Noi parliamo d’amore

Ieri mattina ho ricevuto un messaggio dalle fantastiche donne del Collettivodonnematera. Mi chiedevano di scrivere qualcosa in risposta alla mozione presentata al Consiglio regionale della Basilicata a firma del consigliere regionale Aurelio Pace.
Ho aperto il blocco note e ho scritto:

Quando ero piccola la teoria del gender non esisteva. C’erano altri mostri – le piogge acide, la nuvola di Chernobyl, le siringhe nei prati; ogni epoca ha i suoi spauracchi. Finisci il minestrone o ti mando la teoria del gender!
Parlo di quando ero piccola per raccontare una cosa che mi è venuta in mente leggendo la mozione presentata nei giorni scorsi nel consiglio regionale della Basilicata.
A quattro anni ho deciso che, per Carnevale, mi sarei vestita da Re Artù. Non da Ginevra, non da principessa o fata o quel che si usava all’inizio degli anni Ottanta, ma da Re Artù.
Siccome la teoria del gender non esisteva, mia mamma non ci ha trovato niente di strano. Non è stato facile trovare un vestito da Cavaliere della Tavola Rotonda, ma le ho volentieri creduto quando mi ha mostrato un completo da paggio con tanto di cappello piumato. Rosso.

Poi sono tornata a rileggere la mozione. E mi sono resa conto che non so bene cosa dire.
Perché come si fa a rispondere a chi chiede che non venga introdotta nelle scuole una cosa che non esiste?
Come si fa a rispondere a chi dice che raccontare che esistono famiglie composte da due mamme o due papà “indirettamente” invita i bambini a “scegliere il proprio genere”, sottintendendo che se ci sono due mamme o due papà uno dei due deve per forza portare la gonna e l’altro i pantaloni?
Come si fa a rispondere a chi dice che questo tipo di insegnamento “oggettivamente confonde e ferisce la crescita e l’innocenza dei bambini”, quando in questa affermazione non c’è niente di oggettivo?

Mi sembra che chi si scaglia contro la fantomatica ideologia del gender tenda a fare un po’ di confusione, ad auspicare un mondo in cui ci si vesta di rosa o di azzurro a seconda di quello che si ha in mezzo alle gambe, che invece c’entra molto poco con i colori che si vogliono indossare, con le carriere che si vogliono intraprendere, con la vita che si vuole vivere.
La bellezza delle differenze che viene ricordata nella mozione non può essere relativa solo a certe differenze, e ad altre no. Non siamo complementari solo quando possiamo incastrarci come i pezzi di un puzzle: pensare che gli esseri umani siano solo questo ci riduce a peni e vagine fatti gli uni per le altre, rigorosamente a scopo procreativo. E io – non so voi – penso di essere molto di più di una vagina con una donna intorno.

Loro non sanno parlare che di sesso. Noi parliamo d’amore. Non è forse questo il punto?

(Nel frattempo Angela Blasi della Commissione Regionale Pari Opportunità della Basilicata ha risposto così).

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2 thoughts on “Noi parliamo d’amore

  1. E’ anche questo. Sono miopi, ossessionati, senza un briciolo di oggettività. In un mondo dove qualsiasi fandonia, ripetuta con convincimento, diventa magicamente verità più vera di quella reale cosa potremmo aspettarci mai?

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