F.E.E.L.I.N.G.C.A.L.L.E.D.L.O.V.E

Stavo per correre giù per le scale, per cercare di raggiungerti, fermarti, dirti: ho capito. Ho guardato l’orologio ed erano già passati tantissimi minuti, da quando te ne eri andato, prima di ricominciare a scorrere lentissimi, come se le lancette, muovendosi, pronunciassero il loro nome dilatandolo, al rallentatore.
Ho capito cosa facciamo al tempo, avrei voluto dirti. Non so se sia vero, se io abbia davvero capito cosa facciamo al tempo, ma mi è venuta in mente una spiegazione e potrebbe essere quella giusta, e mi è venuta in mente ripensando a questa notte, a quel momento che ti dicevo, quando eravamo sdraiati uno di fronte all’altra e ci accarezzavamo le caviglie a vicenda e non potevamo parlare perché stavamo ascoltando quell’album e, ogni volta, al momento giusto, ci guardavamo spalancando gli occhi – io sorpresa dalla musica, tu (mi piace pensare) soppresso da me. E ho pensato a tutte le volte che lo facciamo – tu, infilarti gli auricolari, io, le cuffie, e tu mi dici, aspetta, ti spiego un paio di cose, prima, e io ti prendo in giro ma ti ascolto, e hai visto? Non ho più paura di dire la cosa sbagliata, e chiudo gli occhi e ascolto e sorrido. Ci piacciono le cose che assomigliano di più alla vita, in un certo senso, abbiamo detto, anche se la vita fa di tutto per rendersi antipatica ma non importa, non possiamo proprio lamentarci, mi dico.
Insomma, se non fossero già passati tutti quei minuti, se fossi riuscita a correre giù per le scale, a raggiungerti, a fermarti, a dirti: ho capito, ti avrei spiegato cosa facciamo al tempo in questo modo.
Noi, il tempo, lo ascoltiamo con le cuffie. Lo ascoltiamo con attenzione, con la stessa attenzione con cui facciamo tutto e tutto quello che facciamo, in un certo senso, è metterci in ascolto – come quella storia che mi avevi raccontato sulle stazioni radio che trasmettono e trasmettono messaggi e io ero così finché tu non mi hai ricevuto o viceversa o entrambe le cose, ed è come se fossimo fatti tutti di orecchie, è molto semplice, come se avessimo polpastrelli-orecchio e ci ascoltiamo accarezzandoci, una volta, due volte, tornando sui pezzi più difficili, come se avessimo labbra-orecchio e ci ascoltiamo baciandoci, con gli occhi un po’ chiusi un po’ aperti, come se avessimo nasi-orecchio e fronti-orecchio, e ci appoggiamo per leggerci i ricordi e i pensieri, tutto qui.
Per questo, se torniamo indietro di una pagina, ci viene da sorridere, a pensare a quanto eravamo ingenui, a credere che quello fosse tutto, e ci succederà ancora, tra qualche tempo, di di pensare alla notte che è appena passata e al modo in cui abbiamo sorriso della nostra ingenuità sentendo di avere capito tutto, ascoltato tutto, e saremo in un posto che si chiama con il nostro nome e ci misureremo a vicenda, per cercare di capire quanto siamo cresciuti, e la cosa importante è che, comunque, io sarò sempre alta giusta per appoggiarti la testa lì in mezzo e tu sarai sempre alto giusto per piegarti a proteggermi, e io con la mia testa-orecchio sentirò il tuo petto-orecchio e le tue braccia-orecchio e ci scioglieremo a turno in cascate di note, riempiendoci e svuotandoci a vicenda, restando sempre pieni.

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