pianotèrra

Ogni tanto nei film si vede questa cosa: una persona che, dopo tanti anni, torna nella casa in cui è cresciuta, in una delle case che ha abitato. Ci abitano altre persone, adesso, ma la persona che torna suona il campanello, bussa alla porta, chiede di poter entrare. Spesso le dicono di sì, e allora la persona entra, cerca delle cose: una tacca sul muro, un graffio sul corrimano delle scale. Questa era la mia stanza. Qui è dove ho dato il mio primo bacio. Qui mi rifugiavo quando avevo paura.
Bisogna avere un sacco di coraggio, penso, per tornare. Io non so se ce la farei. O forse non è una questione di coraggio; forse si torna solo dove si è stati davvero felici.
Ci dice al telefono, domani viene il fotografo, mi raccomando, mettete a posto. Non so neanche da dove iniziare: penso a chi troverà le immagini della nostra casa sul sito dell’agenzia, mi chiedo se non dovrei togliere la fotografia di Susan Sontag che tanto si sta già staccando o quella di Frida Kahlo sopra la scrivania, se non dovrei togliere le cartoline dalla bacheca di sughero, le parole calamita dal frigorifero.
Qualcuno forse cercherà di riconoscere i libri dalle coste, o di capire cosa c’è scritto sulla lavagna; ingrandendo le fotografie si potrebbe capire quante volte siamo stati a teatro o al museo, quali concerti ci hanno fatto cantare, che film abbiamo visto e che viaggi abbiamo fatto.
Tra un po’ di tempo quando qualcuno mi dirà, ci vediamo al solito posto per berci una birra? Sarà difficile dire di sì: passare sotto la mia finestra sapendo che non è più la mia, intravedere il nuovo arredamento, magari riconoscere i mobili dal catalogo dell’Ikea. Passare accanto alle persone ferme davanti al portone col naso all’insù che leggono gli annunci: bilocale al terzo piano libero subito, monolocale arredato – e anziché tirare fuori le chiavi dalla tasca, infilarle nella toppa, sentirmi i loro occhi e la loro invidia addosso, continuare a camminare, attraversare la strada, sentirmi estranea.
Non so neanche da dove iniziare: penso a chi troverà le immagini della nostra casa sul sito dell’agenzia, mi chiedo se non dovrei nascondere la chitarra nell’armadio, se non dovrei togliere i suoi disegni dal muro, o l’albero di Natale disegnato con il washi tape colorato; se non dovrei spostare la valigia che sembra sempre pronta e un po’ lo è, ma in realtà è lì perché non sappiamo dove metterla. Qualcuno forse noterà la macchina da scrivere accanto al vaso verde, il quadro enorme che ti ho regalato che in realtà è un libro intero.
Se fossimo in un film a un certo punto torneremmo, cercheremmo il pulsante giusto sul citofono, chiederemmo di entrare: ma non abbiamo lasciato segni, e il primo bacio ce lo siamo scambiati altrove. Tutto il resto lo avvolgeremo nella carta di giornale e lo infileremo negli scatoloni.

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