Cartafreccia

Salgo e scendo dalle città come dai treni. Mi muovo sulle rotaie che mi suggerisce il telefono vibrandomi tra le mani, svolta leggermente a destra, prendi la prima alla rotonda, scatto fotografie dietro i finestrini dei miei occhiali.
Cortili, finestre, muri. A trecento all’ora o a passo veloce, e mi ricordo di quando eri bambino. No, non mi ricordo davvero, non c’ero. Mi hai detto che sentivi una corda che ti legava a casa, mi hai detto che la sentivi arrotolarsi, tendersi, quanto più ti allontanavi. Mi hai detto che potevi scioglierla quando si ingarbugliava carezzandoti la schiena, una, due, tre volte. Non di più. E allora cortili, finestre, muri, cerco di ricordarmi la strada perché non si annodi la mia, per tornare adesso, tornare prima.
Colline, pianure, fiumi. A trecento all’ora o a passo veloce mentre ascolto la colonna sonora che hai scelto per me. Attraverso le piazze di Firenze, scalo le salite di Roma, percorro i portici di Bologna, mi infilo in tasca tutto quello che potrebbe piacerti per portartelo a casa. Imparo i posti in cui posso scaldarmi le mani nelle tazze monouso, imparo le scritte sui muri e gli amori che finiscono e quelli che non finiscono mai.
Non avevamo niente, adesso abbiamo tutto e ancora non ci basta.

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