Come il rosmarino

Ci sono tre finestre, qui, e danno tutte sulla stessa strada. Mi è piaciuto subito quello che si vede affacciandosi, così come mi piacciono i rumori che si sentono, gli stralci di conversazioni.
Le strade, sto imparando a conoscerle. Ce ne sono tantissime, alcune sottoterra, e non ho ancora deciso quali mi piacciono di più. Te lo dico sempre, quando andiamo da qualche parte: non capisco perché dicano che questa città è brutta, a me sembra bellissima – e poi aggiungo, mi è sempre sembrata bellissima, e se ti prendo in giro perché tu sei questa città, o viceversa, è perché un poco ti invidio le radici profondissime. Per questo mi aggrappo a te, per questo mi nascono pensieri che non mi conoscevo e mi nascondo la faccia nel maglione o contro il tuo petto, o mi giro dall’altra parte e tu mi dici, ma no, guardami, guardami, e non lo sai che sto aspettando di non essere più rossa per voltarmi.
La città ha un nome, e vedo che tutti lo scrivono come se fosse la cosa più semplice del mondo, scriverlo, e a me, invece, sembra difficilissimo, così come mi sembra difficile scrivere il tuo, di nome, o scrivere qualsiasi cosa possa passare per un nome – quello che caratterizza lei, la città, o te, anche se tutti mi dicono che mi sta bene, il nome della città, che mi sta bene il tuo insieme al mio, che era naturale che finisse così, che finissi qui – se lo sapessero, direbbero anche che era naturale che ci finissi con te, o se vedessero il modo in cui abbiamo sistemato la stanza e siamo comodi sia quando ce ne stiamo seduti al tavolo fianco a fianco che quando ci incastriamo sul divano e ogni volta ci diciamo, ricordiamoci questa posizione, è perfetta – adesso, per esempio, o in qualsiasi altro modo.
A volte ci mettiamo alla finestra a guardare le persone che passano. A volte siamo noi, le persone che passano, a volte sei tu che torni a casa e fischi prima di suonare il citofono, a volte sono io che torno a casa e cerco di non fare rumore per sorprenderti.
Forse in un’altra città sarebbe lo stesso, ma io credo di no. Non sarebbe lo stesso nemmeno in un’altra via, in un’altra casa. Non è che sarebbe meno bello, o almeno spero, ma sarebbe diverso. Non è detto che io abbia ragione anche questa volta, in fondo non mi viene in mente un solo posto in cui non siamo stati felici.
Come quando lei mi dice, stai bene, vero? E io rispondo, ma sì, dai, perché non ci riesco mica a rispondere con la risposta vera – anche adesso, e allora mi chiedo quand’è che abbiamo imparato ad avere paura della felicità – di dirla, di mostrarla – che poi forse è il motivo per cui si mettono le tende alle finestre,
(che poi forse è il motivo per cui le spostiamo sempre per fare entrare la luce).

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3 pensieri riguardo “Come il rosmarino

  1. ecco, vedi, proprio oggi volevo scriverti che sentivo la mancanza di qualcosa, perché queste lettere alla lunga creano una certa dipendenza…

  2. “e allora mi chiedo quand’è che abbiamo imparato ad avere paura della felicità – di dirla, di mostrarla – che poi forse è il motivo per cui si mettono le tende alle finestre,
    (che poi forse è il motivo per cui le spostiamo sempre per fare entrare la luce).”

    ecco, detto tutto…

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