Foto, foto, foto

La memoria è fatta di cose che so e di cose che penso di sapere e di cose che non capisco bene in quale cassetto stanno. Le cose che so sono quelle che hanno le prove, che hanno lasciato un segno: so che in seconda media ho tagliato i capelli più corti da una parte e più lunghi dall’altra perché c’è una fotografia che lo dimostra. So che sono andata a vedere i Nirvana nel 1994 perché ho ancora il biglietto in una bustina di plastica. So di tutte le volte che mi sono rotta un osso perché ho (oppure ho avuto) le corrispettive lastre. So di avere avuto un cane (foto). So di avere avuto quattro gatti (foto, foto, foto, foto). So di avere scritto alcune lettere perché posso leggere le risposte. So di essere stata brava in inglese e in italiano per via delle pagelle, so di essere stata innamorata di un certo numero di persone, quelle di cui ho scritto il nome sui libri di scuola, le iniziali sui diari. So di avere tentato il suicidio (referti, carte), so di avere ricevuto in prestito un certo libro e di non averlo mai restituito – è sugli scaffali della libreria – e so di avere desiderato ogni volta che quella dedica fosse per me, anche se non so chi l’abbia scritta e in questo momento nemmeno la ricordo.

Penso di sapere che dietro la casa dei miei genitori c’era un grande prato diviso in tre parti da due stradine, penso di sapere che a volte, non so quanto spesso, ci andavamo – mio padre, mia sorella, il cane; penso di saperlo ma non lo so, non ne ho le prove, anche se ti ho raccontato questa cosa indicando il parcheggio al posto del prato, aspettandomi quasi, da un momento all’altro, di vedere spuntare il verde dell’erba, i ranuncoli gialli. Saprei di essermi rotta una mano (frattura scomposta alla base del quarto e quinto metacarpo della mano destra) anche se non avessi la lastra, perché quando cambia il tempo mi fa male. Saprei di essermela rotta ma non potrei essere sicura del come – la bicicletta, rosa, il cestino per le ciliegie, la ghiaia – penserei di saperlo.

So che quando ero piccola, molto piccola, sorridevo più spesso (foto, foto, foto). So che quasi tutte le foto le ha scattate mio padre (è dietro l’obiettivo, lo so). Penso di sapere che la cartella che ho usato dalla prima alla terza elementare era grigia, l’astuccio arancione, ma non ho fotografie né dell’una, né dell’altra cosa, solo la sensazione di avere desiderato qualcosa di diverso. Penso di sapere che una volta mi sono seduta in veranda e ho scritto una cosa che iniziava dicendo, il verde si muove, ma non l’ho più trovata e proprio per questo resto convinta che fosse bellissima. Penso di sapere che la prima volta che ho visto la casa in cui avremmo vissuto per così tanti anni sul muro della cameretta che sarebbe diventata la mia c’era un poster, una bambina bionda e sorridente, chissà.

So di avere avuto degli orecchini con dei pappagalli di legno blu (foto), so che avevo iniziato a scrivere pensando di parlare del grande prato che c’era dietro la casa dei miei genitori o forse penso solo di saperlo e non ricordo il motivo per cui fosse importante – in fondo non l’ho scritto, non l’ho fotografato e nessuno lo può certificare.

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