Where I end and where you start [*]

Non so mai quando una cosa è finita fino a quando non è davvero finita. Ci sono persone che lo capiscono prima, quando una cosa sta finendo, e così hanno il tempo di elaborarne il lutto o di aggrapparsi alla prima scialuppa di salvataggio senza rischiare di annegare nelle lacrime.
Il fatto che io fatichi a capire quando una cosa è finita o sta finendo dipende, credo, dal fatto che fatico a capire anche quando una cosa è iniziata o sta iniziando. Idealmente le cose dovrebbero avere dei cartelli, per me, un conto alla rovescia, uno sparo al via, un nastro da tagliare o da strappare.
Il fatto che io fatichi a capire quando una cosa inizia o sta iniziando e/o quando una cosa è finita o sta finendo, infine, credo dipenda dal fatto che non mi tengo mai alla giusta distanza dalle cose. Le cose, nella mia vita, sono fatte di gelatina o di qualcosa del genere, per dare un’idea della loro consistenza, della facilità con la quale non solo posso guardarle e guardarvi attraverso, ma anche finire per sprofondarci dentro. Se le cose, nella mia vita, fossero dietro a una vetrina, mi limiterei a lasciarci sopra le impronte delle mani, del fiato, della punta del naso; ma sono fatte di gelatina, e allora le mani e la punta del naso la penetrano e, in men che non si dica, non sono più fuori dalla cosa a osservarla: sono dentro.
Essere dentro alle cose può essere molto bello (può essere anche molto brutto, dipende dalla cosa o dalle cose); te le senti tutte addosso, prima di tutto, e puoi godere di una prospettiva differente, di un punto di vista privilegiato per vedere come funzionano, le cose, un po’ come quegli orologi che mostrano le rotelle invece di nasconderle dietro al quadrante. Il rischio è di incantarsi a guardare le rotelle e dimenticarsi di leggere l’ora, arrivare sempre in anticipo o in ritardo. Il rischio, nell’essere dentro alle cose, è che ce ne sono alcune – cose o parti di cose – che hanno bisogno di essere, invece, guardate da una certa distanza, per potere essere viste, viste davvero, e comprese, anche – come, per esempio, gli inizi. La fine.
Stare dentro alla gelatina delle cose rende difficile uscirne, anche. Se dalla vetrina basta allontanarsi, per uscire dalla gelatina bisogna muoversi con forza – più forza di quanta ce ne metterei se mi stessi muovendo nell’aria o persino nell’acqua. Per uscire dalla gelatina bisogna muoversi con forza, con decisione, anche, e se ne esce sporchi, e spesso una doccia sola non basta a rimuoverla tutta, la gelatina – dopo qualche tempo ti stai, per dire, passando una mano tra i capelli e ne trovi un pezzettino, e quando trovi quel pezzettino all’inizio non capisci di cosa si tratti, lo tieni tra le dita, lo annusi, se hai coraggio lo assaggi con la punta della lingua, e per una questione puramente chimica basta quel contatto per riportarti al punto di partenza, nel centro della gelatina (la sto immaginando come un grosso budino trasparente e tremolante).
L’alternativa è che non siano le cose a essere vetrine o gelatine ma le persone. Forse io sono una persona-gelatina, il che spiegherebbe anche il motivo per cui è così facile entrarmi dentro e non uscirne più. Il problema è che, a volte, vorrei essere una persona vetrina: mi basterebbe munirmi di detersivo e carta di giornale per liberarmi dagli aloni, capirei meno cose ma quelle che servono, sì.

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8 thoughts on “Where I end and where you start [*]

  1. Dovresti (dovrei) essere un fluido magnetoreologico e cambiare viscosità a seconda del campo magnetico che ti scorre..diventare vetrina o gelatina a seconda dei casi..rimane il problema di capire quando sia opportuno e quando l’altro..

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