you scratch me, you make me bleed – yet you keep running into my veins

mi chiedi ogni volta “zucchero? di canna o bianco? quanto?” pur sapendo tutte le risposte tutte. e infatti le reciti prima che io possa aprire bocca.
ed io adoro il tuo modo bambino di chiedermi cose come questa, in bilico tra il “non mi hai, non mi possiedi, non so neanche come prendi il caffé” ed il successivo “vedi, ti conosco, ti ricordo”. lo so che mi ricordi, lo so. ché io un cuore a volte vorrei non avercelo, ma se ne potessi scegliere uno, saresti tu.
una sequela di domande non per avere risposte, tu, ma per darne.
i tuoi punti esclamativi sono solo piccoli lampi di intuizione con la testa inclinata, con un piccolo dubbio dentro, quello necessario a renderti adorabile invece che terrificante.
ci incamminiamo, cappucci tirati sugli occhi, una mano in tasca e l’altra a reggere una sigaretta, spalle un po’ incassate e gomiti che si sfiorano, senza troppo preoccuparci di dove mettiamo i piedi, anche se guardiamo per terra.
poi tiro su il naso a guardare il cielo e lo indico con un cenno del mento.
annuisci.
non ci parliamo.
e non è perché ci capiamo senza parlare, no, non è una di queste minchiate romantiche adolescenziali.
è sempre stato così.
ci sono momenti in cui ci seppelliamo di parole, quando sono importanti, quando servono, una dopo l’altra, a creare un ponte, magari tibetano, magari incerto.
quando servono a costruire il nostro vocabolario.
ci urliamo, diciamo crudeltà a volte.
ma non le usiamo mai per riempire il tempo. i vuoti.
quelli li accogliamo, ci godiamo l’intercapedine sottile di calore tra i nostri corpi, gli sfioramenti, non si sa ormai quanto intenzionali e quanto casuali, la consapevolezza di come riempiamo lo spazio.
la consapevolezza di quanto ci intersechiamo, pur mantenendo sempre la distanza di sicurezza.
il cinema è dietro l’angolo, siamo in anticipo, come sempre: non potremmo tollerare di entrare a film iniziato.
ci sistemiamo nelle enormi poltrone e ci guardiamo intorno.
so a cosa stai pensando: stai contando le coppie, ti stai chiedendo quante sono legittime, quali sono gli amanti, quali gli amici vorreinonvorrei, ti stai chiedendo chi si bacerà prima che il film inizi e chi approfitterà delle luci spente.
stai cercando il coraggio o speri che lo ritrovi io?
speri forse che sia in grado di scavare ancora sotto la sabbia che mi scorre nelle vene?
ho pelle nuova, lo sai.
e sai che anche solo la tua voce al telefono mi grattava via le croste ed era sangue fresco, finché.
finché non ho potuto dirti “ha smesso di piovere, usciamo”.
ed era “ho smesso di piovere, forse riesco a non lasciarti più entrare”.
la luce si spegne.
ed io sono sicura di riuscire a sentire il tuo cuore che batte. il tuo respiro.
elettrostatica di un sentimento.
posso tenere gli occhi fissi sullo schermo e nonostante questo essere in grado di dire quanti millimetri ci sono tra la mia mano e la tua.
nessuno, ora.
lieve.
occhi fissi sullo schermo.
i polpastrelli che scorrono come su rotaie, porgo il palmo, affondi le unghie, stringo le gambe.
non saranno baci, quelli non potremmo mai fingere di non vederli.
sono solo mani infilate nel buio e miele e sale sulla punta delle dita e sospiri fermi in gola.
è solo il tuo petto contro la mia schiena nel vicolo dietro al cinema, le tue labbra che si tagliano contro i miei capelli.
è solo sciogliersi ancora una volta, eppure riuscire a non mischiarsi.
piove da giorni ormai. piove sulle nostre guance. piove sulle mie, soprattutto.
e così “apro l’ombrello?” chiedi. e ridi.
perché tanto lo sai che io e gli ombrelli non andiamo d’accordo: gli ombrelli mi impacciano, a volte ho l’impressione di bagnarmi di più quando li uso.
anche con la nostra pelle non vado d’accordo, la mia e la tua, mi impacciano, perché ogni volta che si incollano, mi tengono lontana da te.

We laughed in the faces of kings
Never afraid to burn […]

Oh, these little earthquakes
Here we go again
Oh, these little earthquakes
Doesn’t take much to rip us into pieces
Doesn’t take much to rip us into pieces

I can’t reach you, I can’t reach you
I can’t reach you, I can’t reach you
Can’t reach you
Give me life, give me pain, give me myself again

(Tori Amos – Little Earthquakes)

E questa volta io ci metto la fotografia, lei ci mette le parole. E sono così giuste – lei le ha sempre, le parole giuste – che non posso non metterle qui: la lettera che non sono mai riuscita a scrivere, la lettera che, grazie a lei, trovo il coraggio di spedire.

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2 thoughts on “you scratch me, you make me bleed – yet you keep running into my veins

  1. sì elettrostatica di un sentimento – del possesso – del possedimento carnale di un vicolo di chimica atomica eroica letterale ancestrale e che fa male, sprigiona da pori reattori violenza e sudore e scorie e cinema dalle scene tagliate dalle lingue e dalle bocche e dalle mani ansiose, montaggio di corpi e reazioni, ombrelli nemmeno quelli, secrezioni dal cielo distanze annullate e il solo diretto giudizio dell’acqua che scende come lacrime inesplose come mine copiose, come rocce erose dal desiderio. occhi fissi sullo schermo e che resti fermo almeno quello, vibranti incostanti scegliamo al buio i nostri santi.

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