Damned if you do, damned if you don’t

[continua]

Ho sbagliato, adesso lo so che ho sbagliato e dove, e non per i motivi che pensavo, o almeno, mi concentro solo su un errore alla volta e questo è un errore diverso, che ancora non riesco a vedere con chiarezza e strizzo gli occhi ma i contorni restano sfumati, non importa, deve essere così perché lì sta l’errore, nel cercare di definire qualcosa di indefinibile, nel tentare di trovare parole – corpo – per qualcosa di incorporeo. Una persona mi dice, l’ascoltatore è curioso, ma non capirà mai l’onnipotenza, il terrore, e in quel momento mi sono chiesta, dove sono l’onnipotenza e il terrore e il controllo e la gioia e il rancore e l’amore, anche, dove sono? Ho iniziato a scrivere per rabbia, perché mi sono detta, cazzo, odio le buone intenzioni, le buone intenzioni sono figlie di una coscienza già sporca, mi sono detta, cazzo, tutti pensano di sapere tutto capire tutto, non si può non capire un corpo di ossa che bucano la pelle, è così palese, è così evidente, come se dalla copertina si potesse capire il libro; come si fa a combattere la superficialità con la superficialità, mi dico, mi dico, sono uno scrittore e questa volta, per una volta, so di cosa parlo, e invece ho commesso lo stesso identico errore, ho parlato di dita di gola di pancia di culo, ho parlato di peso e di altezza di cose che si possono toccare, si possono vedere, di cose che non hanno bisogno di essere dette – sono autoevidenti – perché? Perché non so come parlarne. Perché le parole non mi bastano, perché per parlarne devo pensarci e se ci penso desidero, se ci penso ricordo e il ricordo è fatto di nostalgia, anche. Perché potrei disegnare una mappa precisa di quello che ho dentro e mi perderei comunque. Perché una volta è stato più semplice agire sul corpo, lasciando che fosse lui a parlare per me, e una volta è per sempre e così mi ritrovo a dire corpo quando vorrei dire mente, senza mai riuscire a cucire lo strappo che c’è, solo imbastire tentativi, solo tendere che è cercare col tatto, esplorare tastando. Perché non c’è un perché solo, ci sono tanti perché quante I. e N. e A. e F. e M. e F. e C. e di nuovo F. e S. e tutto l’alfabeto, e l’unica storia che conosco è la mia, le altre non so come vanno a finire e se finiscono o so come sono finite o non sono finite, le metamorfosi per sopravvivere con le ovaie come prugne secche o con le ossa di gesso o il cuore rattrappito. Perché è una cosa che è più grande di me e cambia nome e ci cambia nome, e siamo state sante e clorotiche e poi isteriche e anoressiche di fronte a Dio, padre, marito, gentilissimo signor dottore per non essere madri, figlie, mogli, donne, per essere individuo e non persona.

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5 thoughts on “Damned if you do, damned if you don’t

  1. Si rendono metafora le ossa per non parlare dell’altra metafora, quella indicibile. Il grasso giallognolo dove si affonda, con la sua ingannevole morbidezza, avvolgente come una madre, protettivo come un padre.
    Si esibiscono lame per non dire il segreto: non sono quelle ad uccidere. E’l’altro.

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