track number nine

Nessuno mi ha insegnato, sono stata segnata dalle cose che ho visto, vissuto, ho strizzato gli occhi al modo dei miopi per vedere oltre, per vedere in mezzo, per vedere le cose che non si vedono.
Nessuno mi ha insegnato a parlare ai fantasmi; mi limito ad ascoltarli, l’udito affinato dall’emicrania che mi sprofonda nel buio obbligato della convalescenza, nel buio illuminato dalle esplosioni silenziose di tutto ciò che non passa nei miei vasi costretti fino a quando non inizio a sanguinare, e quel sangue è il mio unico tepore e si dirama dal mio centro e nel mio centro si coagula, raggruma.
Ho appreso per imitazione, dipingendomi sbavata per fingere l’imperfezione delle labbra, lavandomi le ginocchia con la cenere dei morti taciuti.
Ho appreso per prove ed errori acquisendo il disgusto per il veleno a basse dosi, l’amore per il rifiuto se vicino nel tempo a una carezza: li confondo, mi confondo, ho imparato a rubare quando trovavo chi mi desse niente, a rifiutare il superfluo pensiero del domani.
Sono, adesso. Manco di sostantivi e di sostegno, tendo verso la terra che, incrostandomi le guance, nasconde la debolezza delle lacrime che non avrei voluto versare e mi sono state strappate dagli occhi, abbondo di verbi che mancano di soggetti e complementi, non arredo le mie stanze perché siano sempre pronte a dimenticare il mio passaggio – avrei raccolto i capelli che ti ho lasciato sul cuscino, me ne avessi dato il tempo.
Ho imparato il modo in cui l’orologio si muove mentre io resto ferma, con la sola forza di allungare la mano al comodino per un’altra sorsata dal contagocce sverginato con le stesse forbici che userei per tagliarmi le unghie, se mi importasse qualcosa del corpo che si sfalda nella maglia, l’unica, indossata per un mese.
Ho imparato il modo in cui l’orologio resta fermo mentre io mi muovo frenetica in un giorno lunghissimo nel quale non tramonta mai il sole – splende rosso sopra la mia testa mentre consumo le lettere che dicono il tuo nome e quello di dio, il mio nome e quello dei santi che non ho perché non ho altro paradiso all’infuori dell’estasi che mi fa scordare i limiti della mia stessa pelle.
Ciò che un giorno è orgoglio diventa vergogna, lo diventerebbe se non fossi benedetta dall’amnesia, se non fossi maledetta trasformata in una scatola che sembra vuota, in una fessura dalla quale la mia voce esce flebile perché il mio compito è ascoltare, ascoltare, ascoltare. Sentire. Potessi ascoltare solo con le orecchie! Mi tocca invece ascoltare con tutti i miei sette sensi, uno per ogni occasione sprecata, uno per ogni volta che non sono morta, uno per ogni volta che ti ho perso, uno per ogni volta che ti ho ritrovato, uno per ogni volta che ho ricominciato da zero, uno per ogni volta che ho osato sperare, uno per ogni volta che sono dovuta ritornare a terra. Sono un personaggio della mia invenzione e finirò quando avrò scritto l’ultima parola prima di cambiare lingua – si sta già biforcando e si sta biforcando il pensiero – cambieranno i miei comandamenti e saranno uno solo: porterà il mio nome, come lo porteranno incise le tue retine.

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2 thoughts on “track number nine

  1. Beati gli smemorati perché avranno la meglio anche sui loro (strafottuti) errori (che siano reali o di perecezione ovvero sempre reali dato che l’oggettività non esiste) Nietzsche non fra le parentesi.

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