Kamera [*]

L’altra mattina sono uscita per prendere il tabacco. Ho fatto una strada diversa dal solito perché volevo cercare degli altri portoni, degli altri cortili. Volevo scattare delle fotografie perché a volte mi sembra che mi aiuti a scrivere, scattare delle fotografie. Sono due cose apparentemente molto diverse, la scrittura e la fotografia, ma io sono abbastanza convinta che entrambe servano allo stesso scopo, almeno a me, cioè a raccontare delle storie, anche se in realtà poi nelle mie fotografie spesso non riesco a vedercele, le storie, ma le vedo in quelle degli altri. Però così come costringermi a scrivere qualcosa tutti i giorni mi cambia il modo di pensare, costringermi a scattare fotografie tutti i giorni mi cambia il modo di vedere, ed è una cosa che mi piace molto: mi piace notare delle cose che altrimenti non noterei, mi piace il modo in cui, dopo un po’, gli occhi iniziano a cercare geometrie. Ma non è di questo che voglio parlare.
Dicevo: sono uscita per prendere il tabacco e avevo il telefono in mano, mi sarebbe piaciuto scattare un paio di fotografie nella piazzetta qui accanto ma c’erano delle persone e mi vergogno sempre un po’, a scattare fotografie se ci sono delle persone intorno. Che poi, se ci penso, mi succede anche con la scrittura, di vergognarmi a scrivere se ci sono delle persone intorno, chissà cosa vuol dire. Insomma, arrivata alla piazzetta ho visto queste persone e ho tirato dritto, poi ho girato dove non giro mai e a un certo punto ho trovato un cortile che mi piaceva. Era nascosto da un portone, ma il portone lasciava intravedere un’ortensia rosa, di un rosa molto carico, un gelsomino enorme, degli iris ormai sfioriti.
Stavo cercando l’inquadratura quando, attraverso lo schermo del telefono, ho visto una mano che stringeva delle chiavi. Mi sono arrampicata lungo il braccio teso, era una signora con i capelli corti e grigi, una signora con gli occhiali. Vuole entrare? Mi ha chiesto. Le piace? Mi ha chiesto.
Grazie, sì, sì, ho risposto, e mi ha accompagnata verso l’ortensia rosa, verso il gelsomino enorme, verso gli iris ormai sfioriti.
È un cortile molto bello, le ho detto, si vedeva che ne andava orgogliosa. Mi ha raccontato del vecchietto che abita nel palazzo e si sta prendendo cura del giardino, continuava a girarmi intorno e io mi sono sentita in dovere di scattare un paio di fotografie che ho cancellato immediatamente. Deve sentire che profumo, la sera, mi ha detto, indicando il gelsomino.
Però il cortile dall’interno non mi sembrava più tanto interessante: i cortili sono belli quando li guardi da fuori, quando li guardi di nascosto, quando li guardi senza che nessuno guardi te, che poi è vero per un sacco di cose, se ci pensi, o forse è solo che ci piace complicarci la vita e innamorarci delle cose che non possiamo avere. Del nostro riflesso, che non è come dire che siamo innamorati di noi stessi, ma solo che ci piacciono le cose che hanno un punto interrogativo alla fine. Le domande sono più interessanti delle risposte; le domande sono l’opera d’arte e le risposte le didascalie – ci deludono sempre un po’, sono spiegazioni col paraocchi. Sono finali.
Ho ringraziato la signora, molto gentile. Quando sono passata di nuovo di lì, mi sono assicurata che non ci fosse nessuno.

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