I have memories no deeper than this glass [*]

Mi racconto e penso alle cose che avrò da raccontare di questi giorni lunghissimi e non capisco se ho finito di vivere il numero di storie che ero destinata a vivere o se le cose che vivo diventano storie solo nel momento in cui sono in grado di raccontarle, dalla distanza.
Cerco di immaginarmi: non è semplice perché non mi racconto mai seduta sul divano, circondata di persone ad ascoltarmi – mi racconto qui, mi racconto guidando, mi racconto a letto, mi racconto camminando veloce, illudendomi di lasciarmi le cose che sto raccontando alle spalle, una scia luminosa che indichi la strada che conduce a me ma è invece la scia di un’esplosione e si divide, si dirama, e ogni ramo conduce a una mia possibilità e ci vorrebbe qualcuno in grado di prendere tutte queste possibilità e intrecciarle, e non sarei più fatta di fili ma diventerei una fune solida ma flessibile, su cui potrebbe camminare solo chi non teme il baratro, solo chi si fida della mia schiena.
Non ci si può fidare della mia schiena: inizia con un incidente, continua con un errore di gioventù, prosegue biforcandosi nelle mie gambe incerte, regge tutto il peso dei pensieri che mi logorano i dischi intervertebrali che hanno smesso di assorbire le sollecitazioni del terreno accidentato sul quale cammino, inciampando nei cadaveri delle giornate finite di cui non riesco a sbarazzarmi, delle giornate mai iniziate che mi si aggrappano alle caviglie tentando di portarmi con loro nel limbo di ciò che avrebbe potuto e non è, nel lembo che separa ciò che potrebbe da ciò che non sarà è che non posso scostare per vedere il futuro che non avrò, quello di cui mi nutrivo fino a quando non ho serrato le labbra torturate dai rebbi delle forchette che rifiuto stringendo i denti, dei pettini che cercano di domarmi il sipario dei capelli dietro al quale si cela uno spettacolo che nessuno ha voglia di vedere, io per prima, del diapason che non mi accorda la voce sgraziata che pronuncia parole per sbaglio, che tace le parole giuste, quelle che ingoio insieme ai miei nodi, riempiendomi lo stomaco di bezoari che non guariscono e non proteggono.
Mi racconto e mi accorgo che da quando abito la nebbia tutto ciò che vivo è umido e impalpabile e mi attraversa erodendomi le ossa, e lo attraverso sfacendomi in gocce fino al giorno in cui basterà una carezza per dissolvermi, la carezza che ho atteso sperando che mi avrebbe restituito a me stessa, la carezza che ho aspettato credendo che mi avrebbe saldata, salvata – mi ricomporrò in banchi che fenderai ancora e ancora con la luce dei tuoi occhi, riflettendoti l’immagine della bellezza che ho visto e che non è bastata, lasciandoti negli occhi qualcosa di simile a una lacrima.

[*]

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