And a letter in your writing doesn’t mean you’re not dead [*]

Si scrive per curiosità, come quando da bambini si osservano gli scarabocchi dei grandi, così diversi dai nostri disegni, e pazientemente impariamo a firmarli in grosse lettere maiuscole, ad associare a ogni lettera un suono. Si scrive per dire le cose che non si riescono a dire con la voce, come in quel bigliettino trovato sul banco in prima elementare che tremulo dichiarava: ti amo. Si scrive per vincere, una primula o un complimento dai genitori, si scrive per lasciare una traccia d’inchiostro verde che ricordi per sempre o fino alla prima pioggia il grande amore della scuola media.
Si scrive per fare passare le ore, si prendono in prestito frasi e modi di dire, se ne inventano altri, si scrive per ricordare e poi fare a pezzetti le cose già scritte fingendo che basti per non ricordare, si scrive per essere scritti, come quando ci scambiavamo le lettere sul blocco per le ordinazioni, si smette di scrivere se non ci sono parole per dare una voce all’orrore.
Si scrive per scopare, anche se agli uomini riesce sempre, alle donne un po’ meno, si scrive per innamorarsi, di più per scordare un amore, si scrive per dare respiro alle nostre vite appassite e renderle gonfie di quello che manca, si scrive entrando a casa degli altri ma senza bussare, forzandone la cassapanca e meglio se sono seduti e meglio se posso mandarli col culo per aria – a volte finisco i segreti e ho bisogno di quelli degli sconosciuti – si scrive per quelli che, muti, non riescono ad articolare le frasi (a volte si è muti e si legge, la vita è composta di fasi) – si scrive per rendersi belli se la natura o lo specchio ci sono nemici, si scrive per avvicinarsi e starsene stretti in una scatoletta nel modo in cui stanno gli sgombri o le alici.
Ci sono diversi modi per scrivere o in cui scrivere, diversi umori. Si può scrivere neutri, pensando solo alle parole, si può scrivere tristi, grattandosele via dal masso che preme sul petto, si può scrivere felici, acchiappandole mentre svolazzano come pappi.
Una volta quando mi sentivo sola leggevo per fare amicizia con i personaggi dei libri; adesso quando mi sento sola scrivo. Quando si scrive soli, le parole si estraggono dalla bocca come se fossero un filo, prima con la mano destra, poi con la mano sinistra, poi di nuovo con la destra, poi di nuovo con la sinistra, tenendole tra il pollice e l’indice, fino a quando non ci si ritrova con una matassa a terra, intorno ai piedi. Si aggomitolano dividendole per solitudini, si scelgono quelle del colore giusto e poi si inizia a lavorarle in una rete da lanciare, sperando che qualcuno o qualcosa ci resti impigliato.

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11 thoughts on “And a letter in your writing doesn’t mean you’re not dead [*]

    1. Dici? Per me è sempre come girare il coltello nella piaga – il sollievo, se arriva, arriva sempre col tempo (e viene il dubbio che sarebbe arrivato comunque, come guarire dal raffreddore in quattro giorni senza fare niente o prendendo pillole d’omeopatia).

      1. Per quello che mi riguarda si, molto spesso scrivo per canalizzare il pensiero, in modo da controllarlo. Una sorta di “non pensiero”.
        Scrivere mi può far piangere per un attimo nel massimo della comprensione del significato, mentre scarico la tensione sulle parole.

  1. La solitudine, la sofferenza, la tristezza possono essere ottimi motivi per scrivere. In passato ci ricorrevo sempre, ormai quasi mai. Il motivo è semplice: ho l’impressione che quando cerco di mettere per iscritto un malessere psicologico inizio a costruirci intorno frasi affettate, lo drammatizzo al punto che alla fine non ci ritrovo più niente di quell’originario stimolo nelle parole che ho messo su carta/schermo.
    Ma a te la cosa riesce benissimo, ed è uno dei motivi per cui leggo spesso il tuo blog.

    1. Ecco, sono ottimi motivi per scrivere ma non per “condividere” la scrittura che ne nasce, secondo me. Per riuscire a condividersi credo che lo stato d’animo migliore sia neutro – per ricordare la sofferenza o la gioia senza farsene travolgere, e renderle così come sono, senza eccessi.

      1. Concordo. E’ la classifa differenza tra un diario-privato da confessione e un’opera “pubblica”, tendenzialmente artistica e “universale” – nel senso che tutti la leggono – come il blog.

  2. passo spesso di qui. tenevo anche io un blog una volta, scrivevo molto, ovunque. poi s’è bloccato qualcosa dentro. il fatto è che ogni volta che ti leggo mi ritrovo a pensare che sei proprio come vorrei essere io. senza contare che ogni volta che finisco un tuo post rimango immobile qualche secondo con un vortice di pensieri in testa e la convinzione che tu sia esattamente una di quelle persone che vorrei tanto conoscere nella mia vita.
    beh, un saluto, e un abbraccio.

    1. Io non lo so se voglio essere come sono, a volte sì e a volte no, però è bello sapere di essere una persona di quelle che qualcuno vorrebbe nella vita. Mi sa che potrebbe essere una cosa reciproca, e insomma, grazie, e un abbraccio a te.

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