Inutili i soccorsi

Digiti http://www.trenitalia.it. La stazione di partenza, quella di arrivo. Scegli il giorno, la fascia oraria. Ti sei dimenticata di mettere il segno di spunta su andata e ritorno. Scegli il posto a sedere. Sbagli tutte le volte, e tutte le volte ti ritrovi a viaggiare all’indietro, al contrario. All’inizio ti dava fastidio, adesso non ci fai neanche più caso. Quando guardi fuori dal finestrino, anziché vedere il mondo venirti incontro lo vedi scorrere via, allontanarsi. Ha senso, in fondo: quando viaggi non ti senti mai come se ti stessi avvicinando a qualcosa, sempre come se te ne stessi andando via. Via dal tuo luogo sicuro, all’andata; via da quel posto che a volte non avevi mai visto ma di cui credi – ogni volta – di esserti innamorata. Ogni viaggio non fa altro che ricordarti quello che ti manca. Ti riprometti di tornare, gli dici: dobbiamo tornarci insieme, secondo me ti piacerebbe, ma poi non succede mai.

Quando uscite dall’autostrada probabilmente stai cantando, perché di solito funziona così: mandi avanti le canzoni che non conosci a memoria, quelle di cui non sei capace neanche di inventarti le parole, e canti. L’hai imparato da bambina, che in macchina si canta: per allontanare la nausea e dimenticarsi dei tornanti, per accorciare le distanze, per riempire il silenzio. C’è coda, allo stop. Passata la curva vedi l’ambulanza e smetti di cantare, pensi che non sarà niente di che, non è mai niente, ma non si sa mai. I giornali poi titoleranno dramma sulle strade, incidente mortale, ma stasera, domani, un altro giorno. Adesso siete appena usciti dall’autostrada e stavi cantando, hai smesso di cantare.

Quando il treno esce dalla stazione di Brescia distogli lo sguardo dal libro che stai leggendo perché il viaggio è lungo per guardarti intorno. Sai che a un certo punto, quando eri piccola, hai pensato a come sarebbe stato vivere lì, cerchi il balcone dal quale avresti potuto affacciarti, cerchi le strade che ti ricordi e quelle che ogni volta ti chiedi se sono state sempre dove sono ora. Guardi Brescia allontanarsi molto molto piano, ma mica sono sul Frecciarossa, pensi, tutti gli altri treni sono così lenti. Vedi un lenzuolo steso sui binari. Vedi due uomini chinati sul lenzuolo. Vedi che il lenzuolo è gonfio.

C’è una ragazza coi capelli ricci che parla al telefono nella sua tuta blu. Ci sono un paio di persone con le braccia incrociate sul lato della strada. Un vigile dirige il traffico; in mezzo alla carreggiata, un pick-up bianco. Lui aveva i jeans con il risvolto, una giacca militare, le calze di spugna, degli scarponcini pesanti. Vedi gli scarponcini pesanti, le calze di spugna, i jeans con il risvolto, la giacca militare e sembrano imbottiti di stracci, per il modo in cui se ne stanno lì, sdraiati sull’asfalto.

Cerchi sul telefono, Brescia, incidenti in provincia di Brescia. Suicidio Brescia. Suicidio Brescia oggi. Cerchi dramma, incidente mortale, inutili i soccorsi.

Non venite mai a trovarci, ti dice lei. Finalmente, ti dice lui. Saliamo alla chiesa per vedere la mostra, ti dice lei, camminate lungo il sentiero. Ti fermi per fargli vedere dove giocavi, ripensi a tutte le volte che hai scritto quei posti. Quand’è che smetti di fumare, ti chiede lui, quando si accorge del fiatone. Gli rispondi male, ma ormai è abituato.

Cerchi sul telefono, incidenti in provincia di Novara. Incidenti in moto. Incidenti oggi. Cerchi dramma sulle strade, incidente mortale, inutili i soccorsi.

La mostra è una stanza con le pareti ricoperte di fotografie. Ci sono anche gli oggetti: lo stampo per il burro, l’inginocchiatoio per lavare i panni nel fiume, il braciere per scaldare il letto d’inverno.
È il 1930 e non esistevate ancora, ma esistevano queste facce scure, questi cappelli sulle ventitré, queste sopracciglia severe, questi sorrisi sdentati. Guarda come tenevano la sigaretta, loro, mica come adesso che quasi ci vergogniamo di fumare.
È il 1940 e non esistevate ancora, ma esistevano i bambini vestiti di bianco per la Comunione, le processioni d’agosto, tua nonna ragazza che somiglia più a te che a se stessa.
È il 1952 e tua nonna e tuo nonno sorridono incorniciati di bianco, seguiti da una folla festante nel giorno del loro matrimonio. Vorresti che lui ti dicesse, che belli sono, ma non ti dice niente. La sera ti dice che è perché sei diversa.

Cerchi sul telefono, morto sul colpo, al vaglio degli inquirenti, stando alle prime ricostruzioni. Inutili i soccorsi.

Annunci

2 thoughts on “Inutili i soccorsi

  1. Così spesso ti leggo e penso che potrei aver scritto io le cose che scrivi. Ma non è per emulazione o per invidia (“vorrei averlo scritto io”). A volte sì, anche, ma non è questo. È che riconosco i percorsi mentali che partono dalle prime parole e arrivano all’ultimo punto. Parti da lontano, ti avvicini lentamente, lateralmente, poi quando arrivi ti fermi a guardare. E chiudi sempre in levare, come piace a me, come faccio io.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...