track number twelve

Di fronte a me ho un armadio a sei ante. Il legno è dipinto con una vernice che ne lascia intravedere le venature, una vernice di un colore che non saprei definire: è bianco ma non è bianco, è rosa ma non è rosa, è giallo ma non è giallo. Non comprerei mai un armadio di questo tipo, l’ha scelto il padrone di casa per motivi che non riesco a comprendere – non si accorda né col parquet (dal colore pare ciliegio ma sospetto che, in realtà, ci sia solo una finissima pellicola del colore del ciliegio a coprire qualcosa che spero di non scoprire mai), né con gli altri mobili della stanza da letto, che sembrano quasi arancioni. Anche lo stile è completamente diverso: quello del letto, del comodino, della cassettiera è moderno. Lo stile dell’armadio è più antico, come vorrebbero farmi credere anche le chiavi corrose non dal tempo ma da una qualche sostanza che ne finge l’usura.
L’armadio di fronte a me è molto alto. Arriva quasi a sfiorare il soffitto, lo manca per circa sei o sette centimetri – è una stima che sto facendo adesso, anche se quello spazio è il motivo per cui sto scrivendo.
Mia madre mi aveva consigliato di infilarci dei fogli di giornale perché la polvere si raccogliesse sulle notizie dei giorni o dei mesi passati, pronta a essere accartocciata e buttata via. Non l’ho mai fatto: per arrivare lassù avrei dovuto sconfiggere il terrore che mi causano le scale, quelle scalette di legno pieghevoli che tremolano sempre un po’. Mi dico che la polvere lassù sarà il problema di qualcuno che non sono io, di chi abiterà questa stanza dopo di me.
Avevo iniziato a parlare di quello spazio perché, ogni volta che lo guardo, mi vengono in mente tutte le cose misteriose che ci sono in una casa, tutti gli angoli che non conosceremo mai – mi vengono in mente tutte le persone con cui ho vissuto, in momenti diversi della mia vita, in momenti in cui, a differenza di oggi, ero io l’armadio, ero io ad avere uno spazio buio di pochi centimetri, uno spazio buono solo per accumulare polvere.
Avevo iniziato a parlare di quello spazio perché ho pensato ai pensierini che la maestra mi faceva scrivere alle elementari: cosa vedi dalla tua finestra? E l’unica volta che mi è capitato di dovere scrivere di cosa vedevo dalla mia finestra ero a casa di amici e ho dovuto immaginare, ricordare, e tutte le altre volte non c’era niente di bello, fuori della mia finestra. Non ho mai abitato una casa dove le finestre dessero sul bello, solo su cantieri, vecchi cortili, parcheggi, un giardino che non è un giardino e chissà se lo diventerà prima del prossimo cambio di casa.
E allora ho pensato che forse bastava guardare davanti, guardarmi davanti, per trovare qualcosa di interessante da dire. Perché sono stanca di guardarmi dentro, è questa la verità. Perciò mi sono limitata a parlare di quello che si vede all’esterno dell’armadio e non ne ho descritte le pance – non perché sono disordinate, non perché mi vergogni della mia biancheria.
Fuori dalla finestra vedo un albero che fatica a mettere le foglie, un recinto arancione, una gru.

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