Picture me and then you start watching, Watching forever, forever, Watching love grow, forever, Letting me know, forever

Mentre eri via ho messo i tuoi occhiali, che hai lasciato sul letto insieme al computer su cui stavi lavorando e il tuo odore sulle lenzuola. Ho messo i tuoi occhiali e ho capito perché stiamo così bene insieme: con un occhio vediamo allo stesso modo, con l’altro vediamo in modo diverso – tu un po’ di meno, credo, ma è solo perché stavi aspettando che certe cose te le mostrassi io, mi dico, e dicendomelo mi rendo conto che ci assomigliamo anche in questo, nella presunzione di potere essere lenti e cornici, contorni e nutrimento. Noi non pensiamo di potere dare quello che riusciamo a darci, noi lo sappiamo. Sto scrivendo con i tuoi occhiali infilati sul naso. Tu adesso, leggendo, lo so cosa penserai, e invece mi stanno perfetti, non scivolano, anche le stanghette si appoggiano sulle mie orecchie come se fossero fatti su misura per me. Mentre eri via ho pensato di scriverti, ho pensato che da quando ci sei vorrei scrivere di più, vorrei scriverti davanti, invece di farlo sempre alle tue spalle, ma poi finisce sempre che abbiamo qualcosa di più importante da fare, e non dico in generale, come vedere un film o starcene abbracciati a darci quei baci leggeri che mi piacciono tanto, intendo: qualcosa di più importante da fare con le parole. Facciamo un sacco di cose con le parole, se ci pensi. Facciamo quasi tutto, con le parole, e se volessi fare come al tuo solito potresti girarti e guardarmi e scuotere la testa sorridendo come a dirmi, è ovvio che facciamo un sacco con le parole, quasi tutto con le parole, e poi aggiungere qualcosa di intelligente che mi lascerebbe sorridente a guardarti ammirata. Però lo so che capisci cosa ti sto cercando di dire: gli altri avranno bisogno di anelli, di promesse, di oggetti che li aiutino a trascinarsi stanchi nel giorno dopo giorno dopo giorno che chiamano per sempre. A noi bastano una stanza e le parole, per costruire una sequenza di attimi perfetti: giochiamo a tirarci cuscinate di parole, ci abbracciamo con le parole, ci accarezziamo con le parole, ci graffiamo, ce le rimbalziamo e, a volte, ce le nascondiamo tra le guance, e con parole dita ci allarghiamo le bocche per cercarci i segreti. Continuiamo a parlarci anche adesso che non ci sei, resteremo in silenzio solo quando tornerai e ti prenderò il viso tra le mani per riscaldartelo e ti dirò, ho scritto una lettera per te e tu, adesso che ci sei, la leggerai – la stai leggendo – senza parlare, cambiando espressione di parola in parola, che alla fine è come dire, continueremo a fare cose con le parole anche quando sarai qui, che le parole mica per forza sono parole solo quando vengono pronunciate, anche se certe cose è bello dirsele e non me ne viene in mente neanche una che mi faccia pensare il contrario di quello che ho appena affermato (o meglio: quelle che mi vengono in mente le allontano subito, subito, perché sono tutte dolorose e non ci sei tu a dirmi che non le devo neanche pensare, perché sono parole impossibili, e io obietterei che anche noi sembravamo impossibili, fino a quando non siamo successi, e tu, ti prego, dimmi che sembravamo solo molto molto difficili da realizzare, che anche se facevamo finta di non pensarci, di non sperarci, in realtà ci stavamo cercando, o non saremmo stati così pronti a trovarci. Non impossibili, dunque: improbabili, semmai. Devo salutarti, adesso, perché i tuoi passi sono lunghi e veloci e, da un momento all’altro, potresti arrivare. Mi sono scattata una fotografia, mentre indossavo i tuoi occhiali, e se adesso mi chiedi di vederla te la mostro. Sono belli, anche se tu pensi di no ma, d’altra parte, io sono qui per farti cambiare idea: per cambiarti.

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