Like never before

Sono sempre stata velocissima a leggere. Quando ero piccola, giravo le pagine una dopo l’altra, sotto gli sguardi perplessi dei grandi che non credevano che, in così poco tempo, fossi riuscita ad assimilare una quantità di parole maggiore di quella che avrebbero assimilato loro. Ero, sono, vorace. Entro nelle storie, e voglio sapere come vanno a finire. Quando ho scoperto che si poteva fare, che non era obbligatorio leggere un libro dalla prima pagina all’ultima, ho cominciato a partire dal fondo, per sapere a chi affezionarmi e a chi non, per sapere se avrei pianto o avrei sorriso.
Anche la mia storia, l’ho sempre sfogliata veloce, così veloce che, ogni volta che te la racconto, perdi dei pezzi. Non mi ricordo, dici, raccontamela di nuovo, e io, ogni volta, ricomincio, cercando di rallentarmi, di prenderti per mano e portarti nei posti in cui sono stata, farti vedere quello che ho visto, sentire quello che ho sentito.
Poi succede che arrivi alla pagina dell’oggi e, per quanto tu possa andare veloce, la pagina del domani è ancora lì, incollata, devi armarti di pazienza e di un tagliacarte per poterla leggere, sempre che sia già scritta – questo non lo so. Per non parlare della pagina del dopodomani, o di quella che racconta la mia storia tra un mese, o tra un anno. La tua storia la scrivi tu, mi diresti, se ti confessassi che vorrei sapere, o forse mi diresti che la scriviamo noi, adesso, che se è la mia mano a tenere la penna, a disegnare le mie frasi storte, è con le tue dita strette intorno al polso – come quando, la notte, rigirandoci nel letto, perdiamo l’aderenza perfetta del momento in cui ci auguriamo di fare sogni belli, ma continuiamo a cercarci, a tenerci anche solo per un dito, per ritrovare presto la strada quando, a ogni risveglio, ci rotoliamo l’uno verso l’altra per tornare a casa.
Mi fanno male le mani, ti direi, non sono più abituata a scrivere così tanto, ti direi, se dovessi parlarti di come mi sento riguardo alla storia che sto scrivendo che è la mia, che è la nostra: non basta un quaderno, non ne bastano dieci, e ci sono così tanti colpi di scena che, spesso, ho bisogno di fermarmi, chiederti di tenermi stretta: ho paura di perdermi, o qualcosa del genere.
Vorrei leggere il mio prossimo capitolo, vorrei intravedere giorni sereni al tuo fianco, vorrei che, come mi dici sempre, la storia continuasse con me – con noi – che sono felice: dici, vedrai, andrà sempre meglio, e quando ti chiedo, come fai a esserne così sicuro? Mi rispondi, guardaci, guardaci adesso. Ho paura, ti dico, ma tu mi sorridi. Anche adesso? Mi chiedi, e sì che ho paura anche adesso, lo stesso, ma meno, e diversa. Non ci sono seconde stesure, è buona la prima, ma se questo è l’inizio, mi dico, per forza hai ragione – mi parli di ciò che faremo nei viaggi che ci aspetteranno, prometti di esserci sempre, di stare al mio fianco – ci sono canzoni in cui ci troviamo cantati, cantiamole insieme, chiudiamo il quaderno per qualche minuto – i giorni non durano che una giornata alla volta, è lunga se siamo lontani, ma quando lo siamo?

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