La virgola giusta

Quando ero piccola, ma anche quando non ero più così tanto piccola, uno dei motivi per cui mi sentivo diversa da tutti era questo: non sapevo sciare.
Il lunedì si tornava a scuola e si parlava sempre, cosa hai fatto domenica? E tutti, in quei mesi, rispondevano, sono andato a sciare, e io, invece, sono andata al campo. Alcuni dei miei compagni, di solito maschi, mi invidiavano un po’ ma neanche troppo, perché per farmi invidiare avrei dovuto rispondere: sono andata allo stadio, che è una cosa uguale ma molto diversa.
Mi è tornato in mente ieri perché il professore, per spiegarci la virgola giusta, ha fatto l’esempio di un maestro di sci che si trova a dover insegnare le basi della discesa a un gruppo di trentenni, e tutti ridevano come se fosse una cosa divertente, avere trent’anni e non sapere sciare, ma se proprio lo volete sapere io preferisco andare al cinema, quando fa freddo, e la montagna mi piace nelle belle giornate e mi piace camminarla e guardarmi intorno, non mi interessa proprio quella cosa di prendere la sciovia, salire, scendere, ricominciare dall’inizio.
L’unica cosa che mi dispiace è che temo di essermi persa qualche sfumatura, perché, per esempio, il professore ha detto, il maestro spiega queste cose e poi porta tutti in un posto che è un falso piano, un posto che a noi che sappiamo sciare sembra praticamente piatto e a quelli che non sanno sciare sembra un burrone, e sì, posso immaginare come sia, un falso piano, e ancora meglio posso immaginare un burrone, ma immaginare non è mai la stessa cosa di fare veramente, anche se a volte ci somiglia.
E insomma, lui dice che per loro noi siamo tipo il maestro di sci, e la cosa che a loro sembra difficilissima a noi sembra molto facile, ma ci dev’essere stato un momento, prima di diventare maestri di sci, in cui neanche noi eravamo capaci, in cui anche a noi il falso piano sembrava un burrone – questa è una cosa che sto aggiungendo io perché mi riguarda personalmente, magari non per tutti i falsi piani del mondo ma per molti sì – e comunque il succo era questo: dovete empatizzare con il burrone, con la sensazione del burrone, ha detto, e anche se il trentenne che non sa sciare dopo un po’ cade perché non ha fatto le cose nel modo giusto, e non le ha fatte nel modo giusto perché, ricordiamoci, ha paura, si sta lanciando in un burrone, però prima di cadere è riuscito a stare in piedi, e allora dobbiamo dirgli che è bravo, ma dirglielo credendoci veramente, dirglielo sentendo tutta la fatica che ha fatto e facendola nostra. Poi, se vogliamo essere dei bravi maestri, dopo avergli detto bravo in quel modo, dopo avere gioito con lui, possiamo usare la virgola giusta, che è quella che viene prima di un piccolo consiglio su come tenere le braccia o le gambe, la prossima volta, un consiglio dato quasi sottovoce, rispetto al resto, perché se lo ricorderà solo se gli avremo dato abbastanza fiducia con quella storia dell’empatia e del burrone, o magari se la ricorderebbe lo stesso ma continuerebbe ad avere paura e noi non avremmo fatto bene il nostro lavoro.
Insomma, la virgola giusta in realtà è una cosa piccola, la cosa importante è l’empatia con il burrone, e quello che mi ha fatto pensare di più, della lezione di ieri, non è stata la storia della virgola giusta, ma l’idea che ci sono così tanti burroni che dev’essere difficilissimo empatizzare con tutti quanti.
Perché quando raccontava del bambino che piange perché ha preso otto meno meno, che piange perché non ha imparato a tollerare la frustrazione di quel meno meno, io ho pensato, ecco, questo è un burrone che non conosci (io do del lei, ai professori, ma quando parlo con loro nella mia testa invece do loro del tu).
Perché magari quel bambino piangeva perché sapeva che, una volta tornato a casa, suo padre si sarebbe arrabbiato molto con lui per quel meno meno, lo avrebbe sgridato, lo avrebbe fatto sentire un fallimento, un incapace, una delusione, lo avrebbe messo in castigo, o peggio.
Perché magari quel bambino non piangeva neanche, se non dentro.
Perché magari quel bambino potevo essere io.

