamoci a scriverla – dicono che solo i bambini credono in certe cose, tipo la magia, in tanti tipi di magia, tipo la capacità di fare accadere certe cose soltanto pensandole, o scrivendole – io credo, anche se non sono una bambina, che certe cose diventino più vere, una volta scritte e, di conseguenza, pericolose, come se potessero uscire dal foglio, nere e spigolose, e circondarmi, pungermi, soffocarmi.
E allora ci sono cose che non scrivo mai, perché finché restano pensieri sono come nuvole di fumo, e basta infilarci dentro un dito per disperderle; se le scrivessi e provassi a infilarci il dito diventerebbe nero e poi diventerebbe nera la mano e il braccio e diventerei la cosa che mi fa paura o ne verrei divorata. Una cosa del genere.

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Un’ora sola ti vorrei

Di tutte le cose che vorrei ricordare mi viene in mente questa: da un certo punto in poi, se sbagli, sei fottuto. Faccio finta che tu me l’abbia detta mentre eravamo in quel prato, spegnendo il mozzicone col tacco, ma la verità è che me l’hai detta tante, troppe volte, e di certe ricordo benissimo l’ambientazione e il tuo sguardo che sembrava non avere paura come se in fondo non ci credessi neanche tu, a quello che stavi dicendo, e io allora pensavo davvero pensavo che fossi convinto dell’esistenza delle seconde possibilità, e se ho iniziato a crederci forse è stato anche per questo.
Quando ci vedevamo mi facevi notare i segni del tempo anche se non ce ne sarebbe stato bisogno, mi ricordo quell’anno in cui sei invecchiato di colpo e quasi mi sono spaventata, a vederti, fino a quando non mi hai allungato un invito, mi hai detto – per la prima volta, questa era un’altra frase che mi ripetevi spesso – adesso ti tocca prendere l’aereo, anche se sapevi benissimo che non l’avrei mai fatto, o almeno, non ancora. Non l’ho buttato via, quell’invito. È nella scatola a forma di cuore, quella che non apro quasi mai e adesso mi viene da pensare che è colpa mia, che tutte le cose che metto nella scatola a forma di cuore vanno a finire male. Però per un momento ci ho creduto, quando ho visto le fotografie e ho riso pensando a un lieto fine che non c’è stato.
In fondo ci siamo conosciuti nella tragedia. Non era la tua, non era la mia, ma ci eravamo ritrovati entrambi in quell’incidente di cui non si ricorda nessuno, di cui ti ricordavi tu e me l’hai insegnato, insieme a tante altre cose.
Stavo per dire che quello è l’unico film che abbiamo visto insieme, e mi avevi raccontato che la prima volta eri stato male e ti chiedevi se avrei avuto il coraggio di guardarlo tutto, di guardarlo tutte le volte in cui l’ho visto ma in fondo lo sapevi che sì, eri tu a credere in me tutte le volte in cui io invece proprio non ci credevo, ma poi mi è venuto in mente che no, non è vero, ne abbiamo visto un altro e adesso che me ne sono ricordata non lo guarderò mai più, per non nutrire ulteriormente questo dubbio che ho. Più tardi, quella sera, ho fatto dei disegni, e te li sei voluti portare via – stavi partendo e mi avevi detto che saresti tornato, ti eri addirittura informato sugli affitti lì in zona e poi quel progetto però non si è mai realizzato, e se mi è dispiaciuto prima, figuriamoci adesso.
Prima di partire mi hai detto di avere un unico talento, ed è vero che ce l’avevi, quel talento lì, ma non era mica l’unico. Ho cercato di spiegartelo ma non ci sono riuscita, un po’ perché eri sempre di corsa, un po’ perché, forse, non hai voluto ascoltarmi.
L’ultima idea che mi avevi proposto aveva a che fare con un ponte. Lo so che questo non era quello che avevi in mente, ma facciamo che è il nostro ponte, mentre io cerco di smettere di credere alla storia che mi racconto, che con tutte le cose che hai fatto, con tutte le volte che mi hai stupita, figuriamoci se non lo fai anche stavolta, stupirmi, e ritorni.

