Volere, potere

Io non volevo mica sposarmi. Presente quando ti chiedono: e allora? Quand’è che ti sposi? E tu accartocci la faccia e trattieni un insulto? Ecco, così. Ogni tanto, scherzando, dicevo, sì, va bene, mi sposerò quando troverò qualcuno che ama i film che amo io, tutti quanti – perché i film che amo io, tutti quanti, non li amava nessuno; e allora era un po’ come dire, il giorno del mai.

Poi è arrivato Matteo e i film che amavo io li amava anche lui e quando l’ho visto la prima volta era altissimo, stretto nel suo cappotto blu e con un libro sotto il braccio. Il libro parlava del rapimento di Aldo Moro, e allora gli ho dato un bacio e gli ho consigliato un altro libro che parlava della stessa cosa. Poi mi ha portata a mangiare al ristorante indiano e abbiamo parlato di quei film e del fatto che non aveva senso parlare di “per sempre”, quando si sta con una persona, ma in fondo avevamo deciso che non c’era bisogno di parlarne: quando vuoi che sia per sempre lo sai.

Se ad indossare il cappotto blu, però, fosse stata Anna, l’avrei potuta baciare, certo, e dopo tre mesi avremmo potuto decidere che sarebbe stato bello addormentarsi tutte le notti nello stesso letto, così com’è successo con Matteo: ma non avrei potuto dirle, una domenica mattina – ma perché non ci sposiamo? Perché lei mi avrebbe risposto, sarebbe bellissimo, ma non possiamo.

Se a tenere un libro sotto il braccio, però, fosse stata Beatrice, l’avrei potuta baciare, certo, e avrei potuto portarla a Verbania a conoscere i miei genitori e mia madre le avrebbe preparato le cotolette e mio padre le avrebbe fatto un sacco di domande, così com’è successo con Matteo: ma non avrei mai potuto disegnare con lei gli inviti per il nostro matrimonio, perché sarebbe stato bellissimo, sposarci, ma non avremmo potuto.

Se a portarmi a mangiare al ristorante indiano, però, fosse stata Claudia, l’avrei potuta baciare, certo, e avrei potuto ascoltare i vicini di casa raccontare di quando lei era piccola e abitava nella stessa casa in cui adesso abitiamo noi, immaginandola con le ginocchia sbucciate come me e le guance rosse: ma non avrei potuto dirle sì davanti alle nostre famiglie, così emozionata da non accorgermi neanche delle lacrime dei miei genitori seduti dietro di noi.

Se a parlare di “per sempre”, però, fosse stata Diana, l’avrei potuta baciare, certo, e avrei potuto pensare che non c’era bisogno di parlarne perché lo sapevo, che volevo che fosse per sempre, e sapevo che anche per lei era così: ma prima o poi ci saremmo rese conto di essere sole col nostro amore, che per noi era per sempre ma per il resto del mondo no. Non avrei potuto sentirmi chiamare moglie, non avrei potuto sapere che mia madre, alle sue amiche, dice che non ci sperava più ma che bello, che alla fine mi sono sposata; non avrei potuto avere la certezza che se un giorno non ci sarò più c’è stato qualcosa – una cerimonia, un rito, una trascrizione – che ha reso indelebile quello che c’è stato e che nessuno può cancellare.

Non volevo mica sposarmi, e però l’ho potuto fare e l’ho potuto fare per caso; l’ho potuto fare perché quel giorno, ad aspettarmi all’angolo della strada al freddo, c’era Matteo e non Anna, Beatrice, Claudia o Diana – perché le guance del mio amore sono ispide e non morbide, perché il destino o chi per lui ha fatto innamorare dei miei stessi film un uomo e non una donna.
Non me la posso prendere col destino, ma me la posso prendere con chi fa le leggi: perché ci sono tante Chiare che dicono di non volersi sposare, cambiano idea, si sposano – ma ce ne sono altrettante che lo dicono perché sanno di non potere, e non potere, spesso, si trasforma in non volere; ce ne sono altrettante che, anche quando cambiano idea, non possono farlo; non è giusto, e quando una cosa non è giusta ci vuole qualcuno che la cambi, e lo faccia in fretta.

Non voglio essermi potuta sposare per un gioco del caso: il mio amore vale più di così – e vale più di così sia che mi voglia sposare con Matteo, sia che mi voglia sposare con Anna.

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