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La virgola di troppo

Oggi, a lezione, ho imparato una cosa bella, una di quelle cose che in fondo le sai ma non sai bene come dirle e se non sai bene come dirle non sai neanche bene come pensarle, e allora se ne restano lì, in un angolo, e finisci per inciamparci e inciamparci. La cosa bella si chiama: la virgola di troppo.
La virgola di troppo sembra una cosa che ha a che fare con la punteggiatura, e in un certo senso è anche una questione di punteggiatura, o di fiato, perché la virgola di troppo la si può anche dire e le virgole, quando si parla, si dicono con un respiro breve.
La cosa più facile sarebbe spiegarla con un esempio di virgola di troppo, ma adesso ho in mente gli esempi suoi, quelli del professore, e anche se ce n’è almeno uno che potrei fare mio, preferisco pensarci, a un esempio che sia mio veramente e che possa essere anche tuo – se ti sto parlando della virgola di troppo è perché penso che potrebbe interessarti e forse tornarti utile per non inciampare.
Per come l’ho capita non deve essere necessariamente una virgola, può essere anche una parola tipo: ma, o; però. Perché la virgola di troppo è quella che viene prima di un giudizio o di un’aspettativa, ed è la virgola, forse, la cosa che ci fa inciampare – se ci pensi ha proprio la forma di una cosa fatta apposta per inciamparci, la virgola – e se al suo posto ci fosse un punto, invece, potremmo semplicemente saltarlo o scavalcarlo, o magari spostarlo col piede, tanto è tutto tondo e non punge, il punto, a differenza della virgola.
Non è colpa nostra, se usiamo le virgole di troppo. Ce le insegnano, prima i nostri genitori, poi i nostri maestri – non tutti, per fortuna – e anche la vita, perché spesso capita che sia proprio la vita, in un certo senso, a metterci la virgola di troppo. Tipo quando ti dicono, bravo, e invece di dirti bravo e basta ci aggiungono un ma, o una virgola, e possono anche darti un premio, per quella cosa in cui sei stato bravo, e però funzioniamo così, che il premio lo associamo all’ultima parola che abbiamo sentito e, se quella parola viene dopo una virgola di troppo, stai sicuro che non è una parola bella.
Non può essere una parola bella, se hai seguito il mio discorso e ci pensi: e allora ho capito che devo imparare di nuovo a parlare, a scrivere, a pensare, usando più punti, magari andando anche a capo, delle volte, perché tutto quello che potrei dire dopo sarebbe una cosa di più, una cosa superflua, una cosa nociva, persino, ed è molto triste pensare che una cosa come una virgola, guardala qua, è piccolissima, possa fare così tanto male.
La virgola di troppo è un’esitazione, è un condizionale, è il modo in cui impariamo, per esempio, che per farci amare dobbiamo fare qualcosa, la cosa che sta dopo la virgola di troppo, o per essere considerati in un certo modo, ed è anche il motivo per cui non impariamo mai che basta quello che sta prima quella virgola, quello che starebbe benissimo prima di un punto se non fosse che qualcuno – noi stessi, anche – sente sempre il bisogno di aggiungere qualcosa.
A volte è semplicemente un desiderio che ci dice della nostra ingordigia, o di quello che vorremmo per un’altra persona senza pensare che magari all’altra persona basta così. A volte è la nostra incapacità di accontentarci, che poi è un’altra cosa che ho imparato oggi ma sarebbe ancora più difficile da spiegare. A volte è quella cosa che, diciamo, stiamo facendo per il bene di qualcuno, perché non abbiamo il coraggio di confessarci che lo stiamo facendo solo per il nostro.
Non so se sia troppo tardi, alla mia età, per imparare a usare la punteggiatura in modo diverso: forse il fatto che io stia scrivendo questa cosa significa che non lo è, che posso imparare a fare a meno delle virgole di troppo, che posso usare solo le virgole necessarie, che poi sarebbe anche un modo per imparare a vivere meglio, e a migliorare la vita degli altri – in fondo, a lezione, ci vado per questo. E allora domani glielo dico, al professore: grazie, punto. Delle virgole di troppo, invece, inizio a farne a meno a partire da adesso.

