Qui

La prima volta che sono venuta qui ci sono arrivata con l’autobus, sono scesa da quei gradini altissimi con un salto, mi sono fatta sgridare dalla maestra perché sono uscita dalla fila, sono entrata in un edificio che mi sembrava grandissimo e sono tornata a casa con una cartolina con le giraffe.
La seconda volta che sono venuta qui ci sono arrivata col treno, e forse c’erano state altre volte, in mezzo, ma non le ricordo – ero con le mie amiche e loro sapevano già come muoversi, me l’hanno spiegato, mi è sembrato facile fino a quella volta in cui invece ero da sola, e ho fatto le stesse cose ma nella direzione sbagliata.
Da qui ci passavo per andare dai nonni, anche se passare da qui non è la stessa cosa che venire qui. Mi sembrava che ci fosse tutto il mondo, in quel raccordo, e ogni campetto mi sembrava lo stadio – dove sei stata? Dai nonni. Cosa hai visto? Lo stadio. Davvero? Sì. Ma è grande come in televisione?
A volte venivo qui in auto, la notte, quando le persone con me non sapevano cosa fare: vedevamo certe luci da lontano ed era l’unico momento in cui ci sembrava di capire la nostra posizione, in mezzo a tutte quelle strade che ci sembravano uguali.
A quel punto avevo già deciso che qui mi piaceva, che mi sarebbe piaciuto viverci, anche se tutti dicevano, è brutta, è grigia, è inquinata, anche se tutti dicevano, io non lo so come fanno a viverci, qui, le persone che ci vivono, ma d’altra parte io non capivo come potessimo vivere noi dove vivevamo, e per cui eravamo pari, in un certo senso.
E allora tornavo qui, in treno, in auto, tornavo qui e andavo in giro con il naso per aria, all’inizio, a guardare com’erano belle le cose giganti, tornavo qui e andavo in giro con il naso all’altezza del naso, poi, a guardare com’erano belle le cose normali e nascoste, com’era bello andare in giro e pensare, nessuno mi conosce, non conosco nessuno, fare finta di essere trasparente o fare finta di essere il contrario di trasparente, fare finta che sarebbe stato bello vivere qui e saper rispondere, per una volta, alle richieste di indicazioni, fare finta che sarebbe stato bello vivere qui sapendo di starci solo vivendo, di non esserci nata e cresciuta ma di avere finito, comunque, per rendere mie la cadenza, lo sguardo, il ritmo del passo.
C’era sempre un motivo per venire qui, anche quando, alla fine, sono arrivata senza sapere che mi ci sarei fermata: e adesso che sono qui, ogni volta che ci allontaniamo pensiamo a quanto ci manca, a quando torneremo qui con l’auto, con il treno o con l’aereo e cercheremo certe luci da lontano non per sapere dove siamo ma per sapere quanto manca – a qui che è qui ma è la porzione di qui che è casa, la porzione di qui in cui ci nascondiamo dietro le imposte ad ascoltare i passanti, la porzione di qui in cui facciamo spazio al gatto perché si sdrai in mezzo a noi mentre scommettiamo sul cielo del giorno – sarà azzurro? Sarà grigio? Sarà bianco? La porzione di qui che ci portiamo ovunque, la porzione di qui che è una porzione di noi.

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