Communication Breakdown

Mi scatto tantissime fotografie. Non sempre hanno lo stesso significato, le fotografie che mi scatto. Non sempre lo hanno avuto.
Prima mi sono scattata una fotografia. In questo periodo le fotografie mi servono per darmi dei contorni, per cercare di capire quanto spazio occupo, e come. Mi servono perché le fotografie sono uno dei modi che ho per vedermi e, a differenza di uno specchio, sono il modo per mostrare a un’altra persona come mi vedo.
Prima mi sono scattata una fotografia che volevo avesse questa funzione, quella di mostrare come mi vedo, in questo preciso momento. E anche se ho passato buona parte della mattina a sistemare la stanza, tra le altre cose, non si può fare a meno di notare un certo disordine che mi circonda, un disordine che è sfuggito anche ai tentativi di cercare di sistemare le cose che ho intorno – che poi, avere ordine, vedere ordine, è un modo per illudermi di averlo, un ordine, potrei dire: interiormente.
E allora ho provato a cancellare il disordine intorno a me in postproduzione, a riempirlo di uno stesso colore fino a farlo diventare uno sfondo uniforme, ma mi succedeva sempre di diventare dello stesso colore dello sfondo, di sparire. E io non sono ancora sparita, sono ancora qui, sono ancora qui e ho bisogno come sempre e ho bisogno più di sempre.
Ho provato a cancellare il disordine con il pennello. Con il pennello, però, finivo per non riuscire a distinguere tra il disordine e i miei bordi, finivo per cancellarmi dei pezzi che sembravano addentati da una bocca tonda.
La verità è che se volessi davvero mostrarti come sono adesso dovrei mostrarti anche il disordine, mica cercare di cancellarlo come se non esistesse. Non è bello, e i miei contorni emergono a fatica, ma è così che sono adesso, non sono bella e i miei contorni emergono a fatica perché io non riesco a sentirli, è come se qualcuno si fosse dimenticato di disegnarmeli e allora cerco di farlo io, di disegnarmi dei contorni, ma non sono brava a disegnare e non mi conosco abbastanza bene per farlo, per disegnarmi, e allora finisco per cercare di darmi dei contorni in altri modi, dei modi che somigliano allo sparire ma sono il contrario dello sparire, dei modi che sono gli unici che conosco per darmi dei contorni perché sono quelli che ho imparato.
Nessuno lo capisce. Nessuno capisce. Questa è la lettera in cui ammetto un errore di comunicazione, questa è la lettera in cui cerco di spiegare che quello che sto cercando di dire non è quello che pensi stia dicendo, anche se è la cosa che salta all’occhio, all’orecchio, al tatto. Questa è la lettera in cui non riesco a farlo, e continuo a restare così, nel disordine e senza contorno.

Annunci

15 thoughts on “Communication Breakdown

      1. :-)
        SIgaretta a parte mi sembri J quando metteva su la faccia cavola.
        Però è un po’ che non lo fa, ormai è grande. (Seee…)

        Ah… i contorni si vedono benissimo, anche se ti impegni un sacco per farli sparire. per rmimetizzarli con lo sfondo.

  1. All’occhio salta che ti sai fotografare sempre troppo bene.

    Non ti conosco abbastanza per smettere di pensare a quello che sto pensando e capire quello che stai cercando di dire. Questo è il commento in cui ammetto un errore di interpretazione, e continuo a restare così, instupidito davanti al tuo viso.

    1. Mi piacerebbe sapere cosa stai pensando e quello che credi stia cercando di dire. Per vedere come e dove si avvicina a quello che sto cercando di dire, come e dove si allontana. Sarebbe interessante. Per il resto, grazie, ecco.

