Make the most of a million times no [*]

A Milano la macchina non serve.
La mia maestra delle elementari mi avrebbe già segnato due errori, a questo punto. Un tema si comincia mettendoci il cappello. E poi: non si dice macchina, si dice automobile, così come non si dice cosa, non si dice fare, non si dice dire.
Quando non vivevo a Milano usavo la macchina tantissimo. Mi piaceva guidare, mi piaceva percorrere strade nuove, a volte perdermi, mi piaceva andare veloce per quanto lo permettesse la mia macchina, che non è proprio il massimo, a motore. Mi piaceva scegliere le canzoni da ascoltare guidando, andare in giro con il finestrino abbassato e fumare e non fermarmi mai se non per fare benzina o fermarmi spesso, ogni volta che qualcosa mi attirava l’attenzione.
Non si dice macchina, appunterebbe la mia maestra delle elementari con la penna rossa al margine del foglio, aggiungendo dei punti esclamativi.
Una volta ci stavo anche attenta, a non dire macchina, a non dire cosa, a non dire fare, a non dire dire, ma poi un po’ che le regole sono cambiate, un po’ che sì, è vero che le persone guidano automobili, nominano oggetti, compiono azioni, sussurrano gridano pronunciano scandiscono parole, ma è vero solo quando si scrive e non quando si parla, ho smesso di starci così attenta.

La prima volta che sono venuta a Milano ci sono venuta in treno. C’era qualcuno, non ricordo chi, che sapeva come arrivare fino al Duomo, che riemergi dal sottosuolo e te lo ritrovi lì e ti sembra una cosa incredibile. La maggior parte delle volte che sono venuta a Milano ci sono venuta in treno, fino a quando il treno non è diventato una cosa che prendo per lavoro, più che per viaggiare. A Milano in macchina ci venivamo di sabato sera, di nascosto da tutti, e dalla macchina non scendevamo neanche: giravamo per le strade e guardavamo le luci e i palazzi, ma non il Duomo, e allora era quasi come essere in un’altra città che non fosse Milano.
Il cappello dei temi lo immaginavo grigio, un Borsalino, anche se non avevo idea che si chiamasse così, penso. Per cui i temi avevano le fattezze di Humphrey Bogart in Casablanca. Secondo la maestra un tema doveva finire con un tocco personale, con una frase che spiegasse, per esempio, quello che avevamo imparato. Quando si cresce però diventa più difficile capire cosa si è imparato, per cui adesso succede spesso che quello che scrivo vada in giro a piedi nudi.

Quando sono arrivata a Milano mi muovevo solo in metropolitana. La conoscevo già ed era l’unica cosa che conoscessi, e anche quando sbagli non è grave. Non so perché ma mi sono rifiutata di prendere il tram fino a quando non è stato inevitabile – e da quel momento non ho mai smesso di restare in superficie.

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/cà·sa/ [casa numero uno]

