La donna parlava una lingua e sentiva le parole uscirle chiare di bocca e ancora prima di arrivare come fiato alla gola e come rotazione tra i denti le udiva nascere là dove c’era il bisogno, che fosse di fame o di sete o di comunicare.
Aveva imparato a parlare in fretta perché la madre non capiva i suoi cinque pianti e la puliva quando aveva sonno, la cullava quando provava dolore – aveva ascoltato le voci fin dal primo momento, quando ancora erano liquide vibrazioni che interferivano col battito col quale si calmava nel grembo, aveva continuato tentando di intuire il modo in cui le parole si combinavano in domande e in constatazioni.
Aveva chiesto acqua e la madre le aveva rimboccato le coperte. aveva teso il dito indicando la ferita e la madre le aveva infilato tra le labbra un cucchiaio di omogeneizzato.
Era diventata silenziosa e parlava solo se interpellata.
Da tempo pativo lo stesso problema e cercavo una soluzione, tendevo le orecchie a sentire il modo in cui parlavano gli altri, imparavo le frasi a memoria eppure, da me, uscivano sempre diverse, mi stavano male come un vestito tagliato a misura su un altro – eppure non mi era impedita la fonazione, sentivo le corde tremare nel collo e mi esercitavo allo specchio temendo che il modo nel quale aprivo e chiudevo le labbra non corrispondesse a quello che stavo pensando.
Ho messo un annuncio cercando qualcuno che mi potesse capire – ho chiesto a un amico dei pochi conferma di ogni parola – così ci siamo incontrate e le ho chiesto di dirmi di lei.
Sentivo la donna parlare e cercavo nei gesti conferma di quello che udivo e, a vederla, sembrava straniera e doppiata in asincronia, le ho chiesto se era lo stesso per me e mi ha risposto che stava cercando una casa diversa per via di una incomprensione con il proprietario, le ho detto che avrei bevuto un caffè volentieri e lei ha annuito e ha cercato un fazzolettino di carta da dentro la borsa.
L’ho preso e ho preso una penna e ho incrociato le dita a far da steccato alle frasi, le ho scritto: c’è modo per te di riuscire a evitare ogni fraintendimento?
Ha alzato lo guardo e mi ha preso le guance in mezzo alle mani, mi si è avvicinata scostando i capelli dai lati e mi ha respirato la lingua che parla e parlava sul collo e l’orecchio, tremavo.

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6 thoughts on “

  1. Caspita! Questo leva il fiato. Ci parliamo addosso ogni giorno e le parole arrivano diverse, forse perché automatizzate, senza più alcuna importanza? E la vita si consuma nelle frasi incomprese…

  2. grazie.. mi sent(iv)o un po’ come quella donna –
    non so perché. a me viene sempre da pensare che il significato delle parole non è quello che c’è sul dizionario ma è fatto di tantissimi strati di esperienza che fanno sì che non ci sia davvero la possibilità di comunicare senza incorrere in incomprensioni, fraintendimenti, giochi di specchi e di proiezioni..

  3. Tantissimi strati di esperienza. E’ il limbo della connotazione, della polisemia, in altre parole è il regno della poesia. Scrivi pensando al senso che vuoi infondere e arriva un segno del tutto diverso, qualcosa a cui forse non avevi pensato. Forse incomprensione nel mondo ma nell’espressione artistica arricchimento interiore, sentire per un attimo sulla pelle il senso degli oggetti, dei sentimenti, delle passioni… è come l’amore… non è razionale ma intenso, coinvolgente, inesprimibile…

  4. è vero, è forse la cosa che mi piace di più dell’essere letta – quando sei *davvero* letta l’esperienza è attiva nonostante la passività del verbo, si vede la parola tanto più intera quanti più occhi la (con)dividono.

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