Botanica

Forse è per via del fatto che sono cresciuta nell’orto a cercare i lombrichi e la verdura non mi piaceva mica ma mi piacevano il rosmarino, la salvia, sfregarci le dita e annusare e sentire quell’odore buono, o raccogliere il prezzemolo per farci il riso, che è una di quelle cose, il riso col prezzemolo, che quando sei piccola non ti piacciono tanto per tutta una serie di motivi, e poi cresci e ti piacerebbe trovarne un piatto fumante sulla tavola apparecchiata, così per una volta potresti sederti e prendere il tovagliolo, quello di stoffa, stendertelo sulle gambe sapendo che in realtà dovresti legartelo intorno al collo perché finisci sempre per macchiarti la maglietta, ma questo è un altro discorso, non c’entra, o forse potrebbe finire per entrarci, nel discorso, ma non adesso.
E allora quando ho avuto una casa mia la prima cosa che ho fatto è stata questa: ho preso una pianta. Era una gardenia, per caso, le vendevano per raccogliere fondi per non so quale malattia. Era inverno e tra la primavera e l’estate si è riempita di fiori, e nel frattempo ho comprato altre piante, e le curavo ed erano rigogliose, anche quelle difficili, quelle che tutti dicono, ma a me quella pianta lì muore sempre, ma le mie invece non morivano, anzi.
Poi sono successe delle cose. Sono successe delle cose e prima è morto il basilico, che aveva già le ore contate, poi la salvia; si è seccato il rosmarino, il gelsomino ha iniziato a perdere le foglie ed è diventato giallo, e la gardenia, la gardenia è diventata un tappeto su cui non poter camminare. Sono successe delle cose e ho cominciato a curare solo le piante grasse, che hanno bisogno di poco e perdonano facilmente le dimenticanze e, a volte, ti premiano anche con un fiore, uno di quei fiori che ti infileresti tra i capelli e saresti bella anche se non lo sei e non lo sarai mai. Poi sono successe altre cose e anche le piante grasse hanno iniziato a morire. Alcune le ha uccise il freddo, nonostante le coperte di plastica, altre sono morte per mancanza di luce – dapprima sono diventate pallide e poi hanno iniziato a dimagrire e a nulla è servito cambiarle di posto, bagnarle – altre ancora senza apparente motivo – quella più grande, da un giorno all’altro l’ho trovata con le braccia abbassate in segno di sconfitta, le braccia grinzose, e forse mi sono dimenticata di loro o forse loro si sono dimenticate di me o di come succhiare il nutrimento dalla terra, non so.
Mi succede spesso questa cosa, di iniziare a scrivere avendo in testa di dire, in questo caso, per esempio, volevo dire, sono una persona che è abituata a coltivare, parlando di piante, ma come ovvia metafora, parlare della gioia dei germogli, delle difficoltà del clima, e poi finire per dirne un’altra, in questo caso, per esempio, niente, perché mentre scrivevo mi è successa quella cosa lì, la stessa successa all’ultima delle mie piante grasse, si dice, no? Mi sono cadute le braccia. E, alla fine, non mi hai nemmeno spiegato perché.

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