      1. Penso, soprattutto: cazzo.

        E di cosa tu stia cercando di dire, davvero, non ne ho la più pallida idea. Potrei ripetere a pappagallo le stesse cose che hai detto aggiungendo una qualche conseguenza banale in fondo o cambiandone la forma trasformando la struttura delle frasi in altre equivalenti e facendo largo impiego di sinonimi, così magari a te sembrerebbe che io stia dicendo le stesse cose che hai detto tu ma a modo mio, e avresti l’illusione di leggere un altro pensiero uguale al tuo, ma sarebbe solo il tuo, riflesso – e sono due cosa del tutto diverse, so che lo capisci. Incidentalmente, questa è la stessa cosa che capita durante certe interrogazioni al liceo o esami orali all’università, e di solito il trucco per sgamare lo studente impreparato è dire qualcosa di sbagliato, o comunque qualcosa che non corrisponde o è contraddittorio rispetto al pensiero espresso fino a quel momento, sentirselo ripetere e poi far notare la mancata corrispondenza o la contraddizione, e a quel punto o lo studente sa o cerca di spiegarla in modo coerente rispetto a un’altra possibile linea di pensiero sua personale che solo per caso coincideva fino a quel momento con quella dell’insegnante o esaminatore, oppure è pressoché inutile continuare, e fino a quando lo scambio rimane alla distanza che c’è in quel contesto e su argomenti generici che non impegnano emotivamente nessuna delle parti va ancora bene, ma quando si entra in contatto con le parti più sensibili di una persona questo tipo di illusione e il suo conseguente frantumarsi che prima o poi sempre accade non è, mi sembra, auspicabile. Questo, insomma, per chiarire lo spirito con cui scrivo questo commento. Che, di certo, non è affatto quello di interpretare, o parafrasare, o gioire in un eventuale mutuo riconoscersi delle stesse sensazioni, più che altro perché quest’ultimo mutuo riconoscersi finisce per rimanersene lì, appeso al momento, che passa, e lascia rimpianti e malinconie né più né meno di tutti gli altri.

        I contorni che dici di non avere mi sembra come se non esistessero. E tutte quelle foto, gli autoscatti, i giochi con le ombre e i capelli e le forme del tuo viso che a volte sembrano tonde come la luna piena oppure affusolate come un arco a sesto acuto – ed è in questo senso che dicevo che sei troppo brava, non si capisce mai bene quale sia la forma reale delle cose, rimane un’idea vaga su cui troneggia stampata l’impressione che riesci a dare attraverso le immagini, che però sono solo immagini, e quindi non so quanto fosse da interpretare come un complimento o qualcosa per cui ringraziare – sono tentativi di disegnare contorni, anzi no, sono contorni che disegni per tentare di capire qual è quello che ti corrisponde meglio in un dato momento. Se non svilisse l’argomentazione, potrei dire che è come con i vestiti: hanno un taglio diverso, ti cadono più o meno bene, lasciano scoperta una spalla o la schiena oppure ti arrivano massicci fino al collo, sono caldi o leggeri, eccetera, e a seconda di come ti senti ne può andare bene uno o un altro, oppure puoi pensare di non avere nulla da metterti anche se i tuoi armadi sono pieni – l’unica differenza, forse fondamentale o forse no, è che, in confronto alla similitudine dei vestiti, le fotografie sei tu che te le cuci addosso da sola. Però ora mi viene in mente che questa storia dei vestiti non è male, perché si adatta anche alla questione dello sparire: colori scuri e capi informi che ti permettano di nasconderti, oppure tinte brillanti e linee che fanno risaltare le forme. E, sempre parlando di vestiti, sparire non è davvero sparire, ma un semplice tentativo di esistere – d’altra parte, si sta sempre riempiendo quel vestito, che non se ne va in giro da solo a, che so, comprare il pane, o dovunque sia che lavori o passi il tuo tempo libero o comunque abbia un qualche tipo di contatto sociale – in un altro modo. Nota che questa frase, “un tentativo di esistere in un altro modo”, non vuol dire nulla se non la spiego meglio. Ma se tentassi di farlo rischierei di allontanarmi ancora di più rispetto a quanto già lontano io mi trovi da un’ipotetica corrispondenza con quanto intendevi dire o scrivere, e nonostante le belle dichiarazioni d’intenti precedenti non me la sento di farlo, per vari motivi tra cui non ultimo c’è una certa dose di incertezza su quanto potrei dire, cioè quanto potrei dire sarebbe più una esplorazione di alcune conseguenze di una linea di ragionamento che una mia opinione più o meno consolidata ma abbastanza al di là della sua fase embrioniale da poter essere considerata una forma di vita o di pensiero autonoma. Per dirla in altre parole: rischio di scrivere cazzate che in fondo non corrispondono al mio parere, perciò è meglio evitare di doversi trovare, dopo, a sostenerle come in un esercizio da scienziati della comunicazione oppure a rinnegarle facendo la classica figura di merda.

