This house is not a home [*]

Non è davvero una libreria. È uno scaffale di metallo e compensato, di quelli che di solito si trovano nei garage a sorreggere latte d’olio, cassette per gli attrezzi, scatoloni di cose inutili ma non abbastanza per essere buttate via. L’avevo comprata in un negozio di bricolage, mi serviva qualcosa per appoggiare i libri del primo anno di università e quegli altri, pochi, che iniziavo a comprare. Per appoggiare il mangianastri e i quaderni e chissà cos’altro.
Il metallo è dipinto di rosso. Ha cambiato almeno tre case, e ogni volta è stato smontato e rimontato con l’aiuto di mia madre. Adesso è in quella che era la mia camera – che è ancora la mia camera, in un certo senso: è il luogo in cui dormo quando vado a trovare i miei genitori, è il luogo in cui ancora sono conservate tutte le cose che non mi sono strettamente necessarie, che attendono una mia sistemazione definitiva per trasferirsi con me.
L’ultima volta che sono stata nella stessa stanza dello scaffale rosso ho pensato che non mi sentirò a casa fino a quando la mia casa non avrà spazio anche per lui, per lo scaffale rosso – non solo per tutti i libri che ancora riempiono le sue mensole, non solo per la scatola arancione che contiene anni di corrispondenze cartacee con persone di cui, spesso, non ricordo nemmeno il volto o di persone a cui, il volto, non l’ho mai visto.
Quando ho dovuto scegliere le librerie per la mia stanza, quella in cui lavoro adesso, le ho scelte rosse. Mi piace la parete che occupano e il modo in cui abbracciano i miei libri – a volte così stretto da non volermeli lasciare prendere; mi piace il modo in cui le coste dei libri stemperano tutto quel rosso in decine di altri colori. Ma lo scaffale continua a mancarmi.
Negli ultimi anni della mia vita precedente mi faceva anche da comodino. Una mensola era destinata ai miei taccuini, al posacenere, a un paio di candele, a una lampada da scrivania, a tutto quello che mi trovavo in tasca e non aveva bisogno di una collocazione precisa.
In questa casa non saprei dove metterlo, lo scaffale rosso, né avrei saputo dove metterlo nella casa precedente. Mi dico che dovrà avere un posto nella prossima, che capirò quale sarà la casa giusta quando riuscirò a vedere lo spazio per lo scaffale rosso nell’ennesima stanza sconosciuta.
Mi è più facile imparare a muovermi al buio senza sbattere contro gli spigoli, in queste abitazioni, che imparare a chiamarle col nome che dovrebbero avere.
Casa sarà il posto in cui mi sentirò libera di forare i muri. Casa sarà il posto in cui ci sarà spazio per lo scaffale rosso. Casa sarà il posto che riuscirò a chiamare casa senza doverci pensare.

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