Cristallino

Quando sono andata dall’oculista, l’ultima volta, era tutto diverso. Avevo smesso di andarci dopo quel periodo in cui avevo smesso di vedere i contorni delle cose – non è proprio così, era più come se non vedessi la cornice, forse, o comunque vedevo bene il centro e poi tutto iniziava a offuscarsi man mano che cercavo di allargare lo sguardo.
Mi ero accorta di vederci peggio, di avere iniziato a strizzare gli occhi per mettere a fuoco le cose lontane, ma rimandavo e rimandavo pensando, l’importante è che riesca a vedere quelle vicine, a non perderle di vista, proprio, anche se, col senno di poi, mi sembra di averle perse di vista lo stesso, forse proprio per via di tutto quel tempo passato con gli occhi strizzati a cercare di capire cosa mi stesse aspettando.
Quando sono andata dall’oculista l’ultima volta non mi ha mostrato il solito tabellone con le lettere, si è seduto accanto a uno schermo, guarda, mi ha detto, e il resto non era poi così diverso – la valigetta con le lenti, la montatura pesante sul naso, i rumori, le domande: meglio così o così? E i miei pensieri, anche – sarà davvero meglio così o è solo un’impressione? Sarà meglio così solo in questo momento e poi smetterà di essere meglio così o sarà meglio così per sempre? Perché io non mi fido dei miei occhi, vorrei che ci fosse un modo per capirli senza bisogno di passare attraverso di me, senza che ci sia bisogno delle mie risposte per decidere quanto ci vedo e come. E cosa.
Vedo cose che non vorrei vedere, non vedo cose che vorrei vedere, e anche adesso, con gli occhiali infilati sul naso, rischio sempre di non riconoscermi. Ti ho chiesto: fammi da specchio, ma avrei dovuto chiederti, piuttosto, di farmi da occhiale, da occhio, da retina, da cristallino – qualcosa di più intimo, a pensarci bene, perché saresti una cosa dentro le mie orbite o a contatto con la mia pelle, male che vada, anche se tu mi dici che sono capace di vedermi e forse è solo pigrizia, la mia, abitudine – e potrei, osando, chiederti non solo di farmi da occhiale, da occhio, da retina, da cristallino – potrei chiederti di togliermi questa abitudine, di sostituirla con l’abitudine a te anche se, abitudine, in questo caso, sarebbe il termine sbagliato –
(ieri notte dopo averti salutato sono venuta in cucina col quaderno verde, mi sono arrotolata una sigaretta, ho scritto di noi parole che ti farò leggere un giorno, spero non troppo lontano, e parlavo di una cosa che all’inizio mi sembrava chiamarsi in un modo che non era abitudine ma ci somigliava, finché, scrivendo, non mi sono resa conto che, invece, era una cosa con un nome preciso, con un colore preciso, con un calore preciso: famiglia)
e vorrei che me l’avesse detto, l’oculista, che avevo semplicemente bisogno di te, invece di prescrivermi il collirio e le lenti, ma tu non c’eri mica – lo avessi saputo, avessi saputo che c’eri, non credi che sarei venuta a cercarti? E invece nemmeno riuscivo a immaginarti e, ancora adesso, ci sono momenti in cui mi chiedo se esisti davvero, per questo mi aggrappo lasciandoti i segni, per questo ti cerco come se avessi sete, per questo ti guardo in quel modo che ti fa domandare: stai bene? Sto bene, sto solo guardandomi con i tuoi occhi, vedendomi come avrei sempre dovuto vedermi e se porto gli occhiali è solo per farti dire, che bella che sei. Perché, per la prima volta, ci credo.

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