Dei motivi nascosti nelle pizze surgelate

Ero al supermercato, nella corsia dei surgelati, e – metto le mani avanti – lo so che una volta ho scritto una cosa, sulla corsia dei surgelati, che ha fatto arrabbiare un po’ di persone, per quello che dicevo sulla corsia dei surgelati, ma non devi mica prendere sul serio tutto quello che scrivo, che non vuol dire che dica le bugie, piuttosto che dico le cose come vorrei che fossero o le cose come mi servono in quel momento, per spiegare un concetto che non saprei spiegare altrimenti.
Questa però è una storia, questa che sto per raccontare, una cosa che è successa veramente e io veramente ero lì, al supermercato, nella corsia dei surgelati, per la precisione mi trovavo davanti alle pizze surgelate. Passo un sacco di tempo, davanti alle pizze surgelate, ne escono spesso di nuove e mi chiedo, chissà come sarà questa, oppure, questa di sicuro non mi piace perché c’è il formaggio, e sembra un controsenso perché tutte le pizze sono fatte con il formaggio, e io il formaggio non lo mangio ma quello della pizza sì, ma solo se non sa di niente. Poi alla fine prendo sempre la stessa pizza, la stessa marca, confezione risparmio da quattro, perché spesso non ho voglia di cucinare ed è comoda, la pizza surgelata, e la margherita ancora di più perché posso far finta di mangiare qualcosa di diverso ogni volta, aggiungendoci l’origano o le acciughe o le olive o il tonno o non aggiungendoci niente.
Stavo pensando che dovrei mangiare meglio, che ogni volta che arrivo a mangiare il numero di porzioni di frutta e verdura giusto, quello che consiglia l’organizzazione mondiale della sanità, lo aumentano, il numero di porzioni, e forse dovrei farmi un orto, oppure prendere almeno la pizza con le verdure sopra, anche se poi succede sempre che la crosta si brucia e le melanzane rimangono fredde.
Lei mi ha chiesto se potevo leggere il cartellino del prezzo al posto suo, che aveva dimenticato gli occhiali a casa. Mi ha spiegato che la settimana scorsa era in offerta, quella pizza lì, quella che voleva, o un paio di settimane prima, e aveva fatto un po’ di scorta perché era proprio buona, e infatti si chiama pizza ristorante, e però le ho dovuto spiegare che non era più in offerta, e lei l’ha rimessa giù e siamo rimaste lì a guardare tutte queste pizze surgelate in silenzio.
Credo abbia sentito il bisogno di giustificarsi, o forse lo credo perché è quello che sento sempre io, il bisogno di giustificarmi, perché mi ha spiegato che una volta non la mangiava mica, la pizza surgelata, ma poi suo marito è morto e a cucinare per una persona sola non c’è gusto, che è una cosa vera, la penso anch’io, e allora ha scoperto le pizze surgelate e la sera apparecchia mentre la pizza si riscalda in forno e poi la mangia, un po’ come se fosse una cura contro la solitudine, che se hai la bocca piena di pizza non puoi mica fare conversazione.
Io faccio un sacco di cose che non si dovrebbero fare, ma sempre nel momento sbagliato. In quel momento avrei dovuto, secondo me, invitarla a cena, che la pizza la so fare ed è più buona di quella surgelata, ma ho pensato che mi avrebbe presa per matta – se ci pensi succede spesso, che la cosa davvero giusta da fare in un certo momento sia una cosa così, una cosa un po’ fuori dal normale, e chissà quante occasioni perdiamo, per paura di fare una brutta figura o di vedere quello sguardo, perché pensiamo al giudizio degli altri, perché abbiamo paura di venire fraintesi.
Alla fine abbiamo preso entrambe la stessa confezione da quattro margherite e ci siamo salutate e lei mi ha detto, grazie, e io ho continuato a pensare che quel grazie non me lo sono meritata, e allora l’ho ringraziata anch’io. L’avrei fatto comunque, come faccio tutte le volte che qualcuno mi racconta qualcosa, ma ho calcato sulle lettere un po’ di più.