Canzone allo specchio

Mi chiede: ma è vero che se io le racconto le mie cose poi lei mi può spiegare cosa sento? Me l’ha detto una mia amica, e io non so come rispondere e sorrido come quando non so come rispondere e adesso che ci penso non riesco a ricordare come ho gestito la situazione – è come negli incidenti o nelle emergenze, l’istinto prevale sulla ragione che ci porterebbe a una risposta di fuga e finiamo – finisco – per muoverci in modo automatico e senza sentire stanchezza fino a quando, tornati in noi, l’adrenalina evapora e resta il torpore che inizia ad avvolgere i ricordi trascinandoli altrove nella coscienza.
Pensavo che il fatto di possedere parole ed esperienze per costruire significati intorno alla tristezza complicasse le cose tessendo le tele in cui resto impigliata per giorni ma adesso non riesco a capire se il fatto di essere in grado di dare dei nomi alle cose non sia piuttosto una rete nel vuoto, un riparo.
Quando inizia a piangere stringe le sopracciglia disegnate a matita e imbroncia le labbra, le gocce le scivolano rotonde sul maglione sintetico e scordato e ricordo di avere finito i fazzoletti per via del raffreddore, mi scuso mentre lei si scusa per le lacrime e insieme diciamo, non importa – non so perché mi sfogo, aggiunge, la rassicuro dicendole, è normale, la guardo aprire la borsa e abbassarsi sulla bocca di finta pelle per soffiarsi il naso nella sciarpa e fingo di prendere appunti nascondendomi dietro allo schermo per vincere l’impulso di inginocchiarmi di fianco alla sua sedia per prendere la sciarpa, lavarla, asciugarla, stirarla, piegarla, infilargliela in borsa come nuova – per vincere l’impulso di scambiare la sua tristezza con la mia che non secerne muco.
Pensavo leggendo ieri sera al fatto che mi sembra che chiunque sappia dire ciò che provo più di quanto possa io, non c’è niente tra le frasi che mi scrivo che mi pare definirmi come invece mi ritrovo definita da chi neanche mi conosce – ma mi accorgo poi tornando dal lavoro dell’ennesima fusione nei mestieri per i quali non ho scelta – d’altra parte non avremmo certo modo di conoscerci la faccia se non fosse per gli specchi.

[2 a.m.] Please Be Patient With Me [*]

