pianotérra [seconda parte]

Ad abitare al pianoterra si sentono un sacco di cose, le cose che le persone si dicono per strada passeggiando, le cose che le persone dicono al telefono che non puoi fare a meno di cercare di immaginarti la voce che sta dall’altra parte, le cose che le persone dicono ubriache alle due di notte, che a volte sono tristi, a volte sono allegre, a volte sono arrabbiate, le cose di chi sta andando in stazione e, insieme alla voce, fa rumore di rotelle, quelle del trolley che rotolano sull’asfalto del marciapiede.
Stavo scrivendo un elenco delle cose che mi mancheranno di questa casa: i dialoghi che durano il tempo di tre finestre, ho scritto. Quando gli ho letto l’elenco lui mi ha corretta. Non è mica sempre così, ha detto, a volte si fermano.
È vero. A volte sono dialoghi che durano il tempo che ci si impiega a slegare la catena della bicicletta, a volte sono dialoghi che durano il tempo che ci si impiega ad allacciarsi le scarpe, a volte sono dialoghi che durano il tempo che ci si impiega a mangiare un gelato – ad aspettare la persona a cui hai dato appuntamento.
A volte sono dialoghi col mio gatto che non gli sembra vero, che gli basta sedersi sul davanzale della finestra per farsi fare ancora più complimenti. Ma che bel gattino, gli dicono, gli raccontano la storia del loro, di gatto, gli chiedono come si chiama. C’è chi prova a indovinare il suo nome, anche. Birba? Pippo? C’è chi, addirittura, si alza in punta di piedi e picchietta sul vetro.
A volte sono dialoghi che seguono una frenata brusca e sono pieni di insulti, una volta è stato un dialogo che ci ha costretti ad affacciarci alla finestra, urlare, lasciala stare, di solito sono dialoghi tra le persone della nostra età che affollano la via tutte le sere e ci lasciano bicchieri e bottiglie in mezzo alle piante, nel pomeriggio sono dialoghi tra i bambini all’uscita da scuola, che hanno solo voglia di giocare.
Se noi sentiamo le loro voci loro, forse, possono sentire le nostre: chissà se c’è qualcuno che si è affezionato alla nostra storia, qualcuno che torna ogni tanto per cercare di capire, di carpire, come stiamo, qualcuno che non ci ha mai visto ma conosce le nostre voci, i nomi con cui ci chiamiamo, che sa che il silenzio vuol dire che mi hai fatta arrabbiare, qualcuno che si chiederà, ma che fine hanno fatto? Che pensa di noi un’altra cosa la volta che forse ci vede passare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...