/cà·sa/ [casa numero uno]

Della casa numero uno non ricordo già più il portone, anche se l’ho visto ieri sera, perché ero emozionata e trafelata e il ragazzo col completo blu e la spilletta verde lo stava tenendo aperto per me. Cerca di spiegarci il quartiere anche se continuiamo a interromperlo, a dirgli, non ce n’è bisogno, lo conosciamo già, viviamo qui vicino. È come quando sei al museo e prendi le cuffiette che ti raccontano quello che stai vedendo in un ordine preciso, una voce registrata con cui non si può interloquire, che non si può mandare avanti veloce. Nel cortile potete tenere le biciclette, dice. È un cortile molto bello, ma non saprei descriverlo perché nel frattempo il ragazzo col completo blu e la spilletta verde ci sta spiegando che nel palazzo abitano quasi solo italiani, come potete vedere dai cognomi sul citofono, aggiunge, e in quel momento avrei voluto fare marcia indietro, girare sui tacchi come in un cartone animato e, come in un cartone animato, correre via lasciandomi dietro una nuvoletta di polvere. Lo dirà a tutti, immagino, e mi chiedo se è consapevole di dire una cosa razzista, se la dice comunque perché sa che è quello che le persone che cercano una casa vogliono sentirsi dire o se lo pensa anche lui.
L’ascensore somiglia a quello della casa numero zero, che è quella in cui vivo adesso, chiuso in una gabbia metallica, e ci porta fino al terzo piano. Il ragazzo col completo blu e la spilletta verde ci spiega che la pianta della casa è un po’ particolare. Ho visto la planimetria, cerco di spiegargli, ma ho come l’impressione che non ascolti.
Suona il campanello e l’inquilino ci apre sorridente, prima di sedersi di nuovo al tavolo. La bambina è sdraiata sul divano e guarda i cartoni animati dal grosso schermo appeso al muro di fronte, la salutiamo ma non sembra registrare la nostra presenza.
La prima finestra si affaccia su un ballatoio che dà sul cortile, entra molta luce nonostante le inferriate e la zanzariera. Il ragazzo col completo blu e la spilletta verde ci accompagna verso il bagno, ci mostra un’altra finestra, apre il box doccia dicendo, mi permetto.
Le stanze sono tutte triangolari, anche se forse la parola precisa per descriverle sarebbe trapezoidali, credo, perché di lati ne hanno quattro. Una delle stanze da letto, dice il ragazzo, si affaccia sul parco: non è proprio così, devi sporgerti dalla finestra per vedere il parco, ma è un bel parco, è bello sapere che basterebbe scendere le scale della casa numero uno per farsi una passeggiata o portarsi un libro da leggere su una panchina. La finestra dell’altra stanza da letto, invece, dà sulla strada, ma è molto silenziosa, spiega il ragazzo. Cerco di immaginare dove potrei mettere la scrivania, cosa vedrei alzando gli occhi dal computer. Cerco di capire se potrei essere felice, seduta a quella scrivania.
Non c’è molto altro da vedere: la casa numero uno ci piace molto, anche se cerchiamo di fare finta di no, come se con le case funzionasse come con le persone, che è meglio tenersi dentro certe cose almeno fino a quando non si è sicuri di essere ricambiati. Ci scusiamo con l’inquilino e con la figlia per il disturbo, spieghiamo che ci stiamo passando anche noi, che giusto la sera prima eravamo noi l’inquilino mentre delle altre persone osservavano la nostra casa e cercavano di decidere se facesse al caso loro. Ci scusiamo anche con la moglie dell’inquilino che incontriamo uscendo dall’ascensore. Tanto ero a lavorare, ci risponde sorridendo.
Facciamo un pezzo di strada con il ragazzo col completo blu e la spilletta verde che ci chiede che lavoro facciamo. Cerco di spiegarglielo anche se è sempre difficile e lui mi dice, immaginavo che fossi un’artista, anche se di lavoro mica faccio l’artista.
Per scegliere questa casa ci abbiamo messo quindici minuti, mi dice mia suocera. Io penso che a innamorarmi della casa numero zero ci ho messo anche di meno, ma non lo dico a nessuno, neanche a me stessa, fino a quando non lo scrivo qui.

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