La buona azione

È venuta dritta da me anche se eravamo in due, come se l’altra persona fosse trasparente. Mi succede quando sono da sola, mi succede quando sono in compagnia, vengono sempre da me. Credo dipenda dal fatto che riescono a vedere le armature, e la mia è fatta solo di parole nel senso: io dico di avere un’armatura, ma non ce l’ho.
È venuta dritta da me e le persone intorno si stavano già irrigidendo come succede spesso in certi luoghi che spaventano più di altri, per via della presenza di cartelli che avvertono del pericolo di scippi, per via della fama, meritata o meno, di essere zone meno tranquille delle altre, o forse a causa sua, del suo abbigliamento inappropriato, del suo modo di camminare a gambe larghe strisciando i piedi e parlando con l’asfalto o non so.
Voleva un gelato. Ci siamo guardate intorno e le ho indicato un bar, ci siamo incamminate insieme, ho detto: torno subito, mentre lei mi chiedeva, ce li avranno i cornetti all’amarena? Penso di sì, non lo so, è da molto tempo che non compro un gelato al bar, ogni tanto mi soffermo a guardare i cartelli per la curiosità di certe nuove forme, di certi nuovi nomi, di certi nuovi colori, o per il ritorno di forme, nomi e colori che mi ricordano l’infanzia, e ho notato la sparizione di certi gusti che credevo immortali, l’aumento dei prezzi di anno in anno.
Ha fatto scivolare lo sportello della cella frigorifera e ha iniziato a frugare nei cartoni mentre la donna dietro il bancone ci guardava preoccupata: ho ricambiato il suo sguardo tranquillizzandola – è un’altra delle cose che so fare, attirare le persone e tranquillizzarle, soprattutto se sono tranquilla io.
Ha preso in mano un cornetto e mi ha chiesto: è all’amarena? No, è al cioccolato, e ho visto subito che non c’erano cornetti all’amarena, una coppetta? No, mi ha detto, se no si squaglia prima che arrivi a casa – me l’ha detto in dialetto ma ho capito lo stesso, ed è una cosa strana, se ci penso adesso, perché quando sento parlare qualcuno nel dialetto di qua non capisco mai niente, e intanto continuava a mostrarmi gelati di ogni tipo e a chiedermi i dettagli, mi ha chiesto, posso prenderne due? Certo, le ho risposto, e ho iniziato a sentirmi male come mi succede tutte le volte che faccio quella che si potrebbe chiamare una buona azione e divento improvvisamente consapevole del fatto che le buone azioni non esistono, che le buone azioni le facciamo, in un modo o nell’altro, per avere qualcosa in cambio, il perdono per un’azione cattiva, un cambiamento nella nostra vita, semplicemente quella sensazione di giustezza che si prova dopo, che ci fa sentire un po’ migliori anche se non lo siamo, anche se abbiamo solo fatto il nostro dovere, in fondo, a pensarci.
Ha dato i due gelati alla signora dietro al bancone che mi ha fatto lo scontrino, l’ho pagata con una banconota scusandomi e ho aspettato il resto, e lei intanto stava prendendo del ghiaccio da infilarsi nella borsa insieme ai gelati e la signora dietro al bancone diceva, no, il ghiaccio no, se vuole il ghiaccio deve pagarlo, e però alla fine deve avere deciso di fare una buona azione anche lei, e chissà se si è sentita come me.
Siamo uscite fuori dal bar, mi ha ringraziata, mi ha salutata, se n’è andata in un modo che mi ha fatto pensare: è scomparsa, che mi ha fatto pensare di essermi inventata tutto, non fosse stato per quella sensazione, la sensazione di avere fatto un’azione, forse buona, forse no.

Omissis #1

È successo quando ancora si usavano le sportine di plastica, mica come adesso che ti costringono a comprarne di stoffa o a infilarti la spesa in uno di quei sacchetti biodegradabili che si rompono subito. Che poi, io, le sportine di plastica, quando arrivavo a casa le piegavo a triangolo, le mettevo nel cassetto – c’era un cassetto apposta, il cassetto delle sportine di plastica – e le riutilizzavo per un’altra spesa e un’altra spesa ancora.
È successo che era Natale, non il giorno di Natale, nei supermercati Natale dura almeno un mese ed è fatto di frutta secca e bottiglie di grappa in confezioni argentate, di cartelli che ti invitano a prenotare il pranzo che sarà preparato appositamente per te dai cuochi della sezione di gastronomia.
Dopo le casse c’era un tavolino, tra la farmacia e il negozio di elettronica, e sul tavolino c’erano dei rotoli di carta da pacchi colorata di rosso e di blu e rotoli di scotch e nastri e una signora con la giacca – una giacca non sua, una di quelle giacche che ti danno apposta per fare un certo tipo di lavoro e si vede subito che sono troppo strette o troppo larghe e comunque non cadono mai bene.
La donna era anziana e curva e teneva tra le mani una confezione di biscotti assortiti, al braccio aveva appesa una sportina di plastica mezza vuota. Non so se avete mai fatto caso alla spesa degli anziani, prendono tutti più o meno le stesse cose, che costano poco, che sanno di poco, che nutrono poco, anche, che a una certa età si mangia per abitudine e per scaldarsi, e bisogna arrivare alla fine del mese. Ha dato la confezione di biscotti alla signora con la giacca non sua, per farsela impacchettare – un cartello appeso come un’aureola intorno alla testa della signora con la giacca non sua parlava di servizio gratuito, riservato ai clienti del supermercato – e la signora con la giacca non sua, non so cosa le sia passato per la testa, in quel momento, le ha chiesto: solo questo? E forse era una domanda di rito, per frugare tra i ritagli rossi e blu alla ricerca di uno scarto della grandezza giusta, ma la donna anziana l’ha presa sul serio, ha divaricato le labbra della sportina di plastica e ha spostato un pacchetto di pastina, una confezione di dadi da brodo, ha trovato un pacco di caffè, era d’oro, e l’ha tenuto in mano e l’ha guardato per un momento lunghissimo per decidere, posso o non posso farne a meno? E alla fine ha deciso evidentemente di sì, l’ha allungato alla signora con la giacca non sua e chissà per chi era, quel regalo, se per un’amica o per la figlia o per un uomo anziano o forse solo per un conoscente, spero per qualcuno in grado di apprezzare, comunque, ma questo è solo un mio desiderio e non fa parte della storia, così come non fa parte della storia quest’ultima osservazione che sto per fare, anche se ne è, in un certo senso, il motore.
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