Marzo

Marzo è iniziato così veloce che siamo più vicini alla sua metà che al suo inizio, ormai. Marzo ha cambiato tutto, o tante cose, e vorrei lasciare una traccia di queste mutazioni ma mi riesce solo di aprire il quaderno, sfogliarlo alla ricerca di una pagina bianca, prendere appunti con una grafia minutissima e contorta che non sapevo di avere nelle dita, e se riuscissi a rileggermi mi chiederei perché ho deciso di soffermarmi solo sulle cose che mi fanno male e non su tutte le altre – su quella che ha un nome e un corpo nel quale mi avvolgo ogni sera, su quella che ha muri e una piantina con dei fiori rossi, su quelle che non hanno muri né corpo ma sono ancora impalpabili come speranze.
Ma tutti i mesi sono crudeli.
La penna mi fa male alla mano. Per questo, penso, scrivo solo parole dolorose. Ma qui, sulla tastiera, non dovrei essere finalmente libera?
Penso a tutte le prigioni dalle quali sono evasa. Mi accorgo che tutto ciò che mi riesce facilmente perde subito di valore, e non c’è cosa che non mi riesca facile se non [segue elenco di tutte le cose che non so fare e che mi sembrano indispensabili alla mia felicità, di tutte le cose che nemmeno tento di fare e che potrebbero essere indispensabili alla mia felicità. Segue il tuo nome, perché tutto con te è facilissimo e difficilissimo allo stesso tempo. Cambio idea, il tuo nome lo sposto in cima. Quello è il posto che ti sei preso, per questo amarti mi riesce meglio che scriverti].
Mi succedono cose buffe, cose tragiche, cose dolci, cose amare. Mi succedono ma è come dire: mi cadono in testa, e se fosse estate sarebbero acquazzoni ma è primavera, e si sa quando inizia a piovere e non si sa quando finisce – si sa solo che prima o poi finirà, si controllano le previsioni del tempo, si guarda il cielo dalla finestra. Sono fradicia di eventi, e il maglione mi pesa sulle braccia che non riescono a muoversi per raccontarli, e ti chiederei di strizzarmi, se fossi qui, oppure non ti chiederei niente, mi dimenticherei di avere bisogno di dire, di dirti, mi basterebbero le parole che dici e non avrei bisogno di parole mie. Fino a quando non ne avrei – non ne ho – di nuovo bisogno, perché il nome che dai al mio bisogno mi sta stretto. Fino a quando non ti avrò insegnato a scrivere, e allora, forse, capirai.

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QWERTY

Quando scrivo, scrivo con entrambe le mani. Non mi riesce di usare tutte le dita, tipo: i mignoli. I mignoli non li uso quasi mai, mi sembra che non abbiano la forza necessaria per picchiare sui tasti, soprattutto il destro, per via di una frattura scomposta di tanti anni fa.
Questa frase l’ho scritta usando solo una mano – in realtà avrei voluto scriverci tutto il post, con una mano sola, per vedere cosa cambia, perché secondo me qualcosa deve per forza cambiare, anche solo perché la velocità è diversa e ci saranno vie nel cervello che si accendono in modi diversi – lo so che non è molto professionale, da parte mia, pensare a neuroni e sinapsi e cose del genere come a certe luci di Natale, o a quei tubi fluorescenti che ogni tanto si vedono appesi ai balconi, ma alla fine la cosa importante è farsi capire, mi dico, che tanto poi qui non lo sa quasi nessuno, che dovrei saperne qualcosa di più, su neuroni e sinapsi e cose del genere – anzi, facciamo che vi dimenticate che ne abbiamo parlato.
Poi la cosa importante era quella dello scrivere con entrambe le mani e del non usare quasi i mignoli. Credo, almeno, perché quale sia la cosa importante non lo so mai, quando inizio a scrivere, la scopro solo alla fine, di solito, e magari neanche, più spesso è un’altra persona a farmela notare. Forse è per via del fatto che sono impegnata a coordinare il movimento di tutte queste dita, e senza neanche guardare la tastiera. Mi ricordo quando mi sono accorta di non avere bisogno di guardarla. Stavo scrivendo e mi sono resa conto di stare guardando lo schermo, vivevo ancora nella casa prima di questa. Mi è sembrato un miracolo, essere riuscita a imparare una cosa senza doverla decidere prima. Non è come quando vai a scuola e, più o meno, sai già cosa imparerai – ci sono cose che si imparano fuori e si imparano per caso, e forse ho chiamato mia madre per dirle, guarda, riesco a scrivere come facevi tu con la Olivetti, e forse è stato lì che ho iniziato a imparare, a imparare questa cosa senza rendermene conto, e si potevano fare pochissimi errori per non consumare la carta e ci voleva molta forza, soprattutto, e mi chiedo se i miei polsi non si siano indeboliti a furia di scrivere qui, chi lo sa. Non solo i polsi, mi dico, scrivere qui è così veloce che anche la memoria si indebolisce – quando scrivevo sui quaderni dovevo mettere in fila i pensieri e ricordarmeli e avevo tutto il tempo di correggermeli nella testa, prima di trasferirli sul foglio, di metterli in discussione, anche, di non avere fretta, anzi – dovevo assecondare le esigenze di certi miei piccoli dolori da mancina corretta, o aspettare i tempi dell’inchiostro.
E allora mi viene da pensare di stare sbagliando tutto, mi viene da pensare che forse, in questo modo, sto disimparando a pensare, che forse, in questa fretta, mi dimentico ogni volta un pezzettino di più e alla fine avrò dimenticato tutte le cose importanti e resteranno solo delle cose che sembrano parole, ma sono vuote.