Della casa numero uno non ricordo già più il portone, anche se l’ho visto ieri sera, perché ero emozionata e trafelata e il ragazzo col completo blu e la spilletta verde lo stava tenendo aperto per me. Cerca di spiegarci il quartiere anche se continuiamo a interromperlo, a dirgli, non ce n’è bisogno, lo conosciamo già, viviamo qui vicino. È come quando sei al museo e prendi le cuffiette che ti raccontano quello che stai vedendo in un ordine preciso, una voce registrata con cui non si può interloquire, che non si può mandare avanti veloce. Nel cortile potete tenere le biciclette, dice. È un cortile molto bello, ma non saprei descriverlo perché nel frattempo il ragazzo col completo blu e la spilletta verde ci sta spiegando che nel palazzo abitano quasi solo italiani, come potete vedere dai cognomi sul citofono, aggiunge, e in quel momento avrei voluto fare marcia indietro, girare sui tacchi come in un cartone animato e, come in un cartone animato, correre via lasciandomi dietro una nuvoletta di polvere. Lo dirà a tutti, immagino, e mi chiedo se è consapevole di dire una cosa razzista, se la dice comunque perché sa che è quello che le persone che cercano una casa vogliono sentirsi dire o se lo pensa anche lui.
L’ascensore somiglia a quello della casa numero zero, che è quella in cui vivo adesso, chiuso in una gabbia metallica, e ci porta fino al terzo piano. Il ragazzo col completo blu e la spilletta verde ci spiega che la pianta della casa è un po’ particolare. Ho visto la planimetria, cerco di spiegargli, ma ho come l’impressione che non ascolti.
Suona il campanello e l’inquilino ci apre sorridente, prima di sedersi di nuovo al tavolo. La bambina è sdraiata sul divano e guarda i cartoni animati dal grosso schermo appeso al muro di fronte, la salutiamo ma non sembra registrare la nostra presenza.
La prima finestra si affaccia su un ballatoio che dà sul cortile, entra molta luce nonostante le inferriate e la zanzariera. Il ragazzo col completo blu e la spilletta verde ci accompagna verso il bagno, ci mostra un’altra finestra, apre il box doccia dicendo, mi permetto.
Le stanze sono tutte triangolari, anche se forse la parola precisa per descriverle sarebbe trapezoidali, credo, perché di lati ne hanno quattro. Una delle stanze da letto, dice il ragazzo, si affaccia sul parco: non è proprio così, devi sporgerti dalla finestra per vedere il parco, ma è un bel parco, è bello sapere che basterebbe scendere le scale della casa numero uno per farsi una passeggiata o portarsi un libro da leggere su una panchina. La finestra dell’altra stanza da letto, invece, dà sulla strada, ma è molto silenziosa, spiega il ragazzo. Cerco di immaginare dove potrei mettere la scrivania, cosa vedrei alzando gli occhi dal computer. Cerco di capire se potrei essere felice, seduta a quella scrivania.
Non c’è molto altro da vedere: la casa numero uno ci piace molto, anche se cerchiamo di fare finta di no, come se con le case funzionasse come con le persone, che è meglio tenersi dentro certe cose almeno fino a quando non si è sicuri di essere ricambiati. Ci scusiamo con l’inquilino e con la figlia per il disturbo, spieghiamo che ci stiamo passando anche noi, che giusto la sera prima eravamo noi l’inquilino mentre delle altre persone osservavano la nostra casa e cercavano di decidere se facesse al caso loro. Ci scusiamo anche con la moglie dell’inquilino che incontriamo uscendo dall’ascensore. Tanto ero a lavorare, ci risponde sorridendo.
Facciamo un pezzo di strada con il ragazzo col completo blu e la spilletta verde che ci chiede che lavoro facciamo. Cerco di spiegarglielo anche se è sempre difficile e lui mi dice, immaginavo che fossi un’artista, anche se di lavoro mica faccio l’artista.
Per scegliere questa casa ci abbiamo messo quindici minuti, mi dice mia suocera. Io penso che a innamorarmi della casa numero zero ci ho messo anche di meno, ma non lo dico a nessuno, neanche a me stessa, fino a quando non lo scrivo qui.

You say tomato [*]

L’altro giorno siamo andati a fare la spesa all’Esselunga, che è un grosso acquario sotterraneo. Abbiamo passato un sacco di tempo all’entrata ad annusare meloni, e io ho iniziato a innervosirmi perché mi hai rubato il guanto di plastica e volevi fare tu. Quando siamo passati alle albicocche ho insistito per pensarci io, ma sembravano scongelate da poco. Cioè, a vederle in verità sembravano succose, te ne accorgevi quando le prendevi in mano, di quanto fossero fredde, dure, di quanto poco si somigliassero. Ora che siamo arrivati in fondo stavamo litigando, ci siamo fermati giusto il tempo di salire in ascensore lanciandoci occhiate storte. Allora ti ho detto, non ci siamo capiti, o, ci siamo capiti male, scusa.
Che poi se ci pensi è incredibile il contrario. Capirsi, dico, capirsi bene. E non sto parlando di noi, che tutto sommato ci capiamo più della media, perché quando passi tanto tempo insieme è inevitabile, no? Dico proprio in generale. È come quando traduci un libro: non basta mica sapere le parole, perché se no lo potrebbero fare tutti, basterebbe avere la voglia di mettersi a cercare parola per parola. Solo che poi certe parole, quando sono vicine, vogliono dire un’altra cosa. Certe parole cambiano significato nel corso del tempo. Certe parole vengono usate in un certo modo in una parte del mondo, e in un altro modo nell’altra, e così via.
Quando ci parliamo – e non dico io e te, che tutto sommato ci capiamo più della media, dico in generale – succede una cosa così. Le parole ci escono dalla bocca, anche se non in una nuvoletta come quella dei fumetti (il che complica le cose, se ci pensi, perché se le parole fossero in una nuvoletta avrebbero dei contorni e non potrebbero scappare), viaggiano nell’aria e arrivano alle orecchie delle altre persone. Nelle orecchie delle altre persone c’è una specie di traduttore automatico, e lo sai che casino fanno i traduttori automatici? Prendono tutto alla lettera. No, non è vero che nelle orecchie abbiamo un traduttore automatico, perché noi non prendiamo tutto alla lettera. Noi spesso interpretiamo.
Dovremmo stare più spesso in silenzio, e non lo dico perché oggi ho mal di testa e basta il rumore della rotella dell’accendino per farmelo aumentare. Lo dico perché siamo molto più bravi a capirci quando usiamo poche parole, o nessuna. O forse dovremmo solo tenerci di più, alle parole. Forse se avessimo un barattolo dove mettere una monetina per ogni parola che usiamo ci staremmo più attenti, a usarle bene. Se ogni parola costasse una monetina non le userei per arrabbiarmi ma per dirti, sai? Quel melone che hai scelto è proprio buono. Fanno otto monetine, ma tu sorrideresti, e pure io.