La prima volta che ho sbagliato è successo per eccesso di superbia, l’ho pagata molto cara con l’umiliazione propria di una bimba di sei anni o forse sette, abituata a tante cose che non fossero gli errori – li facevo, certo, anch’io, come quando mi sbagliavo le preghiere, le dicevo distraendomi nell’ordine che io gli avevo dato, ma corretta riprendevo poi da capo e sottovoce aggiungevo una richiesta di perdono.
Ho sbagliato tante volte che nemmeno mi ricordo, sono stata spesso ingenua, spesso ho dato molto più di quanto avessi, non mi sono mai pentita o quasi mai: che ricordi, il pentimento raramente ce l’ho avuto nelle corde, ho il rimpianto per un treno pure avendoci viaggiato, ho il rimpianto delle volte in cui non ho saputo dire adesso basta e mi pento amaramente delle volte in cui ho lasciato fosse il sangue a ribollire al posto mio che, testarda, continuavo a non volerti pur volendoti al di là di ogni altra cosa, continuavo a darti possibilità consapevole che non le meritavi – è un errore ricorrente, mi deriva dal pensiero che se io ci son riuscita posson tutti e non è vero, certe volte viene quasi da pensare che potessi solo io e è un’altra cosa che rimpiango, quella di esserci riuscita – la rimpiango solo a volte quando penso che sarebbe stato facile fallire e continuare quella vita anche se so che dirla vita è esagerato, ma eran semplici da entrare quelle porte, e ogni porta equivaleva a una vacanza, e se è vero che avrei perso qualche cosa mi domando in fondo in fondo se il guadagno, a quelle cose, non gli fosse superiore, non avere che da fingere il bisogno di un aiuto per un premio di vacanza dagli impegni – è sbagliato da pensare, ma l’ho detto, sbaglio spesso anche se poco volentieri, sbaglio spesso per eccesso di fiducia perché credo ad ogni cosa mi sia detta – ho creduto ad amicizie trasformate in tradimenti, ho creduto nell’amore fatto solo di parole – ho creduto sempre troppo alle parole, dovrei credere alle azioni, alla realtà di ogni promessa presa a cuore e poi scordata, non da me che non dimentico che ciò che non vorrei dimenticare ed è per questo che son sola – è per questo che mi trovo con la bocca che sa d’erbe, d’alcool, essenze sia d’arancia che limone che dovrebbero nascondere il sapore di molecole disciolte in acqua – dicon – depurata – non promettermi più niente, dico a tutti, non lasciarmi neanche intendere qualcosa a cui io creda fino a quando non succede che mi spezzo, come sta accadendo adesso che ho creduto in tante cose che suonavano sincere ma lo sono? No, non è sincero quello in cui ho creduto per diec’anni né la cosa in cui ho creduto per dei mesi molto lunghi e nemmeno – tu smentiscimi, se puoi – non è vera quella a cui mi aggrappo adesso – lo dovevo ben sapere che la vita non regala proprio niente, che ci sono sempre prezzi da pagare e non importa se le tasche sono vuote, se son vuote perché ti ho donato tutto,

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Mi dice, scrivi senza pensare. Mi dice, non pensare così tanto. Io cerco di spiegare che il pensiero mi è involontario, che l’analisi innaturale che compio dissezionando i miei sentimenti è l’unico processo spontaneo che ho, che se manco di spontaneità è perché ogni cosa richiede a me stessa comandi e precisazioni – e manco di automatismi che tutto richiede a me stessa uno sforzo della volontà – mi dice, non puoi essere stanca, da quanto sei sveglia? Da poco, hai dormito? Hai dormito, non basta che semplicemente mi alzi dal letto, mi muova, lo devo volere e spingere tutti questi arti pesanti impulsando la cortex che mi si assottiglia – mi devo volere al contrario per spingere in basso quel bolo che sfida la gravità dei miei tubi, che svalvola il cardias separa lo iato, mi devo volere al contrario per spingere in alto la parte di me che vorrebbe restare sdraiata per spingere il sangue che irrora gli estremi che pigro si ferma nei polsi per l’incontrastata morfosi che cambia la forma che avevo in qualcosa di adatto all’ambiente inadatto alla vita costretta dai tempi son piena di esempi cattivi di ancora peggiori consigli – quali erano gli alberi che abbracciavamo? Mi vengono: i tigli, per fare la rima, ma erano i platani oppure le querce – io son la tua merce sto alla tua mercé nel compiere l’atto di fede che dritta mi porta nel rogo – non serve che poi io mi sia liberata – io amo sia il torto che il torturatore non amo chi non torcerebbe un capello dei miei soltanto disprezzo quell’imitatore che non si accontenta dell’indifferenza ma vuole l’applauso – la voce è una sola è la mia – sù, vattene via, girandomi intorno ti accorgi di stare soltanto orbitando? E trovati un altro sistema, non vuoi la mia pena non vuoi la mia ira non vuoi che ti dica, ti ammira soltanto chi non mi conosce, non ti preoccupare, continuo a restare nascosta, disegnati pure la faccia che vuoi o disegna la mia, il tuo viso non regge i miei occhi, abbisognano ciglia salate e zigomi forti, and you ain’t the first e quegli altri son morti.

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