Duderö

Per vedermi devo chiudere gli occhi. Se chiudo gli occhi e mi guardo mi viene in mente quella lampada che ho visto l’altro giorno, una di quelle lampade col paralume di carta. Aveva uno squarcio sul fianco, non finirà mai a casa di nessuno, penso, o forse tra un po’ la sposteranno in fondo, nell’angolo delle offerte, e qualcuno penserà che mettendola in un certo modo quello squarcio non sarà visibile, e la luce sarà comunque calda e l’accenderà la sera, prima di sedersi sul divano a guardare un film, dopo avere spento la luce principale, e sul divano ci sarà qualcuno ad aspettare questa persona, mi dico, a offrirle un lembo di coperta, e saranno felici e non penseranno mai a quello squarcio, non lo vedranno mai come un segno – io penso che non potrei fare a meno di pensarla così, di pensare che uno squarcio non sia solo uno squarcio ma significhi anche altro, qualcosa che ha a che fare con me col divano con la persona che mi aspetta sul divano con il film con la coperta.
Non lo penserei subito: da principio amerei quella lampada, forse la amerei un po’ più delle altre per via di quel suo difetto, ma lo penserei alla fine, anche se è vero che, alla fine, si pensano un sacco di cose, si pensa alla cosa che è finita e ai motivi per cui è finita e si torna indietro a cercare di ricostruire la storia, cercare di identificare i campanelli di allarme, i momenti in cui si è pensato di intravedere qualcosa di rotto, che diventa una specie di visione del futuro, anche se è facile vedere il futuro quando sta accadendo, ma siamo umani e ci inganniamo così, siamo umani e ci inganniamo in molti modi diversi e anche questo, anche questa cosa che sto facendo adesso è un inganno, perché tutti quei modi diversi hanno a che fare con le parole, senza parole non saremmo capaci di ingannarci e di ingannare, mi dico, è con le parole che pronunciamo le promesse che infrangeremo, è con le parole che raccontiamo agli altri le storie che vogliono sentirsi raccontare – che ci raccontiamo le storie che vogliamo sentirci raccontare – e possono essere parole parlate, parole scritte, parole pensate, basta che siano parole, tutte le parole hanno quello squarcio, lo squarcio attraverso cui entrano menzogne e incomprensioni, e non è un caso che io stia scrivendo queste cose anziché dirle, scrivere è la cosa più vicina al silenzio che io conosca, insieme a guardare, e scrivo: guardare e mi viene in mente che forse non è un caso nemmeno che io abbia pensato alla lampada, che è qualcosa che ha a che fare con gli occhi, e gli occhi hanno a che fare con il mio tentativo di parlare solo con lo sguardo, anche se so che ogni sguardo viene tradotto in parole, in un modo o nell’altro, e potrei mettere qui uno sguardo al giorno e sarebbe più lungo di una lettera e finirebbe con me, a differenza delle parole, che non finiranno, ma continueranno a rimbalzare trascinandosi dietro tutti gli sbagli che hanno causato, tutti i dolori che hanno inferto, forse qualche gioia.
Anche il mio sguardo ha uno squarcio. Dicono che se ci guardi dentro tu riesca a vedermi davvero. Non è un caso che io mi nasconda sempre dietro gli occhiali. Mi trasformerei in pietra, e il freddo mi sarebbe intollerabile.

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4 thoughts on “Duderö

  1. il mio sguardo è stanco, affaticato, schivo. il mio sguardo ha uno squarcio, proprio come il tuo – è per quello che apprezzo tanto la tua presenza.

    t’abbraccio.

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