QB (o delle nuove forme del tempo)

È come il QB nelle ricette. Cosa cazzo vuol dire “quanto basta”? Dice lui, e io sono qui che infilo il cucchiaio nel minestrone, soffio via una nuvola di vapore, cerco di capire se posso assaggiarlo senza scottarmi, ce la faccio, finalmente, e mi accorgo che il sale non è bastato, perché ogni volta sbaglio, troppo, troppo poco; mai, evidentemente, quanto basta. Dammi dei grammi, dei centilitri, inventati tu una unità di misura ma, cristo, quantificami la cosa.

Si tratta solo di sale, in fondo, di una cosa piccolissima che aggiungi a tutto il resto con un gesto altrettanto piccolo.
Hai lavato le verdure, tagliato le carote, i porri, il sedano, le patate, hai diviso i pomodorini in quattro parti uguali, ci hai messo tempo e il tempo che ci hai messo è bastato, non è stato troppo né troppo poco, non sono troppe né troppo poche le verdure. Dev’essere una questione di forma o di sostanza o di entrambe le cose – le verdure ce l’hanno, e non hanno bisogno di bastare, il sale non ce l’ha e si nasconde dietro una sigla, QB, che questa volta significa: è quasi bastato, ma proprio bastato no, e lo sentirai a ogni boccone.

Dice che questa stessa vaghezza ce l’hanno solo certi periodi di tempo, e quelli che dice lui e quelli a cui penso io sono tempi nel futuro, ma probabilmente sono così tutti i tempi senza l’orologio. Se io ti aspetto dalle quattro alle cinque, ma anche dalle nove alle sette, mi basterà guardare l’orologio per sapere se stai salendo o scendendo, quando arriverai da me – è un tempo futuro che diventa immediatamente presente, man mano che lo si vive, anche vivendolo lontani. Se invece c’è da aspettare un momento che arriverà, tutto il tempo che passa non mi dice niente del momento che non è ancora arrivato, se non che continua a mantenersi a distanza, apparentemente sempre la stessa. I periodi indefiniti di tempo tendono a frammentarsi, a creare nuove unità temporali, le oreterne, i secondimpossibili, i minutinterminabili, dando ragione a quel tizio che parlava di relatività e forse ne parlava perché lo sapeva, che un’ora passata con te è un tempo diverso da un’ora passata ad aspettare un treno, ma non mi ricordo la storia.

E allora quanto basta dovrebbe essere una domanda, non un’affermazione. Quanto basta? Basta un’ora lontani, grazie, ma posso arrivare anche a otto. Quanto basta? Questi baci? Ma no, facciamone un po’ di più, grazie. Ti viene da rispondere con gentilezza, se quanto basta è una domanda, da cercare un modo per rendere l’attesa bella per entrambi. Ci stai? Ti basta? Quanto basta?

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3 thoughts on “QB (o delle nuove forme del tempo)

  1. Adesso ti dico come mi sento: è come se tu mi fossi entrata nella testa, avessi dato una occhiata ai miei pensieri, e li avessi scritti in forma intelligibile. Io spero che la destinataria arrivi qui, da dillà, e legga, e capisca, tramite le tue parole, quello che ho cercato di spiegarle.

    1. Ma che cosa bellissima mi hai scritto, grazie! Che poi è stato così anche per me, in un certo senso, tipo che i tuoi pensieri erano pensieri che nemmeno sapevo di avere, fino a quando non li ho visti, non li ho letti, scritti esattamente così come li hai scritti tu. Se no non avrebbe funzionato, mi sa. E spero anch’io con te, dai, che di qui o dillà capisca, ecco.

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