I should go / See you in June [*]

Giugno, non riesco a prenderti sul serio. Sono ancora sul fuso orario della mia infanzia, mi avvicino al baratro delle vacanze con gioia e terrore, le guance rosse come il cocomero sulla copertina del libro con i compiti per l’estate. A distanza di vent’anni quando gira il calendario e appare giugno è come quando si giocava a nascondino e venivamo liberati, è come quando ogni campana era l’ultima campana, è come quando metti in pausa il cassetto delle calze, lo apri solo quando piove, è come quando guardi fuori, vedi luce, guardi l’ora, mi sembrava pomeriggio, pensa te, son già le nove.
Giugno, non riesco a prenderti sul serio. Non sei un mese di vacanza ma per me sei come aprile (non crudele, solo pigro, mi fai voglia di dormire); non sei un mese di vacanza ma per me sei come luglio – ti ho voluto tanto bene e di tutto quell’affetto mi è rimasto un rimasuglio e se pure non ti aspetto e non ti penso quasi mai, quando arrivi e allunghi il sole fino a sera mi fai dire, resta, dai.
Caro giugno, sei arrivato con la pioggia ma riparti con il sole, per la strada si lamentano del caldo, ma non sono che parole.

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