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Thoughts of rain at sunset [*]

Mi ricordo che all’inizio mi chiedevo com’è che facessi andare i tergicristalli così lenti, quando pioveva. Guardavo le gocce cadere sul parabrezza, accumularsi, cercavo di capire come fosse possibile vedere la strada attraverso tutta quell’acqua. Te l’ho anche chiesto, mi ricordo, ma non ricordo la tua risposta. Adesso non ci penso neanche più, mi ci sono abituata.
Mi è tornato in mente qualche giorno fa, quando la pioggia ci ha costretti ad accostare prima di trasformarsi in grandine. Mi è tornato in mente stanotte, quando i pensieri che mi piovevano in testa non mi lasciavano dormire, perché i pensieri sono come la pioggia: cadono più spesso in certe stagioni e quando arrivano d’estate, quando meno te li aspetti, lo fanno con violenza, fanno ancora più rumore.
Quando arrivano uno alla volta è facile spostarli, cancellarli, asciugarli. Quando arrivano a braccetto si fa un po’ più fatica, bisogna usare la forza. È come con la pioggia e i tergicristalli, appunto – proprio la stessa cosa, perché troppi pensieri alla fine impediscono di vedere quello che hai davanti agli occhi, e l’unico modo di accostare è chiuderli, gli occhi, sprofondare nel sonno, sperare che non vengano a svegliarti.
Me li immagino come una mano, questi tergicristalli interiori, che accarezza la fronte e cancella le gocce dei pensieri che tic, tic tic, punteggiano i minuti (la fronte si corruga, quando pensi, per non far cadere le gocce negli occhi), me li immagino come una mano che spazza via le nuvole-pensieri, che toglie le ragnatele-pensieri, ci si impiglia.
Quando guidavo io mettevo sempre i tergicristalli al massimo, lo faccio anche adesso che non guido; mi abituo a spazzare via la pioggia, i pensieri, ma quando cadono più forte non so più cosa fare, ho paura, frenando, di andare più veloce. Per una volta mi sa che hai ragione tu.

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I should go / See you in June [*]

Giugno, non riesco a prenderti sul serio. Sono ancora sul fuso orario della mia infanzia, mi avvicino al baratro delle vacanze con gioia e terrore, le guance rosse come il cocomero sulla copertina del libro con i compiti per l’estate. A distanza di vent’anni quando gira il calendario e appare giugno è come quando si giocava a nascondino e venivamo liberati, è come quando ogni campana era l’ultima campana, è come quando metti in pausa il cassetto delle calze, lo apri solo quando piove, è come quando guardi fuori, vedi luce, guardi l’ora, mi sembrava pomeriggio, pensa te, son già le nove.
Giugno, non riesco a prenderti sul serio. Non sei un mese di vacanza ma per me sei come aprile (non crudele, solo pigro, mi fai voglia di dormire); non sei un mese di vacanza ma per me sei come luglio – ti ho voluto tanto bene e di tutto quell’affetto mi è rimasto un rimasuglio e se pure non ti aspetto e non ti penso quasi mai, quando arrivi e allunghi il sole fino a sera mi fai dire, resta, dai.
Caro giugno, sei arrivato con la pioggia ma riparti con il sole, per la strada si lamentano del caldo, ma non sono che parole.

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