Dizionario dei giorni normali (dalla A alla E)

Alcune piante sono più pelose delle altre, non so se lo avete notato. Alcune hanno foglie ricoperte da una fitta peluria, altre sono pelose nel fusto. Il fusto dell’alchechengi può arrivare fino al metro d’altezza, un metro d’altezza pelosa decorata di foglie ovali, di piccoli fiori a campanella. Non mi è mai capitato di seguirne per intero il ciclo vitale, ma immagino questi fiori come le campanule arrampicate sui cancelli, calici, trombette, e finiscono per chiudersi con un gesto contrario a quello degli altri fiori, chiudersi intorno a un frutto, una bacca, una piccola ciliegia. I petali si fanno come di carta, come fossero di carta si sbriciolano tra le dita lasciando appiccicati ai pollici frammenti delle loro vene, dei loro nervi.
Erano utili solo in quel momento, nel momento in cui ne scoppiavo i calici chiusi. Più tardi verrò a sapere che le bacche sono deliziose immerse nel cioccolato fondente, più tardi verrò a sapere che le foglie possono essere velenose. Più tardi, non ora.

Non capivo perché lo facessero ogni Natale. Renderci euforiche nell’immediato col pacco più grande, più bello; deprimerci con lo scherzo del carbone in cui sempre cascavamo; cercare di riportare la normalità sfilandoci dai piedi le ciabatte, sfilando da sacchetti argentati le babbucce di lana. Si diceva che le babbucce di lana venissero fatte a mano dagli elfi o dalla signora della merceria in via Ruga, si diceva che ci avrebbero tenuti i piedi al caldo per quegli ultimi mesi di inverno: mai veniva detta la verità – la lana pizzica, punge, le babbucce vanno infilate con attenzione, davanti e dietro, per non rischiare di scivolare. Un disegno sul dorso del piede ne ricordava la provenienza nordica, il disegno di una stella alpina che avrebbe potuto benissimo essere il disegno di un crisantemo, se solo fosse stato di un altro colore.

Avremmo dovute custodirle fino al Natale successivo, evitando i rischi e le insidie di certi angoli di casa, di certe schegge che il vento portava nella stanza durante l’ora dedicata ad arearla, sapevamo di avere un compito senza voto, avremmo potuto perderle o bucarle, sostituirle con babbucce più idonee ai nostri piedi, alla nostra pelle delicata, alla nostra età, ma in fondo ci piaceva essere le bambole dei nostri genitori, sederci con le gambe e le braccia molli e gli occhi di vetro e aspettare che fossero loro a vestirci, senza responsabilità alcuna.
L’assenza di responsabilità rende effimeri gioie e dolori: le gioie svaniscono in fretta, agganciate all’amo di chi per noi le ha create, i dolori sono privi di colpa e, a volte, vengono premiati – gelato per la gola, uova fresche per la debolezza.

Ci erano impossibili il desiderio e il suo struggente contrario, i nostri appetiti erano regolati in base a quelli dei nostri genitori e non conoscevamo altro mondo al di fuori del nostro. Non sentivamo mancanze perché ogni cosa era al proprio posto: i calzini nel secondo cassetto, le mutande nel primo, i biscotti per la colazione nella scatola blu, la mamma a destra e il papà a sinistra del letto. Solo, con le finestre aperte, ci sembrava di sentire nostalgia di qualcosa che ancora non conoscevamo, ma ce ne dimenticavamo in fretta, impegnate com’eravamo a salvare i nostri pupazzi dal diluvio, con l’unico divieto di saltare.

Ci mancava l’esterno, ma lo capimmo solo quando arrivò la primavera e, dopo quasi un anno, ci ritrovammo in cortile a giocare. Non avevamo bisogno di organizzarci, di fare conte, di dividerci in squadre: riprendevamo il gioco là dov’era stato interrotto dalle prime piogge, lo continuavamo negli stessi ruoli mentre le giornate si allungavano allontanando l’ora di rientrare a casa con le mani e le ginocchia sporche di terra. Ripetevamo ogni giorno uguale all’altro perché sapevamo di avere tutto il tempo del mondo, sapevamo di poterci permettere di sprecarlo; più del tempo erano preziose le stringhe di liquirizia, le gommose alla frutta. Ce n’erano di meno, duravano di meno, qualcuno restava sempre senza.

[Continua]

+ il Dizionario dei giorni felici di Nemo (dalla A alla E)
+ il Dizionario dei giorni disperati di Malapuella (dalla A alla E)
+ il Dizionario delle notti smarrite di Julie Kohler (dalla A alla E)
+ il Dizionario delle notti distanti di Violentafiducia (dalla A alla E)

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