Careful when you look into my eyes / you’ll turn to stone / And I am not that strong to let you go [*]

(scritto a quattro mani con lei)

Io mi preoccupo. Mi preoccupo per gli altri soprattutto. mi preoccupo per gente con cui ho appena scambiato un sorriso, di cui non ricordo il nome, di cui non so quasi nulla.
Mi preoccupo per gli altri perché è più facile che preoccuparmi di me. Gli altri, anche quelli che non conosco, hanno i problemi scritti addosso e ben delineati. Sui miei ho pianto tanto senza sapere di starli piangendo che si sono scoloriti, sono diventati macchie o nei sulla schiena, e sono talmente tanti che ci potresti disegnare una mappa perfettamente dettagliata, unendoli. Potresti arrivare ad ascoltare tutto quello che non dico. Neanche a me stessa. Come il fatto che mi preoccupo per gli altri perché del dolore degli altri, delle paure degli altri non mi vergogno. È nobile.
Le paure degli altri, il loro dolore, li preferisco quando non somigliano ai miei. Quando mi assomigliano troppo divento rossa e sembra lo diventi di rabbia, invece è vergogna, un ricordo dell’unica volta in cui ho detto: ho bisogno.
Le paure degli altri, il loro dolore riesco a sentirli nella pancia. Nello stomaco. Riesco a viverli. I miei no. I miei devono passare dalla testa. Devo poterne parlare un po’ sarcastica, un po’ sprezzante, come se raccontassi un aneddoto, come se non fosse la mia vita.
La distanza. C’è una risata di distanza tra me e il mio dolore. Una risata che suona come gesso su una lavagna. Non c’è da meravigliarsi se il tuo primo istinto è portarti le mani alle orecchie e chiudere gli occhi, invece che abbracciarmi e dirmi che andrà tutto bene.
È che funziono al contrario. Dev’essere per via del modo in cui sono stata montata, come quella volta che, per fare tutto da sola, ho invertito i binari dei cassetti del comodino rosso. E allora rido delle cose che mi fanno piangere, ti scopo anche se vorrei solo baciarti con dolcezza. Non mangio se ho fame. Scrivo solo le cose che non voglio dire, e quelle che vorrei dire, le taccio.
E allora ti guardo dritto negli occhi, aprendoli più che posso, per aiutarti a guardarci dentro. Questi miei occhi scuri, che non so mai se si possono leggere, se non sia più facile perdercisi che ritrovarsi.
Ti guardo dritto negli occhi e smetto di giocare con gli anelli che indosso per avere qualcosa da torturare oltre me. Apro lo sguardo e vorrei allungare la mano perché tu l’afferri. Ma niente mi è mai sembrato più faticoso e goffo e sgraziato di così.
Prendo un fazzoletto, un tovagliolo, un accendino. La prima cosa che mi capita sottomano. Abbasso lo sguardo che non hai letto, solo più tardi mi chiederò se te ne ho dato il tempo o se il tempo che ti ho dato mi è sembrato eterno solo perché ti ero davanti, aperta. Ti chiedo di parlarmi di te perché penso che conoscendo i tuoi dolori e le tue paure potrò rendermi indispensabile, accantonare le mie fino a quando il sudore non si sarà raffreddato e ti potrò parlare mentre stai dormendo, senza voce.
Solo molto più tardi mi chiederò se il prezzo che pago per non sentirmi sbagliata, sgraziata, poco elegante, non sia proprio questa tremenda solitudine dei nostri corpi stesi accanto nel buio. E mi dico che tutto si sistemerà se l’alba illuminerà la mano che allungo mentre non guardi.

[*]

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