Note sur une forme de délire hypochondriaque consécutie aux dyspepsies et caracterisée principalement par le refus d’aliments

[continua]

Dopo l’ultima volta ho pensato, non ne voglio scrivere più, sicuramente non ora.
Ne ho scritto molto e ancora di più, un po’ perché ha fatto parte della mia vita, e quando non so cosa scrivere la vita è la fonte dalla quale attingo e a volte mi si impone, anche, perché ho bisogno di coltivare le ossessioni fino in fondo, prima di potermene liberare; un po’ perché è una costola del mio interesse numero uno o quasi, il corpo-parola femminile nel suo rapporto con l’istituzione (che sia famiglia o scuola o manicomio o), e il corpo che si fa metafora è la metafora più immediata.
Ne ho scritto molto ma mai abbastanza, perché la mia scrittura è ellittica e preferisco suggerire, piuttosto che dire, ed è quello che ho fatto nei giorni scorsi, suggerire, e non (mi) è bastato.
Ho riflettuto molto prima di sedermi davanti alla tastiera, ho sfogliato qualche libro. all’inizio ho pensato di riportare le frasi delle «sante anoressiche», come ha fatto qualcuno con le ragazze dei blog pro-ana.
Mi è venuto in mente leggendo dei commenti che parlavano di società (questa, in questo momento), e cose così.
Ma non andava bene perché una delle cose che volevo dire, e non ho detto, è che l’anoressia non è la ricerca di un ideale attraverso il rifiuto del cibo, non è quel rapporto peso per altezza che fa paura, ma è l’espressione di una difficoltà.
Poi, ripensando ad altri commenti che avevo letto, troppo indulgenti o che parlavano di troppa indulgenza o che proponevano viaggi in Africa, ho pensato che potevo partire da me, da quella storia della professoressa che aspetta che io sia uscita dalla classe per dire ai miei compagni di non aiutarmi in nessun modo, se no non ne esce più, perché è quello che vuole, essere al centro dell’attenzione, oppure di quell’altra che inizia sull’ascensore, ci sono un medico, un padre e una figlia chiusi in un ascensore, tutti col naso all’insù a guardare il soffitto e intanto schiarirsi la voce per coprire il silenzio, e il medico dice, guardi che sua figlia mica sta facendo i capricci. Di nuovo non andava bene, perché sarebbe stato come girarci intorno senza centrare il punto.
Ho improvvisato una bibliografia che inizia col Traité theorique et pratique des maladies des femmes di Fleury Imbert (1840) e finisce con l’articolo più recente scovato su pubmed per far parlare i fatti al posto mio, ho disegnato uno schema dove le frecce indicavano i rapporti tra contesto socio-culturale, dieta, tratti di personalità, eccetera eccetera, cose che per me sono ovvie, cose che ho tralasciato pensando che fossero ovvie per tutti e invece lo sono per pochi, ma neanche questo andava bene, perché alla fine le frecce sarebbero state puntate tutte in una direzione, nella direzione del corpo.
Perché nell’anoressia è il corpo che si fa parola ed esprime quello che la parola non riesce a dire.
Perché le parole non sempre significano il significato che hanno, non sempre «ho mangiato una mela» significa «ho mangiato una mela», anche se chi lo sta dicendo, in quel momento, pensa di dire che ha «mangiato una mela»: lo pensa perché non ha alternative, non conosce un altro linguaggio.
È il motivo per cui nessuna delle cose che ho letto in questi giorni mi è parsa buona; il motivo per cui tutte le cose che letto in questi giorni mi sono parse inadeguate.
Perché tutte quelle cose parlano lo stesso linguaggio della malattia, prendono in considerazione la superficie, il risultato finale, ciò che appare, ciò che non ha bisogno di essere detto perché si dice essendo, e in questo modo diventa complice – della malattia, del contesto – perpetuandone la disfasia, (reiterando, autorizzando) il dovere di mostrare e non dire.

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