/cà·sa/ [casa numero quattro]

La casa numero quattro da fuori è gialla, se sei fuori dal portone e guardi in su quasi non vedi il cielo ma un intreccio fittissimo di cavi del tram. La casa numero quattro ha una sola scala e nemmeno un ascensore, e per raggiungerla bisogna salire quattro piani a piedi. Le scale sono vecchie, non so bene di che materiale siano i gradini – non sono quelli lucidi e lisci e lustri delle altre case, sono gradini grezzi che sembrano quasi scavati nella pietra. Ad ogni pianerottolo esco sulla ringhiera e guardo il cortile, guardo le altre case, penso a com’è diverso il retro dal fronte: da questa parte non sembra neanche di essere a Milano, non sembra neanche di essere nel 2016, almeno fino a quando non noti i grattacieli in lontananza.
La porta della casa numero quattro ce la apre un signore e subito corrono alla porta i due figli, che però tornano subito a guardare la TV. Sono immersi nella visione di un film in bianco e nero, il protagonista indossa un cappotto e sta viaggiando su un treno. Il signore ci trattiene nella zona giorno e dice qualcosa alla moglie che si trova nell’altra stanza, che arriva dopo qualche minuto sistemandosi il velo in testa. Mi sento le braccia molto nude, chiedo al ragazzo dell’agenzia se posso uscire sulla ringhiera, chiedo se faccia parte della casa. Sì, sì, esco e vedo i fili per stendere i panni e penso a quanto sarebbe bello poter stendere le lenzuola al sole, mi chiedo che odore hanno le lenzuola stese al sole a Milano, e quando torno ci accompagna nelle camere da letto. Ce ne sono due, entrambe molto grandi, che si affacciano sul supermercato di fronte. Nella seconda camera da letto il pavimento è molto inclinato – è una stanza un po’ buia nonostante la finestra, forse è colpa dei cavi del tram o è solo che la luce, in quel momento, è nel cortile, che è dove vorrei stare io. Mi piacciono i cortili, le ringhiere, mi piace questa giornata estiva e ventilata.
A me la casa numero quattro piace molto, anche se bisogna arrampicarsi per quattro piani per arrivarci, e a volte quando entri nel portone forse vorresti essere subito a casa senza dover aspettare, senza dover fare fatica, ma non lo so, non ho mai vissuto al quarto piano. Al primo, sì, al secondo, pure, più spesso al piano terra. Le case troppo alte mi fanno un po’ paura, ma questa non mi spaventa, anzi.
Il bagno è molto molto piccolo, così piccolo che non c’è neanche il bidet e per sederti sul water devi quasi abbracciarti le ginocchia. È una cosa che succede in tantissime case, qui a Milano, e ogni tanto penso a quanto sia diversa per me che sono cresciuta altrove l’idea di abitare. Non solo per una questione di spazi, è tutto un insieme di cose.
Il ragazzo dell’agenzia immobiliare ci chiede di nuovo punti forti e punti deboli, lascia intendere che anche se il prezzo si è già abbassato di un po’ da quando abbiamo visto l’annuncio potrebbe abbassarsi ancora.
Ci sarebbero tantissimi lavori da fare, nella casa numero quattro: il bagno, il pavimento, i muri, non c’è niente che non abbia bisogno di essere sistemato. Io penso che di tutte queste case che vedo c’è qualcosa che mi piace tantissimo e qualcosa che invece no, che tutte le volte che provo a immaginarmi in una di queste case poi finisce che non so dove metterci i libri, che mi ritrovo con la scrivania nel posto sbagliato, che non ho un posto dove potermi rifugiare quando litighiamo e io non voglio parlare e tu sì e allora è meglio se stiamo in due stanze diverse, almeno fino a quando non mi passa. Secondo me è solo che non mi sono ancora innamorata, e mi viene da chiedermi se ci sia qualcosa di sbagliato in me che non riesco a innamorarmi, presente? Non mi è ancora passato, mi dico. L’amore per la casa numero zero, intendo. Ha un sacco di difetti, ma me li dimentico sempre. In fondo funziona così, no?

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