Del silenzio (e del rumore)

Cose da dire, ne avrei. Non crediate che solo perché non la esprimo io non abbia un’opinione su tutto. Ho da dire cose intelligenti, cose simpatiche, che fanno ridere, cose commoventi, che fanno piangere, cose un po’ sciocche che mi vergogno di pensare, soprattutto quando le vedo scritte da un altro e mi rendo conto di quanto siano sciocche. È che a me piace parlare solo delle cose che conosco, magari che conosco bene, addirittura, e mi dico che se ci hanno dato il silenzio, anche se non so chi ce l’abbia dato, a volte dovremmo approfittarne, di questa cosa, della possibilità di stare in silenzio. Mi viene in mente una frase che non ho voglia di cercare che dice, tipo, meglio stare zitti e fare la figura degli imbecilli che aprire la bocca e togliere ogni dubbio. Che poi il problema non è che io abbia paura di sembrare imbecille, o di togliere ogni dubbio sul fatto di esserlo, imbecille; il problema non è neanche un vero e proprio problema – o almeno, per me non lo è, un problema, anche se mi viene da pensare che un problema ci sia, perché mi guardo intorno e mi sembra che sia una cosa importante, al giorno d’oggi, condividere con quanta più gente possibile la propria opinione, anche quando è raffazzonata, masticata e rimasticata, e possibilmente farlo prima di chiunque altro, come se arrivare primi potesse in qualche modo cambiare le cose, tipo: il corso degli eventi.
È proprio una questione di silenzio e di rumore. Magari lì fuori c’è qualcuno che preferisce il rumore al silenzio, e posso anche capirlo – il silenzio a me piace molto ma capisco che possa essere difficile. Un po’ come quando cerchi casa e devi scegliere se prenderla ammobiliata, anche se non ti somiglierà mai del tutto, perché i mobili non li hai scelti tu, o non ammobiliata, e non è mica comodo dormire per terra, per dire, o sedersi per terra, per esempio. Che poi, anche se li scegli tu, i mobili, mica è detto che continuino ad assomigliarti per sempre. Però un divano o una sedia si possono cambiare, e magari rimangono in qualche fotografia o tornano in qualche sogno, le parole invece rimangono e basta, anche se vengono cancellate, e non si possono mica cambiare, una volta dette. Le parole assomigliano a quella striscia di calcare che si forma, per dire, nel water, e non viene via neanche con l’acido muriatico. C’è sempre la possibilità di dire, ho cambiato idea, però ho notato che chi parla più spesso è meno propenso a cambiare idea, rispetto a chi preferisce il silenzio. Può essere che chi parla in fretta non se le ricordi, tutte le parole che dice, ma io me le ricordo, tutte le parole che leggo, che ascolto. Tutte le parole che pronuncio o che scrivo.
A me piacerebbe che ci fosse un po’ più di silenzio. E, forse, è una contraddizione, dirlo, se penso a quella cosa che ho imparato, di dare il buon esempio, che è ben diverso dal dirlo, il buon esempio. Credo che penseremmo tutti meglio, se non ci fosse così tanto rumore. Credo che parleremmo tutti meglio, se ci prendessimo il tempo per scegliere le parole, le occasioni in cui dirle. Se avessimo il coraggio di restare soli con le nostre idee, prenderci la briga di conoscerle. Guardandole negli occhi. In silenzio, ovvio.

