track number ten

Io, io devo averci qualcosa di sbagliato, pensava la ragazza. Glielo aveva detto anche lui, in fondo: io, te, siamo anomalie. Non lo so mica in che senso siamo anomalie, aveva pensato la ragazza: la ragazza pensava così, in un modo molto diverso da quello in cui parlava e ancora più diverso da quello in cui scriveva, come se, solo nel pensiero, fosse davvero libera di commettere quegli errori che, a certe persone, fanno storcere il naso.
Al gruppo aveva detto che si sentiva una specie di mostro. Non mostro nel senso che intendete voi, aveva specificato, ma nel senso che intendo io.
Se voi pensate a un mostro, aveva aggiunto, pensate a una persona molto brutta che racchiude una persona molto buona per via di certe favole che avete letto. Oppure pensate a un essere pieno di tentacoli e pustole ma privo di personalità. Io invece sono una persona normale che racchiude una persona mostruosa, ma i miei occhi vedono la verità e dove voi vedete i miei capelli io vedo un cranio calvo e pieno di croste ed escrescenze, dove voi vedete il mio naso io vedo una proboscide, dove voi vedete il mio sorriso io vedo una voragine.
Loro avevano scosso la testa, qualcuno l’aveva piegata per cercare di intravedere quello che la ragazza stava dicendo, tutti avevano finito per mettere in dubbio le sue parole e la sua sanità e, insieme, avevano deciso che non c’era altra spiegazione: lei li stava prendendo in giro, si stava prendendo gioco di loro.
Erano tutti bravissimi a vedere i loro, di difetti, ma non pensavano che lo siamo tutti, bravissimi, e che quelli degli altri ci sembrano sempre un po’ più piccoli o nascosti. Chi aveva il naso grosso pensava che gli altri nasi non fossero grossi quanto il suo e che comunque avessero un modo di armonizzarsi con gli altri lineamenti che li rendeva, in qualche modo, belli; giusto per farvi un esempio.
Arriva il momento in cui lei resta in silenzio. Il momento in cui resta in silenzio arriva quando i ricordi iniziano ad accavallarsi, le restano in gola, la avvolgono come un vento freddo che le secca le parole sulla lingua.
Nessuno se ne accorge perché, fino a un momento prima, stava ridendo.
Nessuno se ne accorge perché, per accorgersene, gli altri, dovrebbero immaginarsi nella sua situazione, nella situazione di lei, e hanno paura di contagiarsi di quel dolore.
C’è chi trattiene il respiro entrando in ospedale, chi si copre le mani per aprire le porte dei bagni pubblici, chi disinfetta i carrelli; pochi fanno tutte queste cose insieme e li chiamano matti. Tutti stanno lontani dal dolore per non respirarlo, per non toccarlo, perché non hanno ancora inventato un disinfettante da borsetta che funzioni contro le lacrime o contro l’assenza di lacrime, e nessuno che li chiami col loro nome. Stronzi.
Ha tenuto i capelli avvolti nell’asciugamano fino a quando non ha deciso di liberarli, ancora umidi. Ogni volta prendono una forma diversa. Questa volta: un’onda che le copre parte del viso, un’onda che potrebbe domare, spostandola dietro l’orecchio e lasciandosi scoperta.
Vorrebbe che qualcuno glielo avesse detto, che a dirsi tutti poi si resta senza niente da dire, quando si parla più veloci di quanto si viva.
Sta studiando il modo di tornare all’ultima volta che è stata felice.
Si concentra sul telefono perché inizi a vibrare. Si concentra sul pensiero nell’illusione che arrivi dove lei vorrebbe farlo arrivare, a un lobo lontano sotto forma di sussurro, a una mano sotto forma di mano, cose del genere.
Quella è lei. Questa sono io. Mi concentro e cerco di farti arrivare le mie braccia, che ti avvolgano quando ti senti andare in pezzi. Mi concentro e cerco di farti arrivare il mio sorriso – lui sì che è contagioso. Adesso concentrati tu, pensami forte, fammi sapere che ti è arrivato. Fatto? Aspettiamo che passi. Dicono che venerdì ci sarà di nuovo il sole.

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