I giorni-pozzanghera

Funziona che i giorni sono fatti di parole, mica di ore o di minuti, quando torni indietro ai giorni passati non tiri indietro la lancetta dell’orologio ma usi le parole per raccontarteli, no? Per ricordare che ieri, che l’altro giorno, che una settimana fa. Per questo è facile scrivere, di solito, basta solo metterle in ordine, le parole di cui sono fatti i giorni, e il gioco è fatto. Poi ci sono dei giorni che sono come pozzanghere. Pensi alle pozzanghere e pensi a qualcosa di bello, forse, tipo a quando sei bambino e hai gli stivali di gomma e anche se non li avessi non ti importerebbe di bagnarti, ma solo di saltare, o di guardare quella cosa che sembra arcobaleno e sembra bellissima fino a quando non impari che è benzina. O ai riflessi, pensi ai riflessi, al modo in cui le cose belle diventano doppie nelle pozzanghere così come fanno nel lago o nella fontana, al modo in cui la pioggia diventa musica allargandosi a cerchi concentrici e se invece ci pensassi ti intristiresti un po’, forse – chissà se esiste qualcosa che funzioni al contrario dei cerchi nell’acqua, che si restringa fino a diventare un punto anziché disperdersi fino a sparire. Niente, ti verrebbe da dire adesso: perché sono quei giorni lì, giorni come pozzanghere, e pensi che dire pozzanghere sia sbagliato ma anche giusto – in fondo mica lo sai, quando ci metti un piede dentro, quanto è profonda la buca che la pioggia ha riempito. Il problema dei giorni pozzanghera è che raccontarli è difficile perché ci sei immerso dentro e allora come fai, a mettere in ordine le parole? Hai i vestiti inzuppati di parole, hai parole che ti sono finite nel naso, nelle orecchie, parole come alghe tra i capelli, parole nei polmoni, che ti fanno tossire, e chissà se è meglio prima spogliarsi e asciugarsi e scaldarsi o prima soffiarsi il naso, forte, chissà cosa è meglio fare. Nessuno te lo spiega, cosa fare nei giorni pozzanghera, perché una volta che sono finiti sono finiti ed escono dalla memoria così, evaporando, lasciando solo certe cose importanti, sedimenti, troppo pesanti per salire verso il sole.
E allora non so come raccontarli, questi giorni, e ancora una volta mi verrebbe voglia di scriverti o di scrivere te – è la stessa cosa ma non è la stessa cosa – perché nella mia barchetta di carta, nella pozzanghera, è verso te che mi muovo,
anche se ho paura che la barchetta si sciolga prima che io riesca ad arrivarti,
anche se ho paura che tu possa spostarti, o anche solo voltarti e lasciarmi senza luce,
anche se ho paura di non trovarti, alla fine del viaggio,
anche se tutto quello che sai,
anche se tutto quello che non sai – vorrei che lo sapessi, ma non può essere detto, per questo sono diventati così importanti certi baci, per questo ogni volta che ti vedo tento di scrivertelo addosso ma sbaglio e te lo scrivo sulla schiena, dove non ti puoi vedere,
non volevo farlo e lo sto facendo, vedi? Scriverti o scrivere te, che è la stessa cosa ma non è la stessa cosa, perché adesso non sono capace di scrivermi o di scrivere me, per questo ti sto dando tutto, forse in questo modo scrivendoti o scrivendo te riuscirò a scrivermi o a scrivere me, se mi diventi o se, almeno, mi inventi. Forse in questo modo riuscirò a non sfuggirti mai, perché posso rinunciare a tutto ma non a me stessa, e se mi hai tu sono costretta a restarti accanto.

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2 pensieri riguardo “I giorni-pozzanghera

  1. che bell’idea, chiamarli giorni pozzanghera.

    adesso so come chiamare quelli che mi sento addosso, ancora. sono quelli che non riesco a dire perché ho i piedi appoggiati sul fondo della pozzanghera, ancora. avrei dovuto già essere uscita, da quello spazio scomodo. avrei dovuto passarci meno tempo. non mi ci sarei dovuta avvicinare.

    come si fa, adesso, a riempirlo di giorni asciutti, di quelli che scaldano, di quelli non–pozzanghera?

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