I am, I am, I am

Una volta una persona mi ha chiesto: qual è la necessità che ti porta a volerti definire? Non è stato molto tempo fa, e stavamo parlando del più e del meno – più del più che del meno – e io come sempre cercavo modi per dirmi, e i modi per dirmi che conosco sono parole, al massimo frasi molto brevi, che si avvicinino all’idea che ho di me.
Adesso, per esempio, ho dovuto indossare una calza elastica sotto al tutore perché comprima la caviglia, il polpaccio, per impedire che si gonfi, per permettere che si sgonfi. Mi pare che le definizioni, per me, abbiano più o meno la funzione di una calza elastica per – per cosa? Se definissi questa cosa: il mio ego, mi sembrerebbe di parlare di qualcosa di stantio, di qualcosa che ha a che fare con i libri di psicoanalisi che leggevo metà vita fa. Se la definissi: la mia anima, mi sembrerebbe di parlare di qualcosa di impalpabile e un po’ ridicolo, una di quelle cose da canzonette o da libri che sembrano profondi e non lo sono.
Riprovo. Mi pare che le definizioni abbiano più o meno la funzione di una calza elastica per me stessa. Mi pare di non avere confini, soprattutto nel rapporto con l’altro, come se avvicinandomi a qualcuno perdessi i miei contorni e mi fondessi sotto alla sua pelle o lo lasciassi penetrare sotto alla mia. Mi pare di gonfiarmi facilmente – d’orgoglio o di superbia – e altrettanto facilmente di sgonfiarmi, restare sformata e vuota e inutile come un preservativo usato.
Nel corso degli anni mi si sono appiccicate addosso tante definizioni senza che io le volessi: diagnosi, come se fossi le mie sofferenze, anziché possederle; soprannomi, che duravano il tempo di una relazione; e ne avevo bisogno e, allo stesso tempo, sentivo che non mi somigliavano mai, che mai mi dicevano intera.
Intera. L’interezza, è la risposta che dovrei dare alla domanda. Sono composta di tante parti e non tutte si incastrano bene l’una con l’altra, sono composta di tante pulsioni opposte che, senza la compressione di una definizione, rischierebbero di lacerarmi. Le altre persone mi sembrano tutte d’un pezzo, come costruite scolpendo lo stesso blocco di pietra, lo stesso ciocco di legno. Il tempo agisce su di loro sfumandone il colore, smussando certi angoli. Io invece mi sento costruita accostando materiali vari, materiali di recupero, e perdo pezzi per strada e altri li regalo sottovalutandone il ruolo nella mia costituzione, li sostituisco con altri che trovo per strada. Sono stata tante cose diverse, ma non mi sono mai sentita me stessa – fino a quando non ho ceduto al mio nucleo, fino a quando non ho iniziato ad assecondarlo per necessità. Di questo nucleo fa parte il mio bisogno di dirmi, il mio bisogno di essere compresa e consolata – il mio bisogno di insegnarmi agli altri attraverso una definizione perché, il mio bisogno, non venga frainteso, non venga utilizzato per ingessarmi pensando di farmi del bene o non pensando per niente.

[250610]

Ittiologia

Il mio silenzio è l’acqua per i pesci rossi che sono le parole. La bocca, intera, è la boccia di vetro nella quale nuotano, dalla cui fessura saltano, a volte incoscientemente, per andare a morire friggendo sul tuo pavimento. La mia bocca intera è la boccia di vetro nella quale nuotano, nella quale talvolta, la notte, muoiono, nella quale credono alle perle finte dei miei denti, al corallo finto della mia lingua.
I pesci rossi si vincono al luna park colpendo i due bersagli degli occhi, dei miei: a volte si vince facendoli chiudere nella beatitudine del sonno, a volte si vince facendoli aprire di stupore bambino. Si vince spesso, si vince un sacchetto di plastica gonfio d’acqua che pare una tetta finta, un occhio con la sua gelatina e un punto rosso nel mezzo: il pesce parola.
C’è il pesce spada, c’è il pesce martello, io ho i pesci parole, si chiamano rossi anche quando sono pallidi, in altre parti del mondo si chiamerebbero d’oro: qui, d’oro, si chiama un certo silenzio, a conferma del fatto che nacqui nel posto sbagliato o vi venni portata.
Le mie parole sono pesci rossi e non importa quanto ti prendi cura di loro, muoiono spesso, muoiono presto, valgono poco – nemmeno vanno sepolti, le madri ci hanno insegnato che come la terra ritorna alla terra i pesci parole ritornano all’acqua, nel vortice al pino silvestre del water.