I tattooed the answer so I wouldn’t forget

Quando ero bambina avevo un puzzle. Cento, centocinquanta pezzi, o giù di lì. Non so come mi fosse capitato tra le mani, immagino si trattasse di uno di quei regali per i figli dei dipendenti dell’azienda per cui lavorava mio padre, che a volte erano belli, come il libro che conteneva tutte le domande e tutte le risposte anche se poi non era davvero così ma all’inizio ci avevo creduto, a volte no. Il puzzle non era bello, c’erano due cavalli. Mai piaciuti i cavalli. I puzzle non mi interessavano perché non mi insegnavano niente, mi pareva, forse mi avrebbero potuto insegnare la pazienza, ma non mi interessava. I puzzle si fanno in certi ospedali quando il ricovero è lungo, e in quegli ospedali il ricovero è sempre lungo.
Non so chi mi abbia poi convinta a provarci, a scoperchiare la scatola, svuotare il sacchetto, guardare la fotografia e cercare di ricomporla. L’ho fatto, districandomi nell’erba non tagliata. Sto cercando di rendere questa cosa meno banale, non c’è niente di più banale di un puzzle, soprattutto quando se ne scrive. L’unica cosa che mi è riuscita è stato renderlo più difficile, ricostruendolo senza un’immagine davanti. Ricostruendo te.
La prima cosa che ho trovato di te è stata un occhio. Non era sul tuo viso, non era accompagnato dall’occhio gemello, ma era senz’altro il tuo. Mi sono avvicinata a quell’occhio, a quel viso, l’ho baciato perché è l’unico modo per avvicinarsi così tanto a un’altra persona, ma non eri tu.
Ho trovato la tua bocca. Ho trovato il tuo naso. Ho trovato la tua fronte, il tuo mento, le tue ciglia. Ho baciato tutti quelli che si portavano addosso un pezzo di te, anche quando non mi piacevano. Come i cavalli.
Dicevo di amare. Non mentivo: amavo l’occhio, amavo la bocca, amavo il naso, la fronte, il mento, le ciglia. Amavo i pezzi che ti avrebbero un giorno composto, intero, perdendo ogni volta la speranza di trovarti, riuscire a ricomporti, non sapendo a quale indirizzo scrivere nel caso in cui, arrivata alla fine, non fossi riuscita a trovare il pezzo mancante, per un errore di produzione o di distrazione, per una mia mossa maldestra.
Sei gli uomini a cui ho confessato il mio amore e quelli a cui l’ho taciuto. Sei il protagonista di tutti i libri che ho letto, dei film che ho visto, sei la musica delle canzoni che ho ascoltato – me ne sono accorta ascoltandoti dormire. Una questione di accordi, di battiti per minuto, di giri di basso. Ti ho cantato, ti ho scritto, ho provato a disegnarti. Ti ho evocato nei miei sonni brevi e ovattati, mi sei sceso nella vena dalla sacca che mi nutriva, eri ovunque, non eri da nessuna parte. Sei qui. Sei arrivato mentre elencavo i tuoi luoghi, i volti in cui ti ho intravisto, in cui continuo a intravederti ogni volta che sei lontano. Sei qui, non so per quanto – dimmelo tu, dimmelo adesso. Tu che non sai niente che sei tutto.

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2 pensieri riguardo “I tattooed the answer so I wouldn’t forget

  1. ho trovato il tuo blog in rete … è ho letto una nota condivisa che mi è piaciuta molto … ti faccio i miei complimenti .. una cosa mi ha incuriosito ; la scelta dle nome : ” yellow letters” posso chiedere da dove hai preso ispirazione …. quel nome mi ha portato alla mente tanti ricordi del passato .

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