track number six

Per esempio, di lui mi ricordo che non era bravo in niente, fino a quando non era saltato fuori che invece era bravissimo a giocare a tennis. Io non sapevo bene cosa volesse dire, essere bravissimi a giocare a tennis, li guardavo correre sulla terra rossa e colpire la pallina con la racchetta e mi sembravano tutti bravi uguali tranne mio papà che era più bravo di tutti, secondo me, ma poi lui aveva vinto una coppa o una medaglia o entrambe le cose, e io avevo capito che vincere una coppa o una medaglia voleva dire eccellere.
A casa avevamo molte coppe e molte medaglie, alcune sopra al camino, altre in sala da pranzo. Alcune sembravano d’oro anche se poi mi avevano spiegato che no, in realtà erano di un qualche altro materiale che ora non ricordo, e comunque nessuna l’avevo vinta io. Io facevo il mio dovere. Dicevano così, hai fatto il tuo dovere, al posto di dire: brava, o di darmi una medaglia.
Poi c’era lei che ballava. Erano in tante a ballare, ma alla fine dell’anno era lei a indossare il vestito più bello, ad avere i passi più difficili e gli applausi più fragorosi. Non era brava in niente ma era brava a ballare, e veniva applaudita. Si doveva fare fatica, per essere bravi, si doveva sudare: se non si faceva fatica, se non si sudava, ci si limitava a fare il proprio dovere, pensavo.
Tutto era una gara. D’estate, sulla spiaggia, con le gambe già molli per la lunga passeggiata con la quale iniziavamo la giornata, dovevamo prendere la rincorsa, puntare il piede appena prima della linea tracciata nella sabbia e saltare, ricordare di non appoggiare le mani indietro per non perdere centimetri quando lui avrebbe misurato la distanza tra la linea e la nostra impronta contando i passi. C’era sempre qualche ragazzino più bravo di me, e finivo per innamorarmene per via della sua bravura, per via del fatto che mio padre gli diceva: bravo, gli sollevava il braccio in segno di vittoria.
Il mondo si divideva in bravi, in stupidi e in mediocri. Gli stupidi non avevano colpa, i mediocri ero io che facevo il mio dovere e non facevo fatica e non sudavo. Trovavo sempre il modo per non riuscire a essere brava e restare mediocre. Dimenticavo le parole delle canzoni, le targhe delle automobili, non sapevo distinguere la destra dalla sinistra, ero impacciata. L’unica cosa che sapessi fare era leggere, ma non si vincevano medaglie, per quello, né applausi.
Avrei voluto disimparare tutto quello che sapevo e tutto quello che sapevo fare per avere lo spazio per eccellere in qualcosa. Non avevo calcolato che la media tra le cose mi avrebbe sempre spinto tra i mediocri, che tutto il tempo impiegato a disimparare era tempo che avrei potuto impiegare a perfezionarmi, che si nasce eccellenti e non lo si diventa, e lui non è mai diventato un tennista, e lei non è mai diventata una ballerina, e io non diventerò mai capace di accettare i complimenti.

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