        Invece, cercherò di dire un’altra cosa, altrettanto incasinata e che promette di uscire in modo assolutamente poco chiaro. Tutta questa operazione di ricerca dei propri contorni e di ordine, e le difficoltà e gli insuccessi praticamente perenni che comporta, esercitano purtroppo un fascino terribile. La capacità di raccontarli, soprattutto: perché dà l’idea che tu abbia disegnato una mappa di te stessa, e non importa che tu non abbia ancora trovato quello che cerchi, non importa insomma che in questa mappa ancora non ci sia la X che vorresti o che tutte le X che hai tracciato in passato siano state cancellate perché non erano quelle giuste, né importa che tu lo dica, che non ti conosci abbastanza bene, perché quello che sembra è che tu conosca abbastanza bene le tecniche per tracciarla, questa mappa, e allora io mi immagino tutta una serie di certi tipi di persone che si potrebbero avvicinare e senza chiederlo esplicitamente ti addosserebbero la responsabilità di tracciare anche la loro, di mappa, e non hai idea – o forse sì, ce l’hai – dei casini che possono venirne fuori. Ma non è esattamente questo che volevo dire. Mi interessava far risaltare il contrasto tra il disordine che dici che hai attorno e magari dentro, e l’ordine con cui invece riesci a descrivere le difficoltà di mostrare il disordine. Per cui alla fine uno si confonde (colpa sua, certo: si trovano a due livelli diversi; ma nondimeno la confusione capita) e si chiede: ma questo disordine ci sarà davvero? O è solo un modo di dire le cose, così come fotografarti con il volto nascosto tra i capelli o di tre quarti vista dall’alto o cancellando i lineamenti del viso è solo un modo di farti vedere dagli altri, ma non sei tu? Un come sei che mostra se stesso e – con buona pace di tutti i discorsi sull’arte come unico mezzo per arrivare al cuore delle cose – si frappone tra chi ti legge e ti osserva e il cosa sei?

        Va bene, il paragrafo qui sopra è orrendo e dovrebbe trovarsi su uno di quei fogli accartocciati che si gettano nel pattume dopo aver provato a esprimere un concetto e non essere nemmeno lontanamente riusciti a dire quello che si voleva nella forma in cui si voleva dirlo. Ma lo terrò lo stesso. Ed ecco forse il succo di quello che intendevo: che questo fatto che ti sembra che nessuno capisca a me sembra possa derivare da quest’altro fatto che sei talmente brava a disegnare che lo sguardo degli altri è catturato da questa tua capacità e non riesce a vedere che le linee che hai disegnato non corrispondono ai tuoi contorni o all’idea che in un dato momento senti di avere dei tuoi contorni; talmente affascinato dai dettagli che riesci a cesellare sulla mappa di te stessa da non essere in grado di discernere quello che sulla mappa manca, perché non l’hai trovato o hai difficoltà a trovarlo e a imbrigliarne l’essenza. È come se tu fossi talmente più brava a fare una cosa rispetto all’altra da aver imparato anche come utilizzare le qualità di quella prima cosa per nascondere i difetti dell’altra, e vorrei aggiungere che lo fai senza malizia o intenzione o altro ma invece magari è una specie di riflesso condizionato che hai sviluppato per proteggerti – mentre un’altra parte di te se ne vorrebbe liberare, di questo riflesso, in quanto ti impedisce di farti vedere come sei, non bella e con il disordine attorno, e crea uno iato, una distanza, tra te e tutti quelli che non-capiscono-oppure-fraintendono-oppure-non-ci-provano-nemmeno e in fondo, seppur forse in misura minore, tutti quelli che capiscono-o-almeno-ci-provano perché attraversare ogni volta senza distrarsi o perdersi tutto il mondo affascinante e stratificato con cui circondi il cuore più profondo e indifeso di te stessa è una fatica immane.

  2. Esattamente. Nessuno capisce, Molti fraintendono, Alcuni non ci provano nemmeno. Forse è questa la selezione da fare.
    Grazie perché dai voce a molte cose che penso, anche quando non pretendo di capirti. :)

  3. io penso che non ci si capisce mai, io e te, io e altro, ma anche io e me. a volte ci sono dei barlumi di comprensione. a volte l’unica cosa che capisci è che non te ne frega niente di capire e anzi quando non capisci niente e non ti chiedi cosa stai capendo stai pure meglio. però la tensione a capire c’è ed è forse bello che rimanga una tensione, perché poi quando capisci tutto è finita. e ci si sbaglia, perché visto che non si potrà mai capire niente fino in fondo, non doveva finire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...