I have no more answers [*]

Dice che in geometria, un trapezio è un quadrilatero con due lati paralleli, una base maggiore, una base minore e due lati obliqui. È anche un osso della mano, il muscolo della schiena che mi fa sempre male, una barra metallica sospesa a mezz’aria da due cavi per roteare e lanciarsi e sapersi afferrati temendo di non esserlo mai. Il trapezio è tante cose, tante altre, ma in questo momento, per me, è un ritaglio di cielo azzurrissimo che vedo se mi abbandono sul divano e inizio a immaginare, fino a sentire il tepore giallo del sole che illumina il suo stesso colore sorreggendo quel ritaglio, arrampicarmi sui mattoni rossi iniziando a salutarli – ci vorrebbero giorni per salutarli tutti, giorni che non ho, che ho avuto ma chissà se ho vissuto.
Mi piacciono le parole che vogliono dire tante altre parole. È strano, se ci penso, perché sono le parole che più facilmente si prestano a essere fraintese, o forse sono quelle che si prestano di meno, a ben vedere, perché dipendono così tanto dal contesto da diventare le uniche davvero univoche. Se ti mostro un trapezio indicandoti il cielo mi guardi il dito e le stelle, se ti mostro un trapezio indicandoti il lago sai di dovere seguirmi l’indice fino alla barca. Sono parole con le dita, possono sbagliare solo se ti impigli nelle unghie, per questo le tengo sempre corte, per potere fare finta di graffiarti e non farti mai davvero male, perché tu capisca ogni singola parola, soprattutto quelle che non dico fino a quando non le spremo dalla gola.
Ci separano pochi centimetri che a volte sembrano durare per sempre, come quando mi hai detto che anche quando pensiamo di starci toccando non ci tocchiamo davvero mai, e lo so che hai ragione, ma preferisco pensare che noi – noi, sai quanto mi piaccia dire: noi – siamo in grado di sfidare anche le leggi della fisica. Facciamo cose molto più difficili, in fondo, ma non è di questo che voglio parlare, non è questo che voglio dirti, voglio dirti di quel trapezio che forse da dove sei tu è un’altra forma, un’altra parola, e proprio per questo, anche se ci separano solo pochi centimetri, mi manchi già. Mi manca questo momento, il momento che sta accadendo ora che scrivo e ti guardo leggere con la coda dell’occhio e so che non stai leggendo me e sono gelosa delle parole che stanno catturando la tua attenzione al punto di farti tenere le labbra strette, gli occhi stretti, invece di stringere me che ti ho chiesto, lasciami scrivere, lasciami stare, è passato, è iniziata una canzone nuova e le note sono lunghe e si dilatano e sembra fatto apposta, è in mezzo a noi, la canzone – e dopo te ne chiederò il titolo e lo interpreterò e sarà il nome di queste parole, perché anche le parole hanno un nome, solo questa cosa che provo non ce l’ha, un nome, perché nessuno ha mai voluto dare un nome a questa sensazione, la sensazione che provo sentendomi addosso la pressione dei cuscini del divano mentre il mio corpo inizia ad allontanarsi, no, il mio corpo è qui, è il resto di me che si sta spostando altrove, come le nuvole che abbiamo visto all’alba, e tu le guardavi senza rincorrerle e se io fossi stata una di quelle nuvole, mi avresti rincorsa? Poco importa se afferrandomi mi dissolveresti tra i tuoi palmi, è dove voglio stare e voglio starci dissolta, disciolta in te, come qualcosa che scorre, come qualcosa che scorre e allo stesso tempo si incastra, cellulare – abbassami le palpebre con un gesto della mano come se fossi morta, riaprimele quando saremo insieme di nuovo e potrò guardarti.

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6 pensieri riguardo “I have no more answers [*]

  1. È un anno nuovo. Invece di fare cose difficili – è una proposta – facciamo cose nuove. Che, probabilmente, troveremo difficili anche solo per il fatto che sono nuove, ma la novità provvederà a mascherare le difficoltà, almeno per un po’ di tempo, almeno per il tempo che ci sarà necessario a mitigarle, diluirle attraverso l’esperienza, il gioco – è un gioco, nuovo, giochiamo?

  2. Ah, e al link alla canzone su YouTube manca “http://”, e sai come sono i link, nelle pagine HTML: senza il prefisso con lo schema si smarriscono, non sanno più dove portarti, si guardano in giro con occhi vuoti, e mentre tu aspetti d’esser presa per mano, loro rimangono bloccati sul posto, fermi, ora con lo sguardo fisso a terra, a chiedersi: cosa ci faccio ancora qui, se non riesco a trovare quello che cerco?

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