Agosto #5

Lo so che non dovrei, che dovrei aspettare almeno ancora un altro paio di giorni, ma non è colpa mia, non posso proprio farne a meno. Lo so che non dovrei, che dovrei stare in questo momento, nel presente, ma poi, questo presente, esiste davvero? E non intendo il nostro, non intendo questo, dico proprio il presente in generale, che poi non è niente altro se non un accumularsi di secondi e allora come ci si fa a godere un secondo se un bacio ne dura almeno cento, di secondi, un abbraccio, dipende, non saprei nemmeno quantificarne la durata, solo quella sensazione, come se mi stessero cedendo le ginocchia o forse non cedendo, sciogliendosi, per diventare una cosa sola con le tue. Come si fa?
Insomma, ormai l’avrai capito di cosa sto parlando. È che mi manchi già, e ti guardo come se stessi per svanirmi di fronte agli occhi, e ti appoggio entrambe le mani sulla faccia e ne seguo il centro con la bocca per assicurarmi che tu ci sia ancora – posso farlo anche a occhi chiusi, seguendoti l’odore, ma forse quello non conta, che mi resta nel naso ancora per un po’, dopo che te ne sei andato, e a volte mi sembra di sentirlo anche quando non ci sei e mi viene da pensare, eccolo, è arrivato, e invece è solo un inganno crudele della memoria e dell’olfatto – e adesso mi basta saperti separato da una porta per sentire l’urgenza di aprirla, cercarti, stringerti, anche se ho gli occhiali e allora non posso stringerti forte abbastanza perché sennò poi mi faccio male ma li tolgo, gli occhiali, adesso li tolgo, così se non dovessi vederti potrei sempre dare la colpa ai miei cristallini deformati, sempre che funzioni così – la miopia, la mancanza – e sì, lo so che non dovrei, così come non dovrei perdere tempo a scriverti quando invece potrei coglierti di sorpresa, adesso che sei abbassato, e appoggiarti le labbra sulla nuca, in quel punto che ti fa sobbalzare ogni volta, così come non dovrei perdere tempo a scriverti quando potrei cercare di impararti a memoria, di impararti così bene da poterti ricreare quando non ci sarai, sempre che sia possibile – non posso fare a meno di dubitarne così come non posso fare a meno di non aspettare e iniziare a sentire la tua mancanza adesso, in questo preciso momento – no, ancora prima, da quando ho iniziato a scriverti, no, ancora prima, da quando ho aperto gli occhi ed è finito quel sogno in cui c’eri e non te ne andavi mai.
Lo so che non dovrei, ma non succede anche a te? E possiamo dirci tutte le volte che vogliamo, tutte le volte che possiamo che è solo una questione di tempo, ma anche la mancanza è una questione di tempo, tra le altre cose, no? Una questione di tempo non passato insieme, di momenti non condivisi, di luoghi attraversati da soli, di cose che non possono essere raccontate e che, invece, devono essere raccontate per forza, sapendo benissimo che non è la stessa cosa – di pasti nei quali non mi imbocchi, di birre non divise, di canzoni non urlate, di sguardi non scambiati, di sorrisi che mi si incrosteranno nelle guance smagrendole, rendendole grigie, e non più rosse, atrofizzate in questa stessa espressione che mi vedi adesso e che io non mi vedo, con gli occhi appannati, e non dirmi che ci sarai comunque, che ci sarò comunque, perché sì, ci saremo, ma non è la stessa cosa.

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2 thoughts on “Agosto #5

  1. No, non è la stessa cosa. Ma, sì, è una questione di tempo: quello che passerà fino a quando ci sarai, ci sarà, ci sarete e basta – non comunque.

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