Spettro

Ogni volta che mi succede una cosa nuova devo tornare indietro, fino all’inizio, per riscrivere la storia. Ci deve essere un legame tra le cose che succedono, o forse no, ma ci deve essere un legame tra le cose che succedono se voglio essere in grado di raccontarle – ecco, mettiamola così. Raccontare le cose che succedono è un modo per raccontarmi, o viceversa. Potrei dire che raccontarmi è un modo per raccontare le cose che succedono, anche quelle che restano sullo sfondo di quello che racconto e, a volte, basta che mi succeda una cosa nuova perché una di quelle che se ne stava sullo sfondo diventi importante – e mi dico, meno male che la mia storia la scrivo, non la disegno, perché altrimenti a questo punto il disegno sarebbe tutto nero di cose ricalcate e sfumate e cancellate e ricalcate di nuovo e non si capirebbe più niente, anche usando un foglio grandissimo per disegnarmi tutta. Scrivendo si possono lasciare più cose tra le righe, così che resti più spazio per riscriversi, o forse è solo che non so disegnare.
Tu, poi. Ho dovuto riscrivere tutto, sei breve ma sei lunghissimo, e ancora non ho finito di riscrivere e, se ti devo dire la verità, faccio fatica. Era facile scrivere di amori che non erano amori, di dolori che non erano dolori – se le mie lettere avevano un solo colore era per questo motivo, potevo scegliere, volta per volta, un colore solo. Oggi voglio scrivere il rosso, e scrivevo il rosso, e dovevo scrivere solo il rosso, non erano previste sfumature. Oggi voglio scrivere il nero, idem. Se voglio scrivere te, invece, non posso non prendere un po’ del colore dei tuoi occhi, e sì, è lo stesso colore di quei nei che hai sulla gamba, e però non è lo stesso colore della pelle delle tue guance che non è dello stesso colore della pelle delle tue spalle che non è dello stesso colore della pelle della tua schiena – e posso non utilizzare neanche una volta il colore delle tue gengive? Posso non utilizzare nemmeno una volta il colore dei tuoi denti? Posso non utilizzare il colore delle tue vene? Posso?
Sei di tutti i colori insieme, e io finisco per sporcarmi le mani come quando cerco di usare i pennarelli e, come quando uso i pennarelli, non riesco che a tracciare delle linee goffe. So quale forma hanno i tuoi occhi, ho studiato il modo in cui le tue ciglia si allungano e si incurvano e proiettano la loro ombra sulle palpebre o sulla radice del naso a seconda della luce in cui ti guardo; so cosa provo nel momento in cui li guardo e li studio – e già sto dicendo una bugia, perché provo tante cose insieme e non le so dire tutte, soprattutto nei punti in cui sfumano l’una nell’altra trasformandosi e trasformandomi. Mi rendi cangiante di sentimenti, se mi guardo dentro sono un caleidoscopio, e in ogni immagine che produco c’è una parte di te che è sempre stata lì, anche se l’ho saputo solo quando, finalmente, mi hai fermato lo sguardo prendendomi il viso